Forza Italia
ANALISI

“Irresponsabile e opportunista” la borghesia che flirta coi grillini

Non c'è da stupirsi dell'atteggiamento accondiscendente, quando non addirittura di sostegno, di una parte del ceto dirigente verso i Cinquestelle. Un establishment che "non ha mai avuto e non ha in mente gli interessi del Paese, solo i propri", sferza Ricolfi

“La borghesia italiana non ha mai avuto e non ha in mente gli interessi del Paese, ma i propri. Per questo pur potendo vedere benissimo il rischio di cosa può significare una vittoria dei Cinquestelle, di fronte all’altro rischio di trovarsi spiazzata ed esclusa, giudica più grave quest’ultimo e quindi si protegge”. Tocca a Luca Ricolfi, con la riconosciuta autorevolezza dello studioso della società, cogliere i tratti atavici e le ragioni storiche del comportamento della classe dirigente verso il potere e lo Stato. Quel fascino discreto della borghesia, summa di non eccelse virtù di un ceto dipinto in maniera argutamente sprezzante da Buñuel, si specchia e rispecchia nella fascinazione non certo disinteressata di una parte dei propri esponenti per la forza politica soi-disant antisistema. E dalla quale, come osserva ancora Ricolfi, la stessa classe dirigente “va proteggendosi, portandosi avanti, in caso di un’eventuale vittoria”.

Non basta, peraltro, il volto e l’abito da uomo in Lebole (quello cui una pubblicità d’antan spiegava non si poteva dire di no) di Luigi Di Maio, così come non è sufficiente l’estrazione sociale di Chiara Appendino (“una di noi, ha frequentato le nostre stesse scuole”) per spiegare quel fascino, neppure troppo discreto, che settori cospicui e importanti della borghesia torinese subiscono da chi ha nel suo manifesto fondativo il “vaffa”. C’è di più oltre la grisaglia e alla condivisione di origini e percorsi con la sindaca torinese (che non sono quelli di gran parte della militanza barricadera) tra le ragioni di una vicinanza da parte dell’establishment all’ombra della Mole, che se era spiegabile con la speranza nel cambiamento degli esordi risulta più complicato giustificare adesso quando le prove di governo della città hanno pressoché colmato le distanze con Roma di Virginia Raggi, deluso molte aspettative, tradito promesse. Perché, forse, non era questo ciò che aveva mosso personaggi di spicco dell’economia, dell’industria, della finanza, della cultura a sostenere, più o meno apertamente i grillini nella città che poi gli inciampi e inadeguatezza nel governare avrebbero presto smentito l’aura di “atipicità” del grillismo di marca subalpina.

Era ed è tuttora, senza soluzione di continuità, quel tratto caratteristico della classe dirigente che Ricolfi, nel colloquio con lo Spiffero, ricorda essere in Italia da sempre orfana del senso dello Stato e quindi “pronta a riposizionarsi appena sente che il vento cambia”. Lo fa con i suoi grandi giornali, oggi con le televisioni, ma anche con quelle figure che in una città e in una regione, sono passate con una battito d’ala dal vituperato (dai Cinquestelle) “Sistema Torino”, di cui sono stati spesso artefici e protagonisti, al fronte che si sarebbe detto (e si è detto, in campagna elettorale) suo avversario se non nemico. È un fascio di luce che illumina i protagonisti di questa conversione l’analisi che Ricolfi fa sul piano generale, ma che si attaglia perfettamente a Torino, forse più che altrove. Qui dove il passaggio dalla formazione civica di sinistra di Mariano Turigliatto a Forza Italia e poi ai Cinquestelle (per cui è candidato nel collegio del centro città) del poliedrico Paolo Turati (economista-romanziere-concertista-sportivo-mercante d’arte) sorvola e cancella i severi (a parole) diktat grillini sulla non contaminazione politica. Moravianamente “indifferenti” alle appartenenze, alle ideologie, persino ai valori, giacché il principale se non unico parametro è se stessi. Perciò si “stupisce” Turati che la sua transumanza abbia suscitato perplessità in qualcuno.

Del resto a Torino endorsement, per quanto discreti come si confà all’understatement sabaudo, verso la sindaca (e di conserva per i Cinquestelle) sono arrivati persino dalla massoneria e persistono da figure di spicco, qual è il presidente degli industriali Dario Gallina, dall’azione di complemento dell’imprenditore Davide Canavesio all’entente cordiale del numero uno della Camera di Commercio, Vincenzo Ilotte. E non è un caso che sia torinese Francesco Galietti, capo della società di analisi strategica geopolitica Policy Sonar, che ha organizzato l’incontro tra la comunità di investitori internazionali a Londra con l’aspirante premier Di Maio. E neppure che la Appendino l’abbia nominato recentemente nel consiglio della Fondazione Crt. Galietti, studi liceali nel “mitico” liceo D’Azeglio, culla del pensiero azionista che fu, ma primi passi “trasversali” dal Cidas di Natale Molari (nella nouvelle droite estetizzante) e in think tank liberisti, è oggi una delle teste d’ariete di Davide Casaleggio, il proprietario della ditta pentastellata, con il quale, si racconta, ha costruito un rapporto privilegiato.

Dunque, la Torino che nella narrazione grillina prima della sconfitta di Piero Fassino era la città-simbolo della vittoria sull’incrostato sistema, subito dopo è diventata città-laboratorio del grillismo non più di lotta, ma solo di governo: con vizi (tanti) e virtù (da trovare) di quel ceto atavicamente levantino, pusillanime, opportunista e irresponsabile. Ma a Torino c’è anche una efficace rappresentazione, in concreto, di quel che Ricolfi spiega ancora a proposito delle scelte che gran parte della borghesia ha sempre fatto nella storia del Paese, partendo dal fascismo in poi: l’ammutinamento, la defezione, l’ignavia. “È sempre stato un riposizionamento appena si avvertiva che il vento sarebbe potuto cambiare. Questo – osserva il sociologo – è un gravissimo problema, perché rende più probabili e aiuta cambiamenti pericolosi. Come, appunto, avvenuto in passato”. Così come plasticamente rappresenta la spiegazione a un’apparente contraddizione da parte di chi è attrezzato a discernere capacità da inadeguatezza: “I Cinquestelle stanno perdendo credibilità, ma il consenso di parte della classe dirigente nei loro confronti non dipende dalla loro credibilità, ma dalla probabilità che vincano. Tutti si stanno posizionando, in maniera da non essere troppo scoperti in caso di vittoria”.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    13:56 Lunedì 05 Febbraio 2018 PELDICAROTA Cara piccola borghesia

    per piccina che tu sia non so dirti sei mi fai rabbia, schifo, pena o malinconia ... (Claudio Lolli)

  2. avatar-4
    11:34 Lunedì 05 Febbraio 2018 tandem Da un pezzo...

    La borghesia è irresponsabile da un pezzo, prima è stata succube della FIAT, poi in parte ha appoggiato il nefasto "sistema Torino" capeggiato dal PD, e adesso ha votato una Appendino, incapace e anche lei alleata del "sistema". Sarebbe ora che la borghesia si dimostrasse responsabile portandosi in campo direttamente, come ai tempi del PRI e del PLI, invece di trincerarsi dietro scelte opportunistiche pessime e nefaste per il futuro.

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