AFFARI & GIUSTIZIA

Bigotti, indagine al pm “amico”

Dopo aver spostato in Sicilia la sede legale della Exitone, l'inchiesta per frode fiscale a carico dell'imprenditore di Pinerolo, nata a Torino, è finita alla procura siciliana nelle mani del magistrato arrestato ieri per i suoi rapporti con gli avvocati Amara e Calafiore

Da Torino a Siracusa. O meglio, all’archivio del Palazzo di giustizia di Siracusa. L’inchiesta per frode fiscale nei confronti di Ezio Bigotti, quella emersa nel 2015 in parallelo all’indagine sull’appalto di corso Grosseto, è finita in Sicilia dove un pm ne ha chiesto e ottenuto l’archiviazione. Dietro quella decisione, però, potrebbe esserci stato qualcosa da chiarire. Emerge tutto dall'ordinanza di custodia cautelare che ha portato l'imprenditore di Pinerolo agli arresti domiciliari con l'accusa di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, mentre il suo avvocato Piero Amara è stato arrestato per corruzioni in atti giudiziari e altri reati.

Il fascicolo archiviato a Siracusa era stato aperto nel 2015, dopo le dichiarazioni del commercialista Giuseppe Alessio Garino, rappresentante della Esse.I. srl ed ex ambasciatore di San Marino a Panama. Il professionista aveva ammesso ai sostituti procuratori Eugenia Ghi e Stefano Demontis di aver emesso false fatture per operazioni inesistenti nei confronti di Exitone, la società più importante nella galassia di imprese del gruppo Sti di Bigotti. Così quest'ultimo veniva indagato dal pm Ghi per false fatturazioni e dal pm Demontis per la presunta turbativa d'asta per l'appalto indetto da Scr sul tunnel ferroviario di corso Grosseto.

Per quelle false fatture Guarino era andato incontro alla condanna. Al contrario i fascicoli su Bigotti prendono due strade: quello per l'appalto di corso Grosseto viene ridimensionato e l'imprenditore finisce a processo per una meno grave accusa di millantato credito, da cui è stato assolto meno di un anno fa. L’inchiesta per la frode fiscale, invece, viene trasferita a Siracusa, provincia in cui Exitone aveva provvidenzialmente spostato la sua sede legale. Nel palazzo di giustizia della città siciliana a occuparsene e a chiederne l’archiviazione è stato il sostituto procuratore Giuseppe Longo, arrestato ieri mattina nell’ambito di un’inchiesta della procura di Messina che ha rivelato i suoi intrecci affaristici con l’avvocato di Bigotti, Piero Amara, e un suo collega e sodale, Giuseppe Calafiore. Torniamo all'inchiesta, piombata negli uffici della Procura di Siracusa. Qui il pm affida una consulenza contabile a un professionista in rapporto con i due avvocati Amara e Calafiore e, sulla base di quella valutazione, chiede e ottiene l’archiviazione. “La capacità di Bigotti di influire sulle indagini in corso emerge in primo luogo in occasione della sua iniziativa di trasferire la sede legale della società Exitone ad Augusta al fine di radicare la competenza della Procura della Repubblica di Siracusa dove ritiene di poter godere di una difesa più efficace”, annota il gip romano Daniela Caramico D’Auria motivando le esigenze cautelari per il rischio di inquinamento delle prove.

Non è l’unico fattore che dà forza a questo sospetto. Dalle articolate inchieste emergevano poi alcuni comportamenti di Bigotti. Molto sospettoso, temendo di essere intercettato, l’imprenditore di Pinerolo usava alcuni espedienti per mantenere le sue conversazioni fuori dai radar di eventuali investigatori. Ad esempio utilizzava un'utenza telefonica intestata a una persona deceduta. Poi aveva installato sul telefono un'applicazione, Wickr Me, che permetteva di distruggere automaticamente i messaggi subito dopo la lettura. Il gip di Roma che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari dell’amministratore del gruppo Sti annota anche che Bigotti “ha numerosi contatti con persone che rivestono ruoli istituzionali, utilizzati per acquisire informazioni sulle indagini in corso e compromettere la genuina acquisizione delle prove”.

Un esempio citato nell’ordinanza è quello di un dirigente del ministero dell’Economia e delle finanze, Emanuele Barone Ricciardelli (non indagato). In una conversazione telefonica il funzionario del Mef comunicava all’imprenditore che c’erano problemi su una pratica per colpa di alcune segnalazioni per “turbativa d’asta” della Guardia di finanza sulle società di Bigotti e "con tono agitato, riferiva dell'esistanza di 'accertamenti delle procure'" che riguardavano lui, il suo braccio destro Aurelio Voarino e la sua collaboratrice Alexandra Mogilatova e. Bigotti sapeva, c’era un’istruttoria dell’Antitrust sulla gara Fm4 della Consip, una gara enorme, composta da 18 lotti, e dal valore totale di 2,7 miliardi di euro. Dopo quella conversazione il dirigente Mef poi scriveva poi una mail tramite posta elettronica certificata alla procura di Roma per sapere se su Bigotti erano in corso inchieste. E un’inchiesta era effettivamente in corso: è quella per la quale il 18 dicembre scorso Bigotti, la sua compagna Barbara Bonino, ex assessore ai Trasporti della giunta piemontese di Roberto Cota, e alcuni uomini e donne che lavorano per le società del gruppo Sti, come la Mogilatova, hanno ricevuto un avviso di conclusione dell’inchiesta per turbativa d’asta in concorso per la spartizione del mega-appalto di Consip.

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