LA VOCE DEL PADRONE

Capitale-lavoro, “la lotta è finita” Occorre un patto dei produttori

Il conflitto in fabbrica è retaggio del passato, ora la competizione è sui mercati globali e la sfida si misura sull’innovazione. Per questo, afferma Carbonato, leader di Prima Industrie, serve un’alleanza tra le parti sociali

Serve un nuovo patto tra padroni e sindacati. Una alleanza dei produttori in grado di cogliere la sfida dei mercati mondiali. E i rappresentanti dei lavoratori in Italia “devono fare un passo in avanti” superando l’ormai antistorico conflitto tra capitale e lavoro, che ormai “non c’è più”. Uno dei postulati del secolo ferrigno appartiene all’età delle bronzine non certo all’epoca della rivoluzione digitale. A parlare è Gianfranco Carbonato, numero uno di Prima Industrie, impresa leader a livello mondiale nel settore dei laser e della meccatronica di ultima generazione, ed ex presidente di Confindustria Piemonte. Giovedì non è mancato alla presentazione del piano Impresa 4.0 alle Ogr e subito dopo ha ricevuto il ministro Padoan nel suo nuovo stabilimento di Collegno con cui ha celebrato i 40 anni di vita della sua creatura e i due decenni di quotazione in borsa di un’azienda nata nel solco della grande tradizione ingegneristica della Dea di Moncalieri e diventata un fiore all’occhiello dell’industria italiana, con sedi in America e Cina. Un colosso con otto stabilimenti nel mondo e 440 milioni di fatturato. Sono 1.800 i dipendenti, con un’età media inferiore ai quarant’anni: “Puntiamo sul nostro capitale umano e così riduciamo anche la conflittualità interna”.

A 70 anni, Carbonato è brillante nel cogliere i mutamenti del mondo del lavoro, le opportunità create dalla tecnologia e i rischi che si annidano dietro a un sistema produttivo sempre più affidato all’automazione. Ma cosa intende quando dice che i sindacati devono fare un passo avanti? “L’idea di base è la necessità di collaborare per aumentare la produttività delle nostre imprese perché sappiamo bene che il lavoro in Italia ha una produttività inferiore di quello realizzato altrove”. C’è stato in questi anni un deficit di investimenti che hanno portato a posticipare l’introduzione nei sistemi produttivi di nuove tecnologie, soprattutto nei settori in cui l’impatto dell’innovazione è più evidente come quello meccanico, chimico e manifatturiero. Insomma, in Italia si lavora tanto, ma il rapporto tra ore lavorate e beni e servizi prodotti resta tra i peggiori d’Europa. “In questo senso dico che serve un’apertura da parte dei sindacati per consentire alle nostre imprese di essere più competitive sul mercato globale. Solo così si potrà creare più ricchezza e a quel punto ridistribuirla meglio”. Carbonato invoca un mondo sindacale “meno arroccato e ideologico”.

Quando i lavoratori di Amazon, a novembre, hanno proclamato lo sciopero in occasione del Black Friday, Carbonato non esitò a definirla una scelta “inaccettabile”. “Capisco chi fa un lavoro ripetitivo e si sente sfruttato ma le imprese americane osservano con interesse l’Italia e un’iniziativa come quello non è un bel segnale”. Tra i pilastri del piano Impresa 4.0, con i suoi 9,8 miliardi stanziati per il 2018, c’è la formazione e l’investimento nel capitale umano, oltreché nella tecnologia.

Sul programma di investimenti del governo c’è un’adesione pressoché unanime degli industriali, diverse però sono le posizioni sull’atteggiamento da tenere verso una progressiva automazione dei sistemi produttivi. All’inizio degli anni Novanta già si cantava di “famiglie di operai licenziate dai robot”, un fantasma che oggi torna ad agitare i sonni della classe dirigente e contribuisce a provocare gli “arroccamenti” di politica e sindacati. Sull’ipotesi di tassare i robot, intesa come un prelievo sui macchinari da devolvere alle casse dello Stato, l’ultimo in ordine di tempo a dirsi “assolutamente favorevole” è stato Matteo Salvini, spiegando che la “robotizzazione va benissimo” ma “va governata” per ridurne l’impatto sull’occupazione. Una proposta che Carbonato boccia senza riserve: “L’impresa deve poter fare gli investimenti giusti e stare al passo con la tecnologia per essere competitiva – dice –. Non bisogna disincentivare gli investimenti che finalmente ripartono grazie a Industria 4.0”. Piuttosto, prosegue Carbonato nel suo ragionamento, “l’automazione e la robotica renderanno più ripetitive alcune fasi della lavorazione e imporranno la nascita di nuove tipologie di lavoratori”. Piaccia o no quello è il futuro e per consentire alle imprese di competere senza sparire bisogne metterle nelle condizioni di correre. Poi “ci sarà da gestire socialmente la transizione”.

Intanto globalizzazione in Piemonte è tornata a far rima con disoccupazione o quantomeno apprensione per i 500 dipendenti della Embraco licenziati in tronco dall’azienda multinazionale Whirlpool, pronta a trasferire i suoi stabilimenti produttivi in Slovacchia, dopo essersi pappata tutti gli aiuti pubblici possibili. Un’azione contrastata con fermezza dal governo e in particolare dal ministro Calenda che è arrivato a prospettare una procedura contro la Slovacchia per aiuti di Stato illegittimi. “L’impresa deve avere anche un ruolo sociale, non solo economico e finanziario – conclude Carbonato –. Quello che è successo alla Embraco è totalmente inaccettabile. Non possono ricevere contributi e dopo poco tempo delocalizzare al solo scopo di ridurre la manodopera. Ho visto altre delocalizzazioni in cui l’impresa è stata molto più ragionevole”.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    13:31 Domenica 11 Febbraio 2018 PELDICAROTA Ha scritto Marcello Marchesi

    Brindò al bilancio della società Gridò Hip Hip Urrà E poi, con gesto da gran signore Che non dimenticherò mai Levò alto un bicchiere di sudore Dei suoi operai.

  2. avatar-4
    17:37 Sabato 10 Febbraio 2018 Valter Ameglio Il sole dell'avvenire

    Il rapporto ore lavorate e beni prodotti non ci rende competitivi? Sicuramente vero se guardiamo la Cina che è già qui senza prendere aerei. Ma come mai se guardiamo alla Germania là si possono permettere di sperimentare contratti che prevedono meno ore coniugando la qualità e la quantità della produzione con la salvaguardia del salario? Sicuramente il sindacato deve fare passi avanti ma anche l'imprenditoria nostrana ha ancora molto da imparare

  3. avatar-4
    12:31 Sabato 10 Febbraio 2018 Paladino Ultimi talebani...

    Qualcuno vada a spiegarlo a Marco Rizzo e C. Anche se dubito che lo capiranno mai....

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