Sport, una rivoluzione mancata

In una recente intervista l’assessore allo Sport del Comune di Torino, Roberto Finardi, ha annunciato una decisione che purtroppo non si rivela innovativa: “Daremo le piscine in affidamento ai privati”. L’elenco che segue nell’articolo è la conferma di quanto dichiarato: tutte le piscine ancora a gestione diretta, una per circoscrizione, saranno date in concessione a terzi e non si annovereranno più tra le poche superstiti in mano al comune. Affermazione dai toni decisi a cui è seguita, ad onore di cronaca, una smentita parziale dove la lista è stata ridotta di numero dall’assessore, pur lasciando intatto il principio di base, ossia le “necessarie esternalizzazioni”.

La rivoluzione era molto attesa dai cittadini all’ombra della Mole, ma lo stravolgimento delle dinamiche che da decenni hanno retto Torino per ora è rinviato; nel frattempo si mantiene l’esistente, seppur con qualche modifica nel sistema di governo all’interno di Palazzo Civico. La privatizzazione delle piscine subalpine riporta alla mente un’espressione nata in seguito ai lavori dell’Assemblea Costituente. Parafrasando infatti il giurista e costituzionalista Calamandrei anche nel capoluogo subalpino assistiamo ad una “Rivoluzione promessa in cambio di quella mancata”, e le scelte annunciate dalla giunta, in merito agli impianti acquatici comunali, sembrano confermarlo amaramente.

Gli impianti sportivi raffigurano forse il più limpido esempio del grande tradimento, sul lungo periodo, delle speranze sociali sviluppatesi in seno ai programmi amministrativi delle giunte Novelli. Nelle periferie il decennio rosso si è tradotto in scuole costruite celermente e nel dopo scuola, nel fiorire di asili nido ovunque, nell’apertura di piscine e bocciofile: il tutto dando seguito alla convinzione degli amministratori cittadini che lo Sport era il solo chiavistello per accedere all'integrazione di chi viveva l’emarginazione nei quartieri nati ai confini della città.

Sport e Cultura rappresentavano quindi socializzazione: giovani che abbandonavano le strade ed i bar perseguendo un diverso stile di vita e di “fare comunità”. Legare insieme quel binomio significava affrancare i figli degli operai, togliendoli da rioni dormitorio per indirizzarli verso i licei e le università. Quale giovane alunno negli anni 70, durante la frequentazione della scuola elementare Vidari (Mirafiori Nord, pieno Borgo Cina), fui obbligato insieme ai miei compagni di scuola a fare almeno due ore di nuoto ogni settimana: imparai a vincere la paura delle grandi distese d’acqua nelle piscine del Sindaco Diego Novelli (quindi di tutti noi). Una possibilità di formazione sportiva che purtroppo venne negata alle scolaresche dei decenni successivi.

Infatti verso la metà degli anni ’80 comparve magicamente una parola presto trasformatasi in un assillante tormentone: il vocabolo “Tagli”. Tagli alla manutenzione degli impianti sportivi; tagli e conseguente riduzione del personale di piscina; tagli ai beni immobiliari pubblici e loro inevitabile alienazione; esternalizzazione dell’immenso patrimonio sportivo cittadino. Grazie a questo modus operandi le grandi associazioni sportive hanno lentamente sostituito il Pubblico rilevando, uno ad uno, gli impianti sportivi ceduti dalla città stessa.

L’attività fisica è tornata così ad essere esclusiva poiché riservata a pochi, alimentando presto un paradosso assoluto: Torino vanta innumerevoli campi calcistici e molte strutture per il nuoto, eppure è quasi impossibile poter far accedere allo Sport i ragazzi provenienti da famiglie a reddito di povertà. Piscine e palestre si aprono quindi a loro, a chi vive il disagio continuo, solamente per la gentile concessione delle associazioni che gestiscono le strutture medesime e tramite l’interessamento dei servizi sociali di zona. In sintesi, il Comune è teoricamente il proprietario di un grande parco sportivo ma non può disporne come vuole, ad esempio per fini sociali, poiché consegnato chiavi in mano a terzi nel nome del “Taglio”.

Ai tempi in cui rivestivo il ruolo di Presidente della Circoscrizione 2 mi opposi fortemente alla concessione diretta, senza bando, della piscina comunale Gaidano a favore di un’associazione sportiva molto importante in Torino. Seppur da sempre comunista mi presi del “Fascista” dalla sua referente poiché non la privatizzavo, e mi adirai moltissimo, ma oggi agirei nel medesimo modo senza alcuna ombra di dubbio.

I bandi per la gestione di alcuni campi da calcio comunali sono andati recentemente deserti (Vallette, Borgo Vittoria, Borgata Frassati) ed alcuni probabilmente rimarranno senza risposta in futuro (Roveda, Mirafiori Sud) poiché con ferrea logica i concessionari cercano impianti che non si trasformino in motivi di debito ma al contrario siano fonte di profitto. Corsi di nuoto e di calcio hanno un costo per le famiglie e rappresentano un introito per le associazioni che operano all’interno dei beni pubblici (alcune squadre “Primavera” si allenano in aree comunali a fronte di imponenti esborsi da parte ei genitori dei piccoli “pulcini”).

L’insegnamento che affiora dal desolante quadro in cui versa lo sport torinese, a cui si affianca quello di molte bocciofile (prima tra tutte “Oltre Po”, abbandonata e devastata dagli ultimi gestori), è quello di un necessario quanto urgente ritorno del Pubblico nelle strutture sportive, a fronte di investimenti ed assunzioni di personale dedicato. Proposta che non significa necessariamente l’espulsione delle associazioni “sane” da palestre, campi e piscine, ma al limite un loro affiancamento da parte del Comune, della collettività che ne è la vera proprietaria, così da garantire a tutti l’accesso gratuito allo Sport (con beneficio anche per le future spese sanitarie).

Ecco la Rivoluzione attesa: un’utopia necessaria e quanto mai realistica nei suoi “buoni” effetti. 

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1 Commenti

  1. avatar-4
    09:10 Martedì 20 Febbraio 2018 mork denaro

    io penso che la storia del gratis per tutti sia come un fustino di detersivo in cambio di due: il denaro serve a mantenere le piscine ed è erogato dal privato con le tasse o gli investimenti, il che sono la stesa cosa. La storia dei ricchi che devono dare di più è in voga solo nelle dittature, o nelle democrazie in bancarotta, perchè è un circolo vizioso: dare a tutti con i soldi degli altri è demagogia e populismo. Quindi lei non è fascista.

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