ECONOMIA DOMESTICA

Embraco, è il mercato bellezza

Ora piangiamo lacrime di coccodrillo sui soldi versati e vorremmo impedire che altri paesi facciano quello che Regione e stato italiano hanno fatto per decenni. Fiat docet. L’economista Colombatto: "È la legge della concorrenza e della competitività"

“Per decenni abbiamo sussidiato Fiat e guardiamo come è andata a finire. Io, però, non accuso la Fiat, ma chi le ha dato i soldi. Un imprenditore fa benissimo a prendere denaro pubblico e poi a fare i propri interessi, ma la cosa migliore è non darglieli quei quattrini. Se un’impresa è efficiente non ha bisogno di soldi pubblici e se ne ha bisogno vuol dire che non lo è e quindi non li merita”. Per raccontare la vicenda Embraco, con sopra a tutto il dramma dei 497 di dipendenti per cui si profila il licenziamento, serve anche togliere pesanti veli di ipocrisia, tirar fuori da sotto il tappeto una polvere che a qualcuno può provocare allergie, ma che c’è e a sua volta è tristemente utile per non addossare solo alla multinazionale la responsabilità (pesante) di pratiche utilizzate anche da grandi gruppi autoctoni nel nostro Paese. Lo fa senza infingimenti Enrico Colombatto, economista di fama internazionale, liberista, einaudiano, cresciuto alla scuola di Sergio Ricossa.

Sul caso dello stabilimento di Riva di Chieri, che il gruppo Whirlpool vuole chiudere per delocalizzare in Slovacchia è altrettanto netto, al limite dal suscitare prevedibili reazioni contrarie: “Se un’impresa decidere di chiudere perché ritiene che non ci siano più le condizioni per operare in modo redditizio questa è la legge del mercato e della libera imprenditorialità”, ma l’economista torinese torna sul punto cruciale in uno scenario in cui è difficile immaginare che quello approdato sul tavolo del commissario europeo alla concorrenza Margrethe Vestager, resti un caso isolato.

“Se si sono dati in passato dei sussidi a Embraco s’è fatto molto male”. E, bene o male che sia, lo si è fatto: nel 2012 la Regione Piemonte concesse 15 milioni per incentivare la produzione di frigoriferi e, ancora prima, nel 2004 sempre la Regione aveva acquistato alcuni capannoni dal gruppo per una somma attorno ai 12 milioni. E poi ancora un’altra palazzina per 2 milioni. Senza contare il supporto per la formazione e l’aggiornamento del personale. Interventi lodevoli, mirati a mantenere sul territorio un’azienda che più volte in passato avrebbe manifestato o lasciato intendere la possibilità di ridurre pesantemente il personale. Risultato: la “gentaglia” come il ministro Carlo Calenda ha definito il vertice della multinazionale e i suoi consulenti italiani quando hanno ritenuto di farlo hanno tirato dritto, infischiandosene di quel (tanto) che avevano avuto.

Ieri Paolo Gentiloni ha ribadito come "se vogliamo investire sull’avvenire e sul capitale umano non possiamo permettere che all’interno dell’Ue ci siano forme di dumping fiscale e sociale. Il Governo – ha aggiunto il premier – ha fatto del caso Embraco un caso esemplare, riguarda il modo in cui si sta insieme nell’Unione Europea". E mentre continua la ricerca del cavaliere bianco, un acquirente interessato alla reindustrializzazione, per dare nuova vita allo stabilimento del Torinese, con Invitalia, l'agenzia del ministero dello Sviluppo che si occupa di attrazione degli investimenti che ha incontrato un’azienda straniera,  oggi è fissato il tavolo tra azienda e sindacati all’Unione Industriale di Torino. In via Fanti ci sarà un presidio dei lavoratori, mentre Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato, entro il 15 marzo, uno sciopero generale dei metalmeccanici torinesi, il primo del genere da dieci anni.

Da Bruxelles la Vestager ha detto che “la Commissione valuterà se le regole sugli aiuti sono state rispettate, ma non diamo giudizi prima di conoscere i fatti reali”. Un tema quello del rispetto delle regole che per Colombatto riassume così: “Se la Slovacchia ha violato delle regole usando dei fondi comunitari in modo improprio ci deve pensarci l’Unione Europea, ma se quel Paese ha rispettato le regole non abbiamo niente da dire se non rammaricarci che la Slovacchia sia un Paese più attraente”. Controcorrente anche sull’approccio del Governo alla questione, l’economista torinese: “Ho la massima empatia e solidarietà per i dipendenti e le loro famiglie, ma fare tutto questo baccano, che sospetto sia motivato anche da questioni elettorali, non è una mossa molto saggia: un investitore straniero che sta considerando di venire in Italia di fronte a questo baillame credo ci penserà due volte”.

Nel frattempo Embraco ha pensato di trasferire la produzione nel Paese dell’Est, peraltro grazie alla consulenza di un manager italiano, anzi torinese di Moncalieri, Antonello Lanfranco, Lì l’economia cresce del 5,4 per cento, la disoccupazione è al 5,9 per cento, ha applicato la flat tax, ma poi è tornata sui suoi passi e alle aliquote progressive e ora il rapporto deficit/Pil è all’1,7 per cento. In Italia il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo del lavoro e lo stipendio netto pagato al dipendente, nel 2016 era pari al 47,8 per cento, in Slovacchia è del 41,5 per cento che non avendo il nostro debito pubblico può permettersi imposte sulle società più basse della nostra (22 per cento contro 24 per cento). E, fatto non marginale, l’economia tira e attira aziende. Se con mezzi sempre leciti o meno resta da appurare.

“Una pratica di cui da tempo denunciamo gli effetti nefasti e che è quella di strapparsi le aziende anziché usare i fondi per farne nascere di nuove” dice l’europarlamentare del Pd Mercedes Bresso, che da presidente della Regione Piemonte aveva avuto tra i suoi dossier anche quello di Embraco.  “Teoricamente queste pratiche non sarebbero possibili, ma gli Stati trovano modi nella forma legittimi, però scorretti nella sostanza”. Come correre ai ripari? “Occorre omogeneizzare la tasse sulle imprese a livello europeo, poi visto che è difficile impedire a un’azienda di andare altrove bisogna vietare l’uso di fondi per queste operazioni, ma anche dare vita a un fondo che aiuta a creare nuove opportunità produttive e occupazionali”. Per l’emergenza la Bresso auspica che Calenda “ottenga un’autorizzazione per un intervento in deroga per mettere a disposizioni finanziamenti al fine di aiutare a trovare una soluzione in loco e ricollocare il personale”. Lei stessa conviene sul punto degli aiuti: “È sempre pericoloso cercare di trattenere aziende offrendo aiuti. Non si possono dare dei soldi e dopo un po’ l’azienda se ne va. Oggi dall’Italia in Slovacchia, magari tra un po’ dalla Slovacchia in Cina”.

Proprio dell’Asia e dello spostamento del settore industriale verso quel continente parla Alberto Forchielli, economista e partner del fondo di private equità Mandarin. Il caso Embraco è “spia di una situazione molto più ampia che riflette la scarsa competitività dell’Italia”.  Profondo conoscitore della Cina e del tema delle delocalizzazioni Forchielli di Embraco dice che è “una storia triste ma è così, se in Italia hai alti costi, alte tasse, devi essere tu a migliorarti anziché pensare di forzare un cambiamento negli altri paesi chiedendogli di diventare meno competitivi. Le fonti di svantaggio competitivo in Italia sono enormi, costo del lavoro, tasse sul lavoro, Irpeg e indirettamente Irpef elevate”. Sul possibile intervento dell’Unione Europea si dice scettico: “La Ue non può fare assolutamente niente. Impostare il discorso sul dumping fiscale, non ha senso: hai contro Slovacchia, Repubblica ceca, Romania, i Paesi nordici, sicuramente l’Olanda. Ti rispondono che non hai fatto niente per renderti competitivo, e ora vorresti che fossero loro a fare politiche di maggior tassazione e spesa per diventare meno competitive. Assurdo”. Come assurdo appare il dover gettare la spugna davanti alla decisione di una multinazionale di licenziare i dipendenti e trasferirsi altrove. Dopo aver goduto di aiuto. Purtroppo non sarà l’ultimo caso. Di certo non è il primo, neppure in Piemonte. Anzi, proprio qui.

print_icon

6 Commenti

  1. avatar-4
    17:44 Giovedì 22 Febbraio 2018 dedocapellano Anche l'Italia non aveva i requisiti....

    Per motivi diversi dai paesi dell'Est anche l'Italia non aveva i requisiti per entrare nell'Unione Europea e adesso subiamo lo scacco sia dai paesi forti che da quelli deboli.....

  2. avatar-4
    14:51 Giovedì 22 Febbraio 2018 BOLIVAR777 Purtroppo questa è la UE

    La UE ha fatto entrare Paesi che non avevano i requisiti per entrarvi. Ora è normale che le imprese vadano dove le norme sindacali sono deboli, il lavoro costa poco. Certi Paesi attirano aziende e capitali, questa è una faccia della UE

  3. avatar-4
    12:47 Giovedì 22 Febbraio 2018 già... Slovacchia, riforma della Pubblica amministrazione (20 dicembre 2012)

    “La riforma della Pubblica amministrazione, il progetto che il Ministero degli Interni ha denominato ESO (governo efficiente, affidabile e aperto in Slovacchia), porterà enormi risparmi al bilancio dello Stato, secondo quanto ha riferito ieri il Primo Ministro Robert Fico dopo la riunione di gabinetto. «Questa è la strada che deve prendere la Slovacchia. Dobbiamo tagliare le spese dell’amministrazione dello Stato». Ieri il Consiglio dei Ministri ha deciso di liquidare al 31 dicembre tutti i capi degli uffici ambientali regionali, gli uffici regionali per le costruzioni, e quelli scolastici. Licenzierà inoltre i capi degli uffici regionali per il trasporto su strada e per le strade, demandando il loro ufficio ai capi degli uffici distrettuali. La chiusura di 64 uffici regionali specializzati dell’amministrazione dello Stato è parte della prima fase di ESO – la riforma che dovrebbe semplificare notevolmente il contatto dei cittadini con le autorità governative, con la centralizzazione di tutte le questioni in un unico luogo. Nella seconda fase della riforma, dal 1° gennaio 2014 in poi, tutti i locali uffici statali dell’amministrazione con responsabilità diverse dovrebbero essere integrati in un unica amministrazione statale. Con la cancellazione di 199 posizioni lavorative”

  4. avatar-4
    10:53 Giovedì 22 Febbraio 2018 moschettiere Troppo difficile?

    Vogliamo metterci in testa che le imprese nom sono delle ONLUS e lo Stato non dovrebbe essere impostato sull'assistenzailsmo? Ci vuole così tanto per capire che basterebbe un sistema fiscale equo, senza regalie (dunque occorre una classe dirigente onesta...) né forme di assistenza particolare, e aggiungiamo la necessaria stabilità politica, e in automatico il costo del lavoro e previdenziale si porterebbero a livelli accettabili nella logica del corretto profitto. E chi vorrebbe fare impresa, investirebbe. Troppo difficile capirlo? Nessuno si chiede perché i colossi nipponici hanno escluso l'Italia quando anni addietro hanno fatto colossali investimenti in Europa? Il problema Embraco è solo politico, e la stessa politica che ha causato il male, non potrà certo fornire la ricetta per sanarlo.

  5. avatar-4
    09:44 Giovedì 22 Febbraio 2018 dedocapellano Italia,n Paese per "prendere"... non per "intraprendere"

    L'Italia è un Paese dove si "costringono" gli imprenditori a non "pagare" le tasse per non chiudere l'impresa...... poi però se l'impresa dovesse fallire allora lo stato italiano attraverso la Procura della Repubblica attacca violentemente quegli imprenditori che pur di "salvare" centinaia di lavoratori non hanno pagato i contributi...... Ha ragione l'economista Colombatto "Se un’impresa decide di chiudere perché ritiene che non ci siano più le condizioni per operare in modo redditizio questa è la legge del mercato e della libera imprenditorialità”..... e allora fanno bene i vertici di Embraco a chiudere.... l'Italia non è un Pase per intraprendere..... forse è solo un Paese per "prendere"!

  6. avatar-4
    09:19 Giovedì 22 Febbraio 2018 enzar Come la Aspera

    I paesi dell'ex cortina di ferro hanno attratto le grandi multinazionali, con leggi fatte ad hoc per quelle tedesche e francesi, perchè questi nuovi membri hanno goduto per molti anni di clausole di salvaguardia sulla loro legislazione nazionale e inoltre ricevono molto più denaro di quanto non ne versino alla UE. Anni addietro la famosa Aspera motors, sempre del gruppo Whirpool e prima FIAT, fece la stessa fine spostando tutto in Slovacchia ma allora ci pensarono i generosi prepensionamenti e la la CIG "a vita"per la gioia del debito pubblico sulle spalle dei giovani. Adesso lo stabilimento di strada delle cacce è da anni rifugio di disperati e la copertura di amianto e totalmente compromessa a causa dei continui fuochi accesi, magari l'Appendino potrebbe fare qualcosa, se gli interessasse Torino....

Inserisci un commento