Fermare le delocalizzazioni

“Dumping sociale”, “capitale umano più vantaggioso”, “grande concorrenza sleale”: sono solamente alcune delle espressioni che la politica adotta per contestualizzare la fuga della produzione industriale all’estero, ossia la delocalizzazione delle fabbriche.

In periodo di campagna elettorale può accadere il miracolo, il prodigio consistente nel puntare finalmente i riflettori della ribalta mediatica su una grave vicenda tutt’altro che rara, seppur presentata come evento eccezionale quanto significativo. Il caso Embraco diventa in tal modo protagonista assoluto della cronaca torinese, nonché l’elemento scatenante di un secondo fenomeno normalmente inimmaginabile: un quotidiano subalpino dedica straordinariamente due intere pagine alla pubblicazione dei nominativi dei 537 lavoratori licenziati in tronco dai vertici della società multinazionale.

Un’attenzione giornalistica comunque sospetta, oltre che miracolosa, perché marcata da tanta ipocrisia maturata in anni dove ha regnato il più assoluto disinteresse, sia da parte della politica di governo che di tanti giornali, verso la fuga all’estero della produzione. I 537 dipendenti Embraco licenziati rappresentano infatti la sintesi di decenni in cui le politiche sociali, e del lavoro, sono state sacrificate nel nome del liberismo spinto e della globalizzazione finanziaria (ultimo altare sacrificale in ordine di tempo è il Jobs Act). Le dichiarazioni in merito al tema “Lavoro” rilasciate recentemente dal premier Gentiloni, all’unisono con i commissari europei, bene inquadrano un convincimento ideologico di libero mercato radicato in profondità tra le fila di molte forze partitiche, sia di governo che di opposizione.

Nel nome del mercato che si auto regola per decenni la classe politica al potere ha volutamente ignorato il fenomeno della cosiddetta delocalizzazione, limitandosi quasi sempre a dare un’occhiata sfuggente a quei lavoratori lasciati sulla strada. Alla base dei traslochi industriali, verso mete estere, risiede la brama padronale di profitti ancor più golosi di quelli già realizzati. La fame di soldi della classe dominante divora tutto: cavallette distruttrici lasciate libere di scorrazzare mentre dai ministeri, e dagli assessorati regionali, giungono solo generose pacche sulle spalle dei novelli disoccupati, accompagnate da affermazioni rituali del tipo “Non possiamo fare niente per voi”.

Eppure l’amministrazione pubblica ne ha fatti parecchi di regali ai famelici imprenditori. Nell’anno 2004, ad esempio, l’Embraco minacciava (esattamente come oggi) di chiudere i suoi impianti in Piemonte, licenziando conseguentemente 812 dipendenti. Gli enti istituzionali reagivano invitando ad un tavolo i manager dell’azienda ed offrendo loro 13 milioni di soldi pubblici per desistere dalla fuga all’estero. Il management ha prontamente incassato il corposo sostegno regionale, ma nel 2013 la Regione Piemonte impegnava altri due milioni di euro per scongiurare l’ennesimo rischio di serrata.  

“Prendi i soldi e scappa” è stato il titolo che anni fa abbiamo dato ad un’iniziativa pubblica dove si presentava la proposta di legge regionale contro le delocalizzazioni (di cui ero presentatore per il PRC). La norma che avevamo redatto, dopo averla imbastita davanti ai cancelli della Eaton di Rivarolo (fabbrica chiusa poiché portata fuori confine), prevedeva in sintesi la restituzione dei fondi pubblici goduti da quegli imprenditori (beneficiari dei finanziamenti) prossimi alla fuga. Infine, il disegno di legge stabiliva che nel caso i manager si fossero rivelati inadempienti, le istituzioni avrebbero potuto requisire attrezzature e capannoni per assegnarli nuovamente in autogestione ai lavoratori.  

Il Ministro Calenda, in un’intervista recente, si dichiara convinto del fatto che “trattenerli a forza (la Embraco, nda) è impossibile” ma evidentemente è possibile per le imprese tradire i patti stipulati con la collettività in cambio di cospicui finanziamenti pubblici. La politica, dimostra ampiamente il Ministro, anche in questa peculiare campagna elettorale continua a caratterizzarsi per il suo sbattere contro le pareti in vetro del bicchiere che la tiene prigioniera, come una mosca impazzita. I candidati danno sfoggio della loro capacità oratoria, ed intanto coloro che sono vincolati da contratti a chiamata con agenzie interinali scoprono, amaramente, di aver perso pure il diritto all’abbonamento GTT poiché “occupati” e non più scrivibili (grazie alle ultime riforme del Lavoro) negli elenchi dei centri per l’impiego: una vera immensa beffa verso chi lavora un giorno, massino due, alla settimana in cambio di poche decine di euro.

I nuovi contratti di assunzione sono una manna per i dirigenti imprenditoriali e per la statistica: ridotta la spesa, ossia il famoso costo del lavoro, lavorare tre giorni alla settimana equivale alla creazione di tre posti di lavoro e l’estinzione di ogni diritto in capo al dipendente stesso.

La multinazionale Whirpool/Embraco è pronta a spendere alcune decine di milioni al fine di traslocare in Slovacchia, nel frattempo la politica italiana sembra capace solamente di interrogarsi per comprendere come togliere ulteriore dignità a chi vorrebbe lavorare per vivere.

Ricordiamoci sempre, nell’urna elettorale come nel quotidiano, che dignità e diritti sono alla base di una Democrazia vera. L’ideologia neo liberista per ora ha vinto. Tocca a noi tutti ricostruire solidarietà ed unità di classe: uniche barriere alla razzia delle locuste affamate.  

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