TORINO-ROMA

Chiappendino da esportazione

Non un governo con i Cinquestelle ma neppure l'Aventino del Pd. Il governatore del Piemonte propone il "modello torinese" del dialogo con la sindaca grillina. Più facile tra vertici di due istituzioni distinte, insidioso in Parlamento

“In politica mai dire mai. Bisogna vedere quali sono le proposte che vengono da coloro ai quali i cittadini italiani hanno dato la responsabilità. Al momento, proposte concrete dal M5s non ne abbiamo sentite”. Sergio Chiamparino quasi non fa in tempo a veder rilanciate dalle agenzie le sue parole che, per molti, finisce iscritto d’ufficio al fronte aperturista verso un ipotetico governo Cinquestelle, associato addirittura al collega pugliese Michele Emiliano e a quelli che sul nodo dei rapporti tra Pd e pentastellati colgono l’ennesima occasione per silurare Matteo Renzi. Chiamparino quindi tra i congiurati che si preparano alle Idi di marzo?

In realtà, non c’è nulla di più lontano dal tratto politico del presidente del Piemonte di una sua catalogazione, di una sua collocazione nelle geografia correntizia o schematica. E quindi non è in contraddizione con quel ragionamento (liquidato troppo in fretta come esempio di democrat dialogante con i grillini) il suo prosieguo, ovvero quando avverte: “Non possiamo togliere le castagne dal fuoco agli altri”. Una correzione del tiro, per evitare, come lui stesso ammette, che si generino equivoci, come spesso provocano le sue sortite, apparentemente estemporanee? Non solo. Proprio questo suo essere libero di etichette – una delle tante appioppategli, quella di “diversamente” renziano, rende l’idea – pur senza mai muoversi come un cane sciolto rispetto alle regole della politica e del partito (dal Pci a scendere), contribuisce a farlo rimanere nel novero, assai ristretto ad oggi, dei papabili alla successione di Renzi. Lui, senza infingimenti, lo ha detto: “Candidarmi a segretario? Perché no? Io una mano la posso dare", aggiungendo d augurarsi che “Renzi voglia gestire questa situazione in maniera collegiale, magari anche congelando le sue dimissioni”. Il problema, semmai, è che al momento nessuno pare se lo fili, accogliendo e men che meno rilanciando questa sua “generosa” disponibilità. Forse è ancora presto e i maggiorenti democratici di ogni rito preferiscono stare acquattati in quella palude popolata di alligatori.

Ma è sulla questione cruciale, quella che rischia di dividere il partito, che occorre guardare a Torino. Non solo perché è da qui che parla Chiamparino, ma soprattutto perché è qui che è nato il Chiappendino, esperimento di concordia istituzionale in guisa di ircocervo tra la sindaca grillina Chiara Appendino e lo stesso governatore, una cui possibile riproposizione, mutatis mutandis, in versione esportazione non è affatto da escludere a priori. Le differenze sono enormi e molteplici, ma è l’approccio il punto. Sia pure indirettamente, è sempre Chiamparino in qualche modo a confermarlo quando dice che sul dialogo con i Cinquestelle non c’è da sfatare nessun tabù, ricordando che “io quasi quotidianamente dialogo con la sindaca Appendino”. È pure vero che più d’uno nel Pd ha visto spesso, non di buon grado, quel dialogo con la sindaca come una sorta di aiuto nei suoi confronti, un toglierla d’impaccio nei molti momenti critici. Ci fu pure chi, come la deputata dem, renzianissima, Silvia Fregolent disse che il Chiampa nei confronti della sindaca pareva muoversi “con quell’intento pedagogico che di solito colpisce gli uomini maturi nei confronti delle giovani donne”. Lui non la prese, ovviamente, bene. E forse non solo per una questione anagrafica.

Il tempo di cui tenere conto, semmai, sarebbe stato quello passato, gli anni del Pci in cui, con spirito migliorista e riformista, Chiamparino coltivò quella pratica del dialogo allora con le formazioni più a sinistra, senza cedevolezze, ma con la consapevolezza che non sempre o quasi mai i muri possono risultare più utili di strade su cui incamminare l’avversario, magari aspettando che inciampi o mostri la scarsa attitudine alle lunghe marce zaino in spalla, qualità non certo ignota all’alpino Sergio. Il quale torna, tenendo ben fermi alcuni punti, proprio su dialogo come base costitutiva della politica: “La mia posizione è molto semplice: i cittadini hanno decretato la vittoria dei M5s e, nel centrodestra, della Lega. Spetta a chi ha vinto fare proposte per il governo del Paese” ha detto, rimarcando con chiarezza che “noi non possiamo che collocarci all’opposizione, sapendo che l’opposizione non è l’Aventino, e che, senza scomodare i padri costituzionalisti, il dialogo è uno degli elementi fondanti di qualsiasi democrazia”. Ma, ha ancora puntualizzato, “dialogo che non va in alcun modo confuso con il sostegno a soluzioni di Governo altrui, che sia M5s o tantomeno della Lega”.

Al netto di contestati (e forse non sempre a torto) eccessi, questa è la versione esportazione del Chiappendino. Stanre i grilli, dividerli, far emergere le contraddizioni interne e offrire una sponda politica a quella parte “responsabile”, meno radicale e barricadiera. Certo più facile nell’originale, giacché si tratta di un rapporto tra due istituzioni, mentre in Parlamento la questione è assai più complessa e potenzialmente scivolosa. Come già lo sono alcune letture date alle parole di Chiamparino. Lui ne è conscio, tanto da precisare che “per evitare interpretazioni che possano alimentare le divisioni al nostro interno, accentuando l’immagine di litigiosità del partito, come ho già avuto modo di dire è fondamentale che dalla direzione di lunedì esca una proposta di gestione collegiale del partito”. Non solo una cautela, ma anche una strada indicata da chi potrebbe essere chiamato ad aprirla. Senza confondere il dialogo con l’apertura, tantomeno con un appoggio che, in qualsiasi forma, scatenerebbe una rivolta dell’elettorato democrat nei cui confronti (per non dire dei vertici del partito) i grillini non hanno mai misurato una parola, né lesinato accuse e giudizi non di rado inqualificabili. Nel ragionamento di  Chiamparino, sembra trasparire, piuttosto quella vecchia pratica, come detto, applicata con le forze più radicali della sinistra in anni passati. E rinverdita, con opportuni aggiustamenti, nel rapporto con la dirimpettaia torinese che ancora ieri, auspicando Luigi Di Maio a Palazzo Chigi non ha mancato di esprimere “massima fiducia nel Presidente della Repubblica”. Roba da dorotei più che da grillini con l’apriscatole ormai in soffitta. Ma a quel tempo Chiamparino faceva già politica, mentre la Appendino e Giggino Di Maio ancora dovevano nascere.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    12:20 Mercoledì 07 Marzo 2018 Cronistapresente (E)rodersi con stile

    All'origine dell'inesorabile erosione dei consensi dei 5S in città c'è proprio lo stile Chiappendino, un misto di bon ton sabaudo (tipico delle classi ricche come quella in cui è nata e cresciuta la sindaca), di accomodamento DC, e di "volemose bene" 2.0. Chissà se l'enfant prodige di Pomigliano d'Arco rischierà il suo secondo mandato in Parlamento per un compromesso che al massimo potrebbe durare due anni, il tempo necessario per rimettere mano alla legge elettorale e ritornare alle urne. Chissà...

  2. avatar-4
    12:17 Mercoledì 07 Marzo 2018 fatti il modello torinese

    è costato caro ad Appendino, intrappolata in un Comune in dissesto, bilanci fallati, come si dice ora disallineati, debiti antichi e pure i derivati firmati da Chiamparino sindaco dal 2000 al 2005. Furbo Chiamparino, ma Roma è Roma, e il suo gioco laggiù non funziona.

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