Sconfitta o lesa maestà?

“L’errore è stato di non votare nel 2017”: questa è la prima dichiarazione ufficiale rilasciata da un oscuro Renzi nella conferenza stampa post-elettorale. Il segretario del Pd è stato costretto ad ammettere la sua personale rovinosa sconfitta, ma senza assumersene realmente alcuna responsabilità. Un’affermazione dai tratti paradossali nella quale il leader fiorentino, dal super-ego smisurato, addossa la débâcle del suo partito ai tempi con cui si è messo fine alla legislatura: tempi errati, autolesionisti, nella decisione di sciogliere le Camere e chiamare il popolo al voto.

Un’analisi, quella del capitano democratico, ripulita da ogni minimo dubbio in merito alla bontà sociale delle scelte attuate dal vertice “Rottamatore”, e scevra da qualsiasi critica in merito all’operato dei governi a guida Pd succedutisi in questi cinque anni. La sconfitta quindi per Renzi è solamente la conseguenza naturale di valutazioni sbagliate tramite cui si è giunti alla chiusura dell’ultima legislatura. Uno sbaglio chiamato governo Gentiloni e dovuto, come fa intendere l’ex sindaco di Firenze, ad un suo eccessivo amore verso il Paese.

Non hanno certamente influito sull’esito disastroso in cui è inciampato il partito erede di Berlinguer (viene un brivido lungo la schiena legando il nome del grande statista comunista con il Partito Democratico) l’essere stati artefici in Parlamento di riforme liberticide, e ad esclusivo favore della grande impresa: quel mondo imprenditoriale sovente noto per la capacità di prendere i finanziamenti pubblici e poi scappare in terre fiscalmente complici ed amiche (il famoso sistema “Prendi i soldi e scappa”).

Nel quinquennio Dem la povertà in Italia è raddoppiata, portando il numero delle famiglie sotto la soglia di sopravvivenza a livelli mai visti dal dopoguerra ad oggi. Le sacche di disagio sociale si sono moltiplicate: anziani e giovani sono stati i cittadini maggiormente colpiti dalle politiche governative, così come da un’assenza totale dello Stato. Le periferie, abitate dal ceto medio, sono andate incontro ad un lento ed irreversibile degrado tradottosi in abbandono e miseria ulteriore.

L’amministrazione pubblica in mano al Pd ha consentito l’ampliarsi di un fenomeno già presente da tempo, ossia quell’aumento smisurato della ricchezza in mano ad un pugno di individui ed al parallelo crollo economico di tutti gli altri. La guida politica di Renzi è paragonabile alla figura di un Robin Hood al rovescio, dove l’eroe della foresta di Sherwood ruba ai poveri per donare generosamente ai ricchi. L’unica eccezione alla sua missione scarsamente umanitaria consiste in uno sguardo umano rivolto ai migranti, così da poter dimostrare di essere una compagine governativa davvero di Sinistra (migranti gettati un istante dopo il loro recupero nelle braccia del caporalato o nei centri di permanenza e rimpatrio, i famigerati Cpr ex Cie).

Arroganza nelle decisioni, distanza crescente tra le Istituzioni ed i ceti popolari, devastazione del mondo scolastico e del lavoro, annientamento dei diritti sociali e riforme costituzionali reazionarie sono tasselli che vanno a comporre certamente, seppur nella sola testa di Renzi, un puzzle indiziario assolutorio nei riguardi dei vertici Dem: solo la data delle elezioni ha avuto un ruolo nel crollo di consensi, secondo il Matteo nazionale, ed ha generato il disastro nel partito di via Delle Fratte.

Uno tsunami, come dichiara la stessa Bonino, annunciato da tempo ma che nessuno tra i leader governativi ha voluto vedere nel suo avanzare spietato in direzione della spiaggia. Eppure da tempo quella società che la Sinistra dice di voler rappresentare inviava segnali inconfondibili di sofferenza e cieca ira. Segnali di una profonda collera sociale che qualcuno ha voluto indirizzare alla guerra tra poveri sperando così di farla franca.

In questi giorni il dramma italico è al suo apice mentre alcuni big della politica fanno il broncio e le linguacce a quel popolo accusato di tradimento; altri invece anelano a governare pur non avendo la maggioranza necessaria (salvo campagne acquisti).

Al Movimento 5 Stelle tocca infatti subire la pena dantesca del contrappasso (ricordate lo streaming dell’incontro Bersani – Crimi/Lombardi nel 2013) subendo oggi un “Niet” dal Pd, alla richiesta informale di sostegno del governo di Maio, esattamente come il Pd incassò un “Niet” da Grillo innanzi all’istanza (formulata da Bersani) di appoggio esterno al governo democratico. Il leghista Salvini invece è consapevole di essere ad un passo da Palazzo Chigi poiché certo di trovare punti di incontro proprio con i vecchi avversari una volta Comunisti.

I media comunque sanno bene verso chi orientare simpatie e sostegno. Il reddito di cittadinanza al centro della campagna elettorale pentastellata è oggetto di derisione ed esorcizzazione, a punto tale che sono sufficienti pochi sprovveduti in fila presso una sede dell’Inps (alla ricerca del modulo per beneficiare del reddito stesso) per autorizzare la stampa a diffondere un assioma semplice quanto diretto: al Sud non hanno voglia di lavorare e votano Di Maio poiché desiderosi di assistenzialismo puro. Naturalmente agli opinionisti politici sfugge invece il dato reale, quanto preoccupante, di un Nord che ha votato a favore di una tassazione ingiusta ed iniqua come la flat tax (ricchi e non abbienti assoggettati alla tessa aliquota fiscale) e mosso dalla vivida speranza che l’Italia diventi una fortezza invalicabile per coloro che scappano dalla fame.

Deridendo i 5 Stelle si scorda troppo facilmente il costo dei ministeri portati a Monza dalla Lega Nord nel luglio 2011, una decisione retorica quanto assurda, così come si dimenticano le vicende oscure della Banca leghista Crediteuronord (con il suo buco di circa 13 milioni caduto sulla testa dei soci in camicia verde).

In un Paese dove da decenni si alimenta il precariato e la chiamata al lavoro ad ore, garantire un minimo di dignità a chi deve oggi vivere con meno di 400 euro al mese sarebbe doveroso. L’assistenzialismo passa dal foraggiare le clientele elettorali, con i loro personaggi inutili ma ampiamente nutriti da fondi pubblici, non da azioni di sostegno dirette ai disoccupati.   

Chiamparino scalda i motori per risalire i vertici di quel che rimane del suo partito ma la mannaia del governissimo sta per abbattersi sulle teste di noi tutti. La base del Pd è per un’alleanza con Grillo mentre il vertice strizza l’occhio a Berlusconi: se la Nazione affonda pazienza, l’importante è farla pagare a quegli irriverenti macchiatisi del reato di lesa maestà nei confronti del signorotto fiorentino.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    20:15 Martedì 13 Marzo 2018 Conty E nemmeno dopo la batosta aprono gli occhi

    E' la peggior debacle elettorale dopo la dissoluzione del PS francese lo scorso anno. Il fatto che abbia interessato due partiti "riformisti" la dice lunga sull'irreversibile crisi della sinistra moderata europea. Mentre Corbyn sta risollevando il Labour, in Portogallo la sinistra "radicale" collabora coi socialisti e in Spagna Podemos e i socialisti governano Regioni e Comuni come Madrid. A fronte di tutto ciò, nessuna intenzione democrat di invertire la rotta, né da parte del Rignanese né dalla sua classe dirigente né dagli invasati renziani d.o.c., sempre più fanatici e ottusi. Ogni sarcasmo è superfluo.

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