Olimpiadi dal volto umano

Torino è una città abituata a precipitare al suolo da grandi altezze, schiantandosi rovinosamente a terra, ma per fortuna è anche molto brava a reagire e ad incassare i colpi ricevuti spietatamente sul ring: il capoluogo subalpino infatti ogni volta che le prende di santa ragione si rialza come niente fosse e con gesto elegante.

Nel corso dei secoli sono state tante le occasioni in cui la nostra metropoli ha rischiato il ko. L’Unità d’Italia è uno dei tanti esempi di cosa significhi per Torino capitombolare al suolo per poi riprendersi quasi immediatamente.

Le lapidi posate sulle colonne monumentali del municipio subalpino, piazza Palazzo di Città, ricordano costantemente ai visitatori quale è stato il tributo di sangue consegnato alla causa unitaria dai torinesi. Un sacrificio enorme della comunità pedemontana, soprattutto in termini di vite, ricambiato con la decisione (maturata segretamente nei palazzi del potere) di spostare la capitale del regno sabaudo a Firenze.

Il Presidente del Consiglio Minghetti, politico toscano noto per il varo della legge Pica contro il brigantaggio meridionale, in pochi mesi di governo realizzò il sogno di traslocare Corte e Parlamento nell’ex capitale del Granducato fiorentino. Una scelta concordata confidenzialmente con Napoleone e causa di gravi disordini in Torino: tra il 21 e 22 settembre 1864 perirono decine di cittadini in seguito alle manifestazioni spontanee raccoltesi in piazza San Carlo. I torinesi scesero in strada sia per contestare l’evidente rinuncia di strappare Roma al papato, quindi la fine del sogno risorgimentale, che per protestare contro la segretezza con cui il governo maturò le sue decisioni.

All’epoca dei fatti il capoluogo piemontese aveva appena terminato la costruzione dei quartier diplomatici di piazza Statuto e si stava lentamente riprendendo dalla crisi dovuta alle tante Guerre di Indipendenza. La sua economia era retta da una serie di attività legate alla macchina governativa, conseguenti al ruolo rivestito di capitale del Regno d’Italia (situazione che da tempo aveva dato a Torino un’immagine di città cosmopolita, rappresentazione iniziata con l’arrivo degli esuli da tutti i regni preunitari).

Un colpo quasi mortale che la città accusò con grande dolore. Essa barcollò ed alla fine ruzzolò a terra, ma dopo un primo attimo di shock reagì cogliendo l’occasione per rinnovarsi totalmente. Gli amministratori comunali di fine Ottocento riuscirono a costruire un futuro per la loro città. Pochi anni dopo la perdita del suo ruolo di cuore del regno, le prime industrie aprirono i battenti e nel giro di qualche decennio Torino cambiò pelle: da capitale dei Savoia a capitale dell’industria meccanica e liquoristica, passando per la Belle Époque ed i suoi ricchi caffè immersi nella cioccolata.

Il capoluogo piemontese aumenta così sua la superficie: nel Novecento si amplia sino a raddoppiare, triplicare, decuplicare le sue dimensioni originarie. Tra le vie urbane di Torino nasce il Socialismo, grazie a figure indimenticabili, prendono il via pure gli innovativi programmi radio (la Rai), aprono rinomate sartorie ed esplodono le lotte operaie.

Negli anni 80 purtroppo arriva dritto in faccia un altro pugno. La Fiat inizia la sua indolente, quanto inesorabile, fuga da Torino. La fabbrica si smarca quindi da quella metropoli che le ha regalato tutto, sino al drammatico epilogo di quell’ormai tenue legame che la univa al territorio: il marchio automobilistico piemontese diventa infine americano mutando in Fca. Il colpo è basso ma questa volta, al contrario di quanto non fatto da Minghetti, il responsabile del gancio mortale prova a rimediare al male causato candidando Torino quale sede olimpica invernale del 2006.

Malgrado il grande evento sportivo, l’iniezione di ottimismo praticata opportunisticamente dalla famiglia Agnelli non sortisce l’effetto auspicato. Partiti gli atleti, a Torino rimangono i debiti contratti dalla giunta, le ciclopiche strutture abbandonate, il degrado e qualche turista in più rispetto al passato. Il villaggio del Moi, già decadente appena inaugurato, raffigura in modo emblematico il post-giochi nella città sabauda.

Recentemente qualche politico ha deciso di riprovarci: quasi come voler dare una seconda opportunità ad un giocatore sfortunato. Probabilmente il pensiero che si cela dietro la proposta sostenuta da alcuni rappresentanti istituzionali del Pd di candidare Torino per le Olimpiadi del 2026 è: “La prima edizione ha raso al suolo la nostra città, la seconda (come insegnano i fumetti con le botte in testa) la rianimerà. E poi una trappolina per incastrare i 5 Stelle non guasta mai”.

Nel caso utopistico in cui le Olimpiadi non fossero al servizio del business, delle speculazioni e degli sponsor, ospitarle equivarrebbe ad aprire le porte cittadine al mondo intero. Purtroppo però la realtà è fatta di investimenti, mutui, costi insostenibili e devastazioni ambientali nel nome dello sport (di certo non quello amato da Pierre de Coubertin). Solamente in queste settimane, dopo decenni di allegra incoscienza, qualcuno inizia a parlare di “Olimpiadi Green” sostenibili.

La nostra città è costellata di spazi abbandonati (oramai ridotti a mostri edili) e beni architettonici storici in stato di grave degrado. Il pensiero corre verso la Cavallerizza, ossia parte naturale del Polo Reale e valida alternativa a Palazzo Nuovo, che sarebbe uno dei siti da riportare agli antichi fasti grazie all’alibi delle Olimpiadi stesse (conservando il centro culturale sorto al suo interno grazie all’opera di instancabili volontari). Lo sguardo, ricordando Torino 2006 quale esempio negativo, si dirige verso gli innumerevoli fabbricati dismessi ed alle strutture pubbliche chiuse da sempre (vedi Astanteria Martini) e non riutilizzate per i Giochi invernali (Palazzo Nervi).

Olimpiadi ecocompatibili e dall’animo sportivo: utopia che ad oggi sicuramente non fornisce esempi reali da poter adottare quali termini di paragone. Torino forse potrebbe prestarsi ad essere la dimora della prima edizione olimpica dal volto umano, ma per rialzarsi dal tappeto necessita di qualcosa in più: un progetto che non si affidi solamente ai grandi eventi estemporanei, bensì alle caratteristiche di una città bagnata da ben 4 fiumi e attraversata da una Storia unica quanto eccezionale.

Torino va amministrata con amore. La città del Po può risollevarsi se abbandona le speculazioni guardando a quello che già avviene tra le sue case e le sue strade: donne e uomini che inventano, creano e costruiscono.

Torino è viva, con o senza Olimpiadi, deve solamente credere un po’ di più in se stessa.

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