Sanità, attenti a dare i numeri

Demoskopika ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla performance sanitaria nelle regioni italiane mostrando ancora una volta l’improvvisazione e l’incompetenza con cui alcuni istituti fanno graduatorie e danno patenti di virtuosità. La graduatoria porta le regioni ora in palmo di mano ora alla gogna a seconda del capriccio di indicatori con scarsa precisione statistica e combinati in una scala composita senza particolare significato. È toccato al Piemonte quest’anno scivolare in basso nella graduatoria, non si sa perché, dato che  il rapporto non descrive l’andamento temporale di questi indicatori.

Intanto gli otto indicatori prescelti per fare la graduatoria dei virtuosi  sono molto arbitrari: cosa c’entra con la performance dei servizi sanitari regionali il disagio economico legato alle spese sanitarie sostenute di tasca propria per pagare un ticket? Questo è un indicatore che dipende dal reddito medio di ogni regione e non dalla qualità del Servizio Sanitario Regionale (SSR). Analogamente una parte significativa del ricorso alle cure fuori dalla propria regione dipende dalla conformazione geografica della regione  e non dalla qualità del servizio; è naturale che un assistito sul confine con la Liguria possa trovare più conveniente ed essere libero di ricoverarsi a Genova invece che ad Alessandria, senza che questo debba essere addebitato alla responsabilità al SSR piemontese.

Inoltre molti indicatori sono ricavati da un sondaggio su un campione di poco più di seicento persone, il che significa che in Piemonte sarebbero state intervistate meno di sessanta persone: nemmeno il più improvvisato sondaggista a buon mercato ardirebbe fare graduatorie con frequenze misurate in campioni così poco numerosi. Non a caso alcuni risultati da sondaggio sono francamente fuori scala rispetto a quanto misurato da indagini ben più affidabili come quelle campionarie dell’Istat e dell’Eurostat sulla salute fondate su campioni di decine di migliaia di assistiti. Queste ultime ad esempio stimano un numero di persone che rinunciano ad almeno una prestazione nell’anno per ragioni economiche (e ne fanno di sicuro molte altre senza rinunciare a curarsi) in non più di sei casi su cento, mentre i nostri illustri sondaggisti di Demoskopika affermano che 13 milioni di italiani, il 34% delle famiglie, avrebbero rinunciato a curarsi del tutto!

La graduatoria poi viene fuori da un curioso meccanismo di somma dei posti in graduatoria su ognuno degli otto indicatori i cui valori sono forzati su una scala da 0 (peggiore)  a 100 (migliore), indipendentemente da quanto effettivamente le regioni siano disuguali tra loro nell’indicatore. Per cui succede che le regioni devono variare sempre da 0 a 100 sulla scala della virtuosità anche se i loro valori dell’indicatore sono molto simili (ad esempio la speranza di vita che varia tra 81 e 83) invece che molto diversi (ad esempio la mobilità attiva che varia da 1 a 28%): questo modo di comporre gli indicatori non va bene, come si insegna al primo anno di un corso di statistica.

Inoltre i dati presentati negli allegati e nel testo non sono affidabili: basta andarsi a leggere la tabella sulla speranza di vita nelle diverse regioni dove risulterebbe la Campania ha una speranza di vita migliore del Trentino, mentre nel testo si afferma esattamente il contrario e cioè che il Trentino è in testa e Campania è in coda per la speranza di vita: di chi ci si deve fidare,  dei dati o del testo? Sarebbe meglio che prima della pubblicazione Demoskopika facesse revisionare i testi  ad un esperto.

Infine il rapporto non si sforza in nessun modo di discutere i limiti e il significato delle graduatorie che presenta: ad esempio il Molise risulta la regione con la più alta mobilità attiva (basta infatti che si sia insediato in Molise il centro specialistico della Cattolica a far primeggiare la regione nella capacità di attrarre pazienti), ma è anche quella col più altro costo per litigiosità e reclami. Si dovrebbe dedurre che chi attrae di più è anche quello che causa più reclami?

Insomma sarebbe opportuno dedicare energie e risorse (nessuno si chiede chi paghi queste indagini?) per scopi più commendevoli lasciando agli esperti del Ministero e delle Regioni e all’Istat i compiti di monitorare, valutare e certificare la performance su scala nazionale. In questo modo si potrebbe liberare l’agenda dei mezzi di comunicazione come Lo Spiffero dal compito di doversi districare tra tutte queste graduatorie per capire di quali ci si può fidare. (Leggi qui l'articolo dello Spiffero)

*Giuseppe Costa, professore Sanità Pubblica, Università di Torino. Direttore Servizio Epidemiologia Asl To3 Piemonte

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