Il racket dell’elemosina

La violenza nigeriana del racket dei mendicanti di Torino è lo specchio dell’Italia. Un’Italia insicura, sempre più marginale sul piano internazionale, e assente nei confronti dei cittadini sul piano della sicurezza e della tutela della serenità quotidiana di una comunità sempre più sola e in balia di minacce, vecchie e nuove. Passeggiare per Torino, dalla periferia al centro, mostra scenari preoccupanti sul piano del degrado e su quello delle varie organizzazioni criminali che si contendono la piazza dei traffici illeciti e della violenza. E la criminalità etnica è quella che oggi, sempre più, si sta radicando in quegli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni, dal Comune allo Stato, e ormai evitati anche dai comuni cittadini. Parliamo di spazi sociali, urbani; parliamo di legalità. Spazi che sono stati lasciati a bande criminali, spacciatori, ladri, alla violenza e all’intolleranza.

Una tra tutte, la più potente e vorace delle organizzazioni criminali etniche è la mafia nigeriana della quale la stessa intelligence nazionale, nel mese di febbraio, ha illustrato i pericoli, i business e le minacce per la sicurezza collettiva in occasione della relazione annuale al Parlamento italiano. Una criminalità organizzata per bande, che proprio a Torino ha trovato un terreno molto fertile in cui affondare le proprie radici. Ne avevo scritto per la rivista Panorama online a dicembre, evidenziando come il fenomeno stesse crescendo senza che vi fosse consapevolezza del pericolo reale. Torno a farlo oggi, guardando a Torino, dove la mafia nigeriana ha sviluppato il suo nuovo business, dopo quello del mercato della droga, della prostituzione, del traffico di esseri umani, ora si è aggiunto quello molto redditizio del racket dell’elemosina.

Quello dell’accattonaggio è il nuovo business, non violento, almeno non nella forma esteriore, ma sempre più radicato ed esteso, sia in termini di indotto, sia in termini di numeri di individui coinvolti: è un numero crescente di individui, giovani maschi africani, che riempiono la città, si posizionano fuori dai centri commerciali del centro e della periferia, nei parcheggi degli ospedali e degli edifici pubblici, davanti alle Chiese, ai negozi e alle banche. In piedi e, più recentemente in ginocchio. Hanno orari e luoghi predefiniti, da metà mattinata a metà pomeriggio, fanno turni alternandosi come in una catena di montaggio, usano una sorta di divisa fatta con un elemento comune: il “cappellino da baseball”, con cui invitano le persone a donare dei soldi. La maggior parte è composta da nigeriani, molti dei quali ospiti dei centri di accoglienza in cui sono ospitati dallo Stato, per prendere posizione nei punti strategici identificati dall’organizzazione che li sfrutta. Ma ci sono anche individui regolarizzati, alcuni con famiglia in Italia. Si tratta di soggetti che sono in debito nei confronti dell'organizzazione criminale nigeriana che gestisce il traffico illecito di esseri umani attraverso la Libia e il Mediterraneo. Non sono soli, si muovono in gruppo, all'interno di un’organizzazione affinata, capace di distribuire razionalmente le risorse sul terreno con squadre di trasporto, di garantire il “controllo del territorio” con nuclei di vigilanza, e di creare una “cornice di sicurezza” allontanando gli altri professionisti dell’elemosina, o le persone che povere lo sono sul serio.

È una presenza che, attraverso la violenza e l'intimidazione, è riuscita in meno di due anni a scacciare dal mercato dell’elemosina la criminalità etnica Rom. Il che fa capire quanto potente sia ormai la criminalità nigeriana. È un business internazionale che solo in Italia rende centinaia di milioni di euro e che va ad alimentare gli altri affari illeciti come, appunto, la prostituzione, il traffico di esseri umani, di droga e auto rubate.

La soluzione al problema? Deve partire dai cittadini, prima ancora che dalle istituzioni. Chi, pur in buona fede, alimenta economicamente questo mercato, anche solamente con pochi euro, sostiene una criminalità sempre più vorace e aggressiva, che non si ferma di fronte a nulla. Chi è davvero intenzionato ad aiutare queste persone non deve, se non a vantaggio della criminalità, dare soldi direttamente ai questuanti, magari lavandosi la coscienza con un euro donato per strada, perché questo aumenterà il numero di “schiavi”. Al contrario, il contributo potrà andare alle associazioni di volontariato che lo impegnerà al meglio, segnalando situazioni di reale difficoltà e prevenendo attività di questua basata sullo sfruttamento. Questo atteggiamento consentirà di liberare queste persone dalla loro prigione che ogni giorno l’euro di elemosina dato davanti al supermercato, seppur in buona fede, contribuisce invece a costruire e rafforzare. È il denaro ciò che vuole la mafia nigeriana dai suoi schiavi con cappello da baseball.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento