FINE D'EPOCA

Chiamparino la rangia pì nen

Si è infranto un tabù. Laus accusato di "lesa maestà" ma dice che il re è nudo. Il Pd piemontese e la sindrome dei grandi vecchi. Quel rinnovamento sempre rinviato. Dietro la candidatura di Salizzoni un progetto politico (e amministrativo) confuso

Più che un esperto di trapianti di fegato ci vorrebbe un bravo ortopedico. Ricomporre la frattura che con le bordate di Mauro Laus verso Sergio Chiamparino si è prodotta nel Pd piemontese stavolta sarà piuttosto difficile. Insomma, neppure per il fuoriclasse dell’arte dell’arrangiuma sarà agevole ricomporre la faglia profonda che si è aperta nel principale partito del centrosinistra, perno di un’alleanza che vuole riprodurre se stessa al governo del Piemonte. Perché se c’è un merito politico, seppur involontario, che va riconosciuto a Mauro Salizzoni, aldilà della”generosa disponibilità” a candidarsi alla presidenza della Regione, è quello di aver provocato una crepa in quella che fino a ieri era apparsa monolitica e acritica condivisione di ogni azione di Chiamparino.

Il neo senatore Laus non ha usato i guanti, è vero. Ma dicendo, come ha detto a Chiamparino, che non sta a lui (o solo a lui) dare le carte e obiettando (come spiegherà poi nella telefonata allo stesso chirurgo di fama internazionale, ribadendogli tutta la sua stima) che non era quello il metodo per proporre la candidatura, il quasi ex presidente del Consiglio regionale ha infranto un tabù pluridecennale. Non solo. Ha detto quel che molti altri pensano, dentro e fuori il Pd, magari borbottando in camera caritatis, dissimulando insofferenze e critiche dietro una coltre di salamelecchi e piaggerie. Ma a dirlo è stato, finora, solo lui, il piddino privo del cursus honorum del dirigente post comunista (e pure post Dc) di marca sabauda, il “ragazzo dell’ultimo banco”, quello che giunto sotto la Mole dalla natia Lavello in poco tempo ha conquistato il vertice della cooperativa in cui era entrato da studente lavoratore, trasformandola in una grande multiservizi. Può non piacere, ma è così. In chi oggi lo contesta e, neppur troppo nascostamente gli imputa una “lesa maestà” si scorgono i tratti di un pregiudizio antropologico-politico che alligna in ampi strati dell’establishment subalpino. Per questa ragione, vista sotto questa luce, Laus è spesso di gran lunga migliore di certi suoi censori dalla puzza al naso. Soprattutto di chi si straccia le vesti adombrando le mosse di fantomatici “interessi di potere” per difendere l’unico reale: il proprio. Poi, certo tra un Pd gestito da un monarca (per quanto illuminato) e un Pd balcanizzato tra satrapie e caciccati, magari c'è pure di meglio.

Il senatore senza pedigree, quello che gli anglosassoni definirebbero un newcomer  e a Torino un parvenu, ha messo sul tavolo, sia pur un po’ rumorosamente, una questione che scorre carsica ormai da anni: quella della necessità di un cambio di stagione e di uomini. Nel porre l’interrogativo se debba essere o meno Chiamparino il king maker di questa azione di rinnovamento e rigenerazione, Laus mette in evidenza la stridente contraddizione – politica, biografica e anagrafica – di un’operazione ancora una volta dal respiro corto e condotta dai “soliti noti”. E che arriva con un ritardo siderale. Quello che è costato, insieme ad altri motivi, la sconfitta a Piero Fassino. Sconfitta nella cui ripartizione di responsabilità, in capo al Partito democratico, nessuno può chiamarsi fuori. Compreso, ovviamente, lo stesso suo predecessore a Palazzo di Città. Al quale in tutti questi anni è stata concessa la libertà di muoversi sullo scacchiere politico, a partire dalle alleanze con l’establishment, relegando il Pd ai margini, al ruolo di ancella delle sue decisioni. Un partito che, anzi, ha preso spesso e volentieri a schiaffi, un po’ come accade in questi giorni affidando al suo attendente l’incarico di svillaneggiare il gruppo dirigente nazionale e locale.

Un ceto, soprattutto quello torinese, che ha dimostrato di non essere in grado o di non avere il coraggio di procedere senza doversi affidare sempre e comunque a uno o all’altro dei due ragazzi di via Chiesa della Salute. Lo ha fatto ancora recentissimamente, chiedendo a Chiamparino di farsi carico del traghettamento del partito verso l’elezione del nuovo segretario regionale. Missione che, dopo il caso Salizzoni, il presidente della Regione ha detto di considerare sospesa in attesa di un chiarimento per sapere se il pensiero di Laus riflette quello della maggioranza del partito. Non ce ne voglia, il Chiampa, se gli consigliamo di grattare la crosta delle dichiarazioni ufficiali e scavare un pochino anche nella sua cerchia più ristretta. Non faccia si turi le orecchie come sta facendo in piazza Castello, per evitare di sentire critiche sull’operato della sua giunta.

Ancora una volta, dunque, tutto si lega e si annoda, attorno alla figura di Chiamparino facendo prefigurare un orizzonte di ulteriori difficoltà sia per quanto riguarda il percorso verso il congresso regionale, sia soprattutto per la scelta del candidato presidente (e di conseguenza la composizione della coalizione) per le regionali dell’anno prossimo. Basterà la summa del riformismo sabaudo, quella del la rangiuma (la aggiustiamo) coniugata con l’esageruma nen, prediletta da Chiamparino? Ma non è questa la sola domanda che l’“investitura” di Salizzoni pone. Indulgendo a un certo romanticismo, lo stesso che gli fa tenere sulla scrivania la foto di Che Guevara, dice di essere comunista da sempre e sullo spinoso (per la maggioranza dei piddini) rapporto con i Cinquestelle il luminare ha spiegato di non avere problemi a pensare a un’apertura nei loro confronti. Due punti, soprattutto il secondo, che non possono non alimentare più di un interrogativo su quale potrebbe essere il percorso che una personalità di carattere come il primario delle Molinette intenderebbe tracciare per il governo della Regione. Su questo, forse ancor più che sul metodo, il Pd piemontese dovrà riflettere. E chiarirsi le idee.

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5 Commenti

  1. avatar-4
    14:38 Lunedì 09 Aprile 2018 sornione incollati alla poltrona

    questi, l\'unico modo per mandarli a casa è non votarli!

  2. avatar-4
    01:18 Lunedì 09 Aprile 2018 gastone Ma alla fine della fiera...

    dopo 'sta miserabile menata di torrone: i politici, il Chiampa, Salizzoni, Laus, i leccapiedi attaccati alla poltrona, i "finti"oppositori anche loro incollati alla poltrona e chi più ne ha più ne metta...tutta questa melma che per dritto o per traverso ambisce a governare la Regione Piemonte si rende conto che centinaia di migliaia di persone andrà a votare domani e cioè nel 2019? Battibeccano, si punzecchiano, minuettano. Ci sembra tutto così chiaro: se Salizzoni vincesse sarebbe il burattino guidato dietro le quinte dal Chiampa & co., che ne sa Salizzoni di gestione politica? Di bilanci? Di partecipate? Di leggi e leggine? Di traffici politici lecitii e illeciti ecc.ecc.? La vecchia e stantia ma potente nomenklatura chiampariniana continuerebbe a gestire di fatto la Regione Piemonte. Laus e i suoi sarebbero meglio? Boh? Sembrano alla fine tutti figli della stessa bacatissima genìa, forse sarebbe meglio che sparissero in toto, senza se e senza ma.

  3. avatar-4
    23:30 Domenica 08 Aprile 2018 Paladino I cambiamenti impossibili

    I comunisti, cattocomunisti e cattolici integralisti possono mascherarsi ma non cambiare, chi in gioventù è stato affascinato dai dogmi e dagli assolutismi nel suo intimo non cambia, non si pente perché non è in grado di pentirsi, al massimo fa battute senza convinzione ribaltando sugli altri ma propria immutabilità....

  4. avatar-4
    20:16 Domenica 08 Aprile 2018 silvioviale Giuseppini

    Che anch'io sia legato al vecchio mondo dei Giuseppini per essere stato in collegio e poi fatto il chierichetto molti anni fa? Coraggio, il mondo va avanti e cambia e anche noi, nessuno escluso, siamo sempre un po' diversi nel tempo ... tranne quelli che nei commenti si fossilizzano su quello che non erano e non sono.

  5. avatar-4
    12:32 Domenica 08 Aprile 2018 Paladino Vecchi arnesi

    Sergio e Piero sono due funzionari del vecchio PCI, legati a quel vecchio mondo, per tanto che si sforzino non riescono ad essere diversi. Alla minima opposizione si indispettiscono ed irrigidiscono. Collaborano con tutti sempre con una riserva mentale autoritaria e presunzione di infallibilita.Non hanno la democrazia nel DNA, una nuova sinistra può nascere solo da gente ben diversa da loro, oggi come oggi possono essere solo i becchini del PD.

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