Un like non si nega a nessuno

Un’ambiziosa raccolta firme avente l’obiettivo di cancellare Facebook dalla faccia della Terra: questa è l’ultima petizione online che ho ricevuto nei giorni scorsi. Il proponente la sottoscrizione telematica accusa il social di essere un pericoloso strumento di controllo ed indica la giusta via per fare chiudere i battenti a Mark Zuckerberg, il patron-fondatore di Facebook: raccogliere e consegnare alle autorità pubbliche lo sdegno certificato dei cittadini. Secondo il primo firmatario di questo curioso esposto in rete, il successo dell’iniziativa obbligherebbe il Congresso Usa ad indire una seduta speciale per provvedere urgentemente in merito (non è dato sapere se tale certezza sia dettata da ingenuità o malafede).

Difficilmente lo scopo che si prefigge la mozione pubblica verrà realmente raggiunto, poiché è di certo illusorio pensare di poter costringere il Congresso americano ad un’adunanza speciale sul tema “Senso etico di Zuckerberg”, ma nonostante i reiterati ciclopici fallimenti di questi smisurati appelli sono molti coloro che quotidianamente sedano la loro indignazione con una firma.

In questi ultimi anni infatti abbiamo subito il pesante martellamento di innumerevoli inviti a sottoscrivere appelli per la tutela dei valori più variegati: dalla tenuta democratica del Paese, alla ricerca della verità sui tanti segreti italici; dalla cacciata di qualcuno dal suo prestigioso ruolo, alla difesa dei mondo animale e dell’ambiente. Infiniti argomenti caratterizzati sempre da un epilogo comune, ossia l’assoluto silenzio che regna a qualsiasi livello istituzionale durante, e dopo, la consegna dei plichi contenenti le sottoscrizioni stesse a chi di dovere.

Raramente infatti si sono mosse le acque della politica in seguito all’impegno internazionale della comunità Avaaz (specializzata nella diffusione dei moderni appelli via internet). La reazione abituale delle cancellerie coinvolte dalla contestazione affidata alla rete spesso consiste in un “Grazie. Le faremo sapere”.

La grande illusione di combattere le lotte a difesa dei diritti assoluti con un “Like” rappresenta sicuramente la vittoria più importante del potere costituito. Piazze vuote e social stracolmi di inutile indignazione e straordinarie fake news: la miscela soporifera perfetta per il popolo globale.

La realtà del quotidiano non si altera tramite un “Mi piace” che al limite irrobustisce addirittura il patrimonio di chi lucra su gusti e contatti racchiusi nelle piattaforme comunitarie: per i leader neoliberisti mondiali il web raffigura una ghiotta opportunità per manipolare le esigenze nonché le speranze dei nuovi loro sudditi.

In Francia gli eventi all’onore delle cronache di questi giorni ricordano a tutti gli europei quale sia la pratica corretta, l’unica, per difendere beni comuni e diritti. Nel Paese d’oltralpe infatti da alcune settimane regna la confusione totale a causa di uno sciopero proclamato ad oltranza dai ferrovieri. La cosiddetta “aristocrazia operaia francese” ha reagito con forza alla riforma del trasporto su rotaia disegnata da Macron. Il premier punta a ridurre il debito maturato nel comparto ferroviario affidandosi alla trasformazione di Sncf (azienda pubblica) in società per azioni di proprietà interamente statale. Ufficialmente non si tratta di una privatizzazione ma di fatto ne è l’anticamera, come sempre si è verificato in Italia, poiché premessa per future facili vendite di quote e per la riduzione delle garanzie in capo ai lavoratori.

Il governo parigino addita i ferrovieri definendoli i “lavoratori privilegiati” fomentando la guerra tra cittadini: pensionati da una parte (dai cedolini già ridimensionati da tempo) e macchinisti dall’altra. Una strategia ad esclusivo vantaggio del vento liberista che condiziona tutti i governi europei; un progetto già collaudato dal socialista (?) Hollande quando presentò alle Camere la “Riforma” del lavoro che introduceva nel suo Paese termini quali “precarietà” ed “instabilità economica dei lavoratori” (a cui il popolo rispose con manifestazioni che fermarono la Francia intera per alcune settimane).

Parigi insegna quindi, ancora una volta, come lottare e curare le ferite inferte dal mondo reale. Il terrorismo ha sconvolto spazi ed abitudini non intaccando però la resilienza popolare. I giardini Luxembourg sono un vivido esempio di come una società coesa possa assorbire brutti colpi non arretrando di un passo: nell’area verde della Ville Lumiere è improvvisamente comparsa una massiccia cancellata in ferro per separare la zona pubblica da quella di pertinenza del Senato (un tempo divise da un leggero cordolo di corda e qualche gendarme), una cortina di ferro che gli adepti della flànerie (delle interminabili passeggiate) valutano quale semplice incidente di percorso non perdendosi minimamente d’animo innanzi alla militarizzazione della città.

Cambiano quindi gli approcci tra cittadini francesi ed istituzioni democratiche, con enorme vantaggio del Potere che diventa irraggiungibile anche dai suoi elettori, ma non muta la visione comunitaria con cui i cittadini stessi guardano allo Stato.

Sparatorie, stragi, esplosioni e caduti non fermano i francesi dal recarsi in massa sul lungo Senna al primo caldo (borghesi o sottoproletari essi siano) e neppure dal vivere con entusiasmo i loro giardini ed i loro spazi pubblici, dopo averli sovente difesi con forza da tentativi di speculazioni e riduzioni ad isole commerciali.

Poniamo pure una firma sull’ennesima petizione online dalle grandi speranze e dalle vane promesse, ma ricordiamo sempre come sia facilissimo abbandonare le piazze ed al contempo difficile rioccuparle. Riprendersi quello che era già nostro costa sempre lacrime e sangue poiché presenta conti salatissimi: difendere il Pubblico (noi stessi) è un dovere, prima ancora che atto di giustizia egualitaria.

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