Modello tedesco per il Piemonte

Nei giorni scorsi è salita alla ribalta una formula più o meno magica e, nelle intenzioni di chi l’ha pronunciata, potenzialmente determinante per sbloccare l’impasse in merito alla formazione del nuovo Governo, a seguito delle elezioni politiche del 4 marzo scorso: il cosiddetto “contratto alla tedesca”.

Sarebbe la soluzione miracolosa architettata dal capo politico del M5s per definire un accordo di governo a livello parlamentare, basato su un elenco di generici impegni e/o obiettivi su cui, poi, chiedere e ottenere la fiducia da parte di alcune e ben definite forze politiche, peraltro portatrici di valori e progettualità totalmente opposte fra loro.

La pretesa e i veti che l’accompagnano, sono di per sé sufficienti per rispedire al mittente la proposta. Il dibattito politico, poi, impone di evidenziare quanto distante sia questo fumoso elenco di generici impegni e obiettivi dal contratto che ha dato origine all’accordo di governo fra CDU-CSU e SPD in Germania qualche settimana fa.

Quel contratto, infatti, è stato il punto di arrivo di un lavoro minuzioso, durato mesi, che ha coinvolto le migliori risorse della politica tedesca e i più preparati tra i tecnici d'area dei due partiti contraenti il patto, le rappresentanze imprenditoriali e dei lavoratori, le progettualità più innovative.

Il risultato è stato un documento di 177 pagine in cui si è delineata una strategia per la Germania dei prossimi decenni, fatta di progetti, di tempi di realizzazione, di risorse (47 miliardi) - pubbliche e private - da destinare. Concretezza allo stato puro. Soluzioni adatte alle esigenze della contemporaneità e anticipatrici rispetto all’evoluzione tecnologica che necessariamente caratterizzerà i prossimi anni.

Una modalità che ha reso un buon servizio alla comunità tedesca. Questo modus operandi può essere applicato anche alla Regione Piemonte.

A poco più di un anno dal voto regionale, il dibattito pubblico è tutto incentrato, da un lato sulle polemiche interne al Partito Democratico, sulle (auto)candidature, sulla ricerca affannosa di qualche “campione” della società civile da esibire; e dall’altro sul “no” a tutto e ai veti di natura ideologica dei grillini.

In questo quadro, il centrodestra - maggioranza relativa dei cittadini-contribuenti piemontesi – deve ripartire dai contenuti. Con un programma di governo capace di far fronte ai dossier pieni di criticità e di insidie che l’attuale Giunta lascerà in eredità (tra gli altri, quelli relativi a Finpiemonte, al ruolo futuro del CSI-Piemonte, al cantiere infinito del Palazzo Unico, alla necessaria riorganizzazione e valorizzazione del personale regionale, alle liste d’attesa in sanità, all’obsolescenza delle strutture sanitarie), e con una realistica proposta di buon governo e crescita per i prossimi decenni.

Il centrodestra deve mettere al centro del dibattito le politiche fiscali per la sviluppo, lavorando sull’ampliamento degli spazi di autonomia regionale e sull’individuazione di zone economiche speciali (ZES) a tasse e burocrazia zero; la profonda crisi del welfare sostenuto dalle risorse dello Stato, proponendo soluzioni che vadano oltre la pioggia dei ticket sanitari e che guardino all’aspettativa di vita degli italiani come ad un’opportunità e non come ad un problema; una proposta di modifica dei rapporti tra Stato e Regione a Costituzione vigente, potenziando la potestà legislativa regionale nelle materie di competenza esclusiva e concorrente ai sensi dell’articolo 117; un minuzioso lavoro di delegificazione e semplificazione normativa che coinvolga tutti i portatori d’interesse; un piano di infrastrutturazione materiale e immateriale che soddisfi le esigenze individuali e collettive, pubbliche e private, della contemporaneità; il sostegno per l’adeguamento alle tecnologie 4.0 di tutte le nostre vocazioni imprenditoriali e territoriali.

Insomma, un vero e proprio “contratto con il Piemonte”, mobilitando in un percorso ambizioso di analisi, studio, progettazione e condivisione le migliori energie e professionalità che saremo capaci di coinvolgere.

Il primo centrodestra piemontese “di governo”, guidato da Enzo Ghigo, nell’ormai lontano 1995 promosse gli “Stati Generali del Piemonte”. Quell'esperienza - rimasta tutt’ora unica nel suo genere e, soprattutto, nel livello qualitativo espresso da chi lavorò a quel progetto - può e deve essere riproposta, come modalità, anche oggi.

I partiti, i movimenti, le parti sociali, l’Università, le imprese profit e non profit e le individualità che credono in un metodo che ha l’obiettivo realistico di coinvolgere la pluralità degli interessi, delle vocazioni e delle intelligenze per individuare concrete prospettive di benessere collettivo e di crescita, possono dar vita a questo progetto nel tempo che ci separa dal rinnovo dell'esecutivo e dell'assemblea legislativa regionali.

Il centrodestra deve sottoporre al corpo elettorale piemontese proposte di governo perseguibili, sapendo che alla loro realizzazione concorreranno tutti i soggetti che ne fanno parte: il metodo Stati Generali può essere un valido strumento per realizzare questo obiettivo.

*Carlo Giacometto, deputato Forza Italia

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