LAVORO

Foodora, vince la gig economy

Il Tribunale del lavoro respinge il ricorso dei rider torinesi: "Non sono dipendenti". Gli avvocati dei sei ex fattorini avevano chiesto un risarcimento di 20mila euro per i loro assistiti e il reintegro sul posto di lavoro. Annunciato il ricorso

Il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso, primo del genere in Italia, dei sei rider di Foodora che avevano intentato una causa civile contro la società tedesca di food delivery, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo. “Se questo sistema di lavoro è stato ritenuto legittimo, si espanderà”, commentano i legali dei rider, Giulia Druetta e Sergio Bonetto, annunciando l'intenzione di appellarsi alla sentenza. “Questa causa trattava la situazione di sei ricorrenti, in un periodo specifico di tempo e che hanno prestato un’attività estremamente diversificata quanto a ore giornaliere, settimanali e mensili”. L’avvocato Paolo Tosi, uno dei legali di Foodora, commenta così la decisione del tribunale di respingere il ricorso intentato alla multinazionale del cibo.

Gli avvocati avevano chiesto un risarcimento di 20mila euro per ciascuno di loro, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro, giunta dopo le proteste di piazza per le questioni relative alla paga oraria e chiedono il reintegro e l’assunzione, oltre al risarcimento e ai contribuiti previdenziali non goduti. “Foodora - era la tesi dell'avvocato Bonetto - ha costruito un piccolo mondo felice per il datore di lavoro, in cui i fattorini dovevano solo seguire quello che lo smartphone diceva loro di fare. Inoltre - spiega Bonetto - trovo assurdo far lavorare delle persone in bicicletta senza prima compiere accertamenti medici sulle loro condizioni di salute”.

I rider, attraverso i loro legali, contestavano l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro, giunta dopo le proteste di piazza per le questioni relative alla paga oraria e chiedevano il reintegro e l'assunzione, oltre al risarcimento e ai contribuiti previdenziali non goduti. “I fattorini Foodora erano sottoposti a un continuo controllo - aggiunge l’avvocato Druetta - ogni loro movimento era tracciato, come se avessero un braccialetto elettronico. Un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, nonostante fossero inquadrati come collaboratori autonomi. A Foodora non importava delle condizioni del lavoratore - continua il legale - vi era una costante pressione psicologica sui rider, finalizzata al mantenimento del posto di lavoro”. Druetta ha quindi spiegato come “i fattorini fossero totalmente assoggettati al potere del datore di lavoro, con un controllo totale sugli orari che potevano essere modificati anche senza alcun preavviso”. Il legale ha poi citato il caso di un fattorino che, dopo quattro ore di pedalate, scrisse nella chat aziendale di avere male alle gambe. “Il superiore rispose che gli spiaceva, ma che aveva bisogno di tutti i rider per l’intero turno”. I rapporti tra alcuni fattorini e l’azienda si incrinarono definitivamente con l’inizio delle proteste inerenti il sistema di retribuzione. “L’azienda escluse dai turni chi non era d'accordo - spiega il legale - addirittura un rider ha raccontato che in cambio di notizie sui colleghi, avrebbe avuto un contratto”.

Ha prevalso però la posizione opposa,  quella rappresentata dai legali di Foodora: “Non c’è alcun rapporto di subordinazione. Da un lato manca l’obbligo di lavorare e dall’altro l’obbligo di far lavorare” afferma l’avvocato Ornella Girgenti, che con i colleghi Paolo Tosi e Giovanni Realmonte rappresenta la società tedesca di food delivery, nella causa civile intentata da sei fattorini che contestano l'interruzione improvvisa del rapporto di lavoro, arrivata dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo. “Erano i rider a decidere quanto e quando dare disponibilità e l’azienda non si è mai vincolata a far lavorare. Non c’è scritto da nessuna parte che il rider deve offrire una disponibilità minima”, continua Girgenti. “Molti fattorini, all’ultimo, soprattutto nei giorni di pioggia in cui le richieste di consegne sono tantissime, rinunciavano ai turni, senza preoccuparsi di cercare un sostituto, senza scusarsi”. In merito alle chat, per l’avvocato “si trattava solo di esortazioni, molte volte fatte in modo scherzoso e con qualche faccina. Chi è stato sospeso dalla chat, e a noi risultano tre casi, ha utilizzato parolacce”.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    12:20 Giovedì 12 Aprile 2018 già... Foodora...

    ...sta semplicemente sfruttando delle leggi che qualcuno, a partire dal 1997 (pacchetto Treu), gli ha preparato su un piatto d'argento. ps. I figli degli “avvocati” ormai vivono all'estero e se la godono assieme ai figli dei politici e dei sindacalisti. Inoltre chi non vuole lavorare per foodora non è costretto a farlo...

  2. avatar-4
    10:20 Giovedì 12 Aprile 2018 Damos Scandalosa ingiustizia ...

    Questo è il Potere che perpetua se stesso : forte con i deboli e debole con i poteri forti ... L'unica strada è : BOICOTTARE FOODORA e non richiedere più i loro servizi . Magari un calo delle commesse e dei lucrosi affari li faranno ragionare meglio ....

  3. avatar-4
    18:43 Mercoledì 11 Aprile 2018 marcopuglisi Spero che i figli di questi avvocati...

    Un giorno lavorino per foodora come ciclisti. Questo è il degrado del lavoro!

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