POLITICA & GIUSTIZIA

Piazza San Carlo, l’accusa dei pm: con più sicurezza tragedia evitabile

Se gli enti preposti, dal Comune alla questura, avessero adottato misure idonee la condotta “delittuosa” dei rapinatori con lo spray “non avrebbe comportato l’esito infausto”. Perciò i vertici delle istituzioni sono accusati di omicidio colposo

La tragedia poteva essere evitata. Se gli addetti alla sicurezza per la serata del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo “avessero approntato e predisposto misure idonee a salvaguardare l’ordinato svolgimento dell’evento” e l’incolumità dei partecipanti, “la condotta delittuosa” della banda di rapinatori dotati di spray urticante “non avrebbe comportato l’esito infausto”, vale a dire i 1.500 feriti e il decesso di una donna. È quanto scrive la procura di Torino nel decreto di fermo di uno dei sospettati, il ventenne Sohaib Bouimadaghen, chiamato “Budino” dagli amici.

“La moltitudine di individui - si legge - avrebbe potuto allontanarsi in pochi minuti”. Il documento, firmato dai pm Vincenzo Pacileo, Antonio Rinaudo, Paolo Scafi e Roberto Sparagna, oltre a una ricostruzione completa dei fatti contiene dei cenni sulle omissioni nella gestione dell’evento, oggetto di un secondo procedimento sfociato nell'invio di quindici avvisi di conclusione delle indagini. Da una parte ci sono i quattro giovani pred atori armati di bomboletta, contro i quali si procederà per reati dolosi: la rapina e (per il momento nel caso del giovane) l’omicidio preterintenzionale e le lesioni come conseguenza di altro fatto, dall’altra, però, ci sono le accuse a promotori e organizzatori della serata, in tutto quindici destinatari di un avviso di chiusura indagini per disastro, lesioni e omicidio colposo.Fra i destinatari del provvedimento figurano la sindaca Chiara Appendino, il suo ex capo di gabinetto Paolo Giordana, il dirigente Paolo Lubbia, l’allora questore Angelo Sanna, funzionari della questura e di Palazzo Civico, i responsabili di Turismo Torino, la partecipata del Comune che organizzò la proiezione su maxi schermo.

I magistrati annotano che per “sicurezza” si dovevano intendere “misure atte a controllare che sulla piazza non fossero portati strumenti atti a ledere, come le bottiglie di vetro, nonché misure idonee a garantire un rapido deflusso delle persone in presenza di eventi perturbatori quali un gesto anticonservativo, un attentato terroristico, la condotta di uno psicopatico, malori, panico”. La rapina e le “omissioni” risultano “strettamente connessi” agli occhi dei pm, i quali comunque distinguono quello che nel linguaggio dei giuristi è indicato come “elemento soggettivo”. In pratica, “il comportamento degli addetti allo svolgimento ordinato della manifestazione e alla sicurezza degli spettatori è da qualificarsi come colposo”, mentre la condotta dei rapinatori è stata dolosa perché finalizzata “a creare una situazione di panico”.

E fu prorio il “panico collettivo” la sera del 3 giugno 2017 a provocare i bruschi movimenti della folla in piazza San Carlo. Nelle carte dell’inchiesta che ha portato agli arresti di ieri i pm della procura di Torino, per spiegare cosa accadde durante la proiezione su maxi schermo della finalissima di Champions League, utilizzano un termine che “in psicologia sociale e in sociologia, secondo la più accreditata dottrina, è caratterizzato da un repentino movimento di più persone”, in un “contesto spaziale limitato”, generato da “emozioni diverse quali sorpresa, paura, disgusto, rabbia” davanti a “una circostanza percepita come minaccia per la sopravvivenza dei singoli”. I magistrati si sono avvalsi della consulenza di uno specialista della materia, l’accademico Fabio Sbattella, docente all’Università cattolica di Milano. Nel suo rapporto del 6 giugno sull’andamento della serata, quando ancora non si conosceva la causa scatenante, la Digos annotava che dopo il primo spostamento di massa della folla, che alle ore 22.12 si aprì “a raggiera”, qualcuno fra gli spettatori, verosimilmente suggestionato, lanciò un “grido d’allarme”, urlando parole relative all’imminente esplosione di un ordigno” e contribuendo con ogni probabilità “allo stato di agitazione tra le prime persone coinvolte”. La folla avrebbe potuto allontanarsi in poco tempo e con facilità invece di trovare le vie di fuga sbarrate dalle transenne, o di ferirsi sui cocci di vetro. Come del resto avvenne in altre occasioni in cui la banda dello spray agì: il 9 giugno 2017 al Kappa Futurfestival di Torino, il 17 febbraio in Olanda al concerto di Kendrik Lamar, il 1° ottobre 2017 al concerto torinese di Elisa e di Ghali. In quelle manifestazioni non è mai successo nulla di paragonabile a quanto capitato la sera del 3 giugno.

L’indagine comunque prosegue. Dei dieci indagati (sette dei quali in carcere) solo quattro avrebbero agito in piazza San Carlo. Sohaib non è più il gradasso che l’anno scorso postava orgoglioso su Instagram le foto del bottino, ma il ragazzo che pochi giorni fa diceva agli amici, piangendo, che voleva costituirsi. Davanti ai pm, durante il primo interrogatorio, a ddetta dei suoi legali è apparso “dispiaciuto e molto spaventato”: le sue parole hanno aperto scenari nuovi, tanto che il verbale è stato secretato.

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