DIRITTI & ROVESCI

Lotta dura contro la verdura

La Fim Cisl indice lo "sciopero della spesa" e invita i suoi iscritti a non recarsi nei supermercati il 25 aprile e il Primo maggio. Ma in Italia sono ormai 5 milioni i lavoratori "della domenica". Una posizione non solo anacronistica, ma profondamente sbagliata

Metalmeccanici sulle barricate. Contro la spesa. Archiviati autunni caldi e gatti selvaggi, le tute blu aprono un nuovo fronte di lotta: gli acquisti nelle feste comandate, in particolare in outlet e mega centri commerciali. Niente compere il Primo maggio e il 25 aprile. “Crediamo – spiega il segretario dei metalmeccanici della Cisl Claudio Chiarle – che in occasione delle due festività laiche più importanti del nostro Paese (significativamente dimenticando il 2 giugno, festa della Repubblica NdR) occorra fare un passo deciso contro il lavoro nelle festività civili e religiose. In questi giorni bisogna garantire i servizi essenziali e tra questi non rientrano i supermercati”. Un’azione dettata da ragioni di “solidarietà con le categorie dei lavoratori del commercio della grande distribuzione organizzata” ma che tradisce un’impostazione anarco-sindacale, storicamente presente nell’organizzazione cislina assai più che nella Cgil.

Intanto, però, in Italia e nel mondo sono anni che si lavora la domenica e nelle festività, quelle laiche e quelle religiose. Lungo l’elenco di chi lavora nei dì di festa: ferrovieri, piloti, assistenti e controllori di volo, tramvieri, tassisti, autisti, ristoratori, camerieri, cuochi, pasticcieri, bigliettai del cinema, dello stadio, di teatro, di museo, dei treni, casellanti, benzinai, giornalisti, giornalai, tipografi, grafici, tabaccai, farmacisti, attori, acrobati, domatori, spazzini, facchini, calciatori, allenatori, cestisti e pallavolisti (e chissà quanti ne dimentichiamo). In tutto quasi 5 milioni di "sfruttati". La questione, del resto, presenta diverse sfaccettature. Sul piano economico è fin troppo facile evidenziare la stridente contraddizione di un sindacato che contesta le aperture degli esercizi commerciali e la liberalizzazione degli orari di apertura in un contesto nel quale la disoccupazione è a livelli di guardia e la crescita latita. Per non dire dell’anacronistica pretesa di irreggimentare un settore, quello del commercio tradizionale, che non solo subisce la concorrenza del mercato online, ma che si trova a fronteggiare la dilagante presenza dei minimarket “Bangla” h24. Tralasciando i nodi di natura squisitamente contrattuale (diritto e libertà della negoziazione) e sociale, non si rischia la disparità tra dipendenti secondo la tipologia dell’impiego?

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