PANE & ROSE

Easy rider, festa dei lavori

Flessibilità, autonomia, innovazione. Quel Primo Maggio che sindacati e politica faticano a celebrare. "È cambiato il contesto competitivo, il mercato, lo scenario istituzionale e geopolitico". L'analisi dell'economista Marattin

Dalla festa del lavoro alla festa dei lavori. In vent’anni c’è stata la “rivoluzione”, ma non quella che molti attendevano. Torino – città che con la sua ideologia “lavorista” è stata culla di grandi conflitti sindacali, genius loci di quell’epica operaista su cui la marcia dei 40mila ha messo la pietra tombale, chiudendo con la disfatta del fronte massimalista il secolo ferrigno – è stata colta in contropiede, in una sorta di contrappasso storico: nei giorni scorsi una sentenza del Tribunale del lavoro subalpino ha stabilito che sono liberi professionisti i rider, i ragazzi dei “lavoretti”, quelli che inforcata la loro bicicletta consegnano pasti a domicilio. Figli della Gig economy, orfani di una storia collettiva che il sindacato cerca ora di adottare. E così anche questo Primo maggio si consumerà con la solita sequela di slogan e rituali ormai lisi, una liturgia frusta di un tempo (tra)passato, vecchie ricette riproposte come totem, pilastri di ideali che potevano interpretare un’epoca, non questa.

Un tempo era Cipputi, l’operaio di Altan, una vita nella fabbrica, la stessa tutti i giorni. Fino al necrologio pubblicato sul giornale della famiglia (quella proprietaria della fabbrica, ovviamente). Oggi il mercato del lavoro offre una varietà infinita di possibilità e contratti, precarietà e opportunità. È in questo contesto che i corpi intermedi – partiti, sindacati e associazioni datoriali – devono muoversi, per rappresentare forme di lavoro sempre più parcellizzate e flessibili, un mondo variegato di cui fanno parte il metalmeccanico di Fca e il biker di Foodora. “In questo senso io sono marxista, distinguo tra i produttori e coloro che guadagnano sulla rendita. Detto ciò, il problema è che c’è ancora chi pensa che nelle nostre fabbriche ci siano gli operai con la tuta blu e la chiave inglese”. A parlare è Luigi Marattin, neo deputato e consigliere economico di Palazzo Chigi dal 2014 al 2018, prima con Matteo Renzi, poi con Paolo Gentiloni. A 39 anni è stato consigliere comunale e assessore nella sua Ferrara, oggi insegna Politica economica all’Università di Bologna. È tra coloro che hanno difeso e continuano a difendere il Jobs Act e che definiscono un “feticcio” l’Articolo 18. “Oggi – spiega – gli operai hanno un camice bianco e lavorano davanti a un mini pc. Queste sono le realtà, almeno nei distretti più innovativi. L’automazione di cui tutti hanno paura nella maggior parte dei casi già c’è stata”. E per fortuna. 

Secondo Marattin il legislatore “deve fornire delle tutele ai lavoratori, ma allo stesso tempo adattarle a un contesto in continuo mutamento”. A partire dalla distinzione tra lavoratore dipendente e autonomo, fino alle politiche attive del mercato del lavoro, che il governo Renzi aveva provato a centralizzare attraverso un’agenzia nazionale (Anpal) sottraendole dalle competenze regionali (l’esito del referendum, però, ha complicato enormemente le cose). “C’è poi il tema del salario minimo contro lo sfruttamento di ragazzi, dal settore web alla ristorazione, che spesso lavorano per due o tre euro all’ora” prosegue Marattin che introduce la questione dei “buchi previdenziali inevitabili in carriere lavorative che non potranno che essere discontinue”.

L’articolo 18? “È un feticcio, il riflesso di una cultura attaccata ai simboli e non alle cose concrete. Uno strumento che ha reintegrato al lavoro poche decine di persone”. A questo tema Marattin ha dedicato anche un lungo post su facebook, per spiegare la differenza tra ieri e oggi, a fronte di un licenziamento al lavoratore coperto dall’articolo 18 e a quello che gode del sistema di ammortizzatori previsti nel Jobs Act.

La difficoltà del sindacato a parlare alle nuove forme di lavoratori atipici è nella fotografia che ogni anno viene scattata analizzando i suoi iscritti. Degli oltre 5 milioni e mezzo di tesserati alla Cgil del 2016 la metà provengono dallo Spi, il sindacato dei pensionati, oltre 800mila sono dei settori dell’industria e delle costruzioni. Questo è il target del primo dei confederali. Scrive Oscar Giannino sul Messaggero: “Il peso crescente dei pensionati sugli iscritti sindacali (erano meno di 3 milioni 30 anni fa) è una debolezza e non una forza del sindacato. E sembra stridere con una delle fondamentali caratteristiche che genera consenso al populismo: cioè il fatto che l’Italia ha un welfare non per giovani ma per anziani, con oltre il 70% della spesa sociale destinata agli over 55enni”. Per contro gli iscritti ai tre maggiori sindacati con età inferiore ai 35 anni sono meno di 1 su 5 rispetto al totale, il 16% in Cisl e il 19% in Cgil. Così, in un sistema sindacale in gran parte cristallizzato emerge come una mosca bianca il leader della Fim Cisl Marco Bentivogli, il sindacalista 4.0, secondo il quale “i robot e l’innovazione non distruggono posti di lavoro, anzi ne creano” tesi da cui era partito per scagliarsi contro Maurizio Landini, ex leader della Fiom, accusato di fare “solo denuncia rispetto a una retorica vecchia e morta, che chiamerei populismo sindacale”. Insomma, qualcosa si muove seppur con una certa lentezza. E per questo, probabilmente, le nuove generazioni “oggi non vedono nelle proposte dei sindacati delle risposte concrete” dice Marattin che comunque sottolinea la nascita di un dibattito sempre più fervente “persino nella Cgil”.

“Il problema – dice Marattin - è che politica e sindacati non hanno ancora fatto i conti con lo shock della globalizzazione che ha cambiato tutto. È cambiato il contesto competitivo, il mercato, lo scenario istituzionale e geopolitico”. Così mentre il mondo si trasforma e vengono introdotte nuove regole del gioco chi dovrebbe interpretare questi processi e rappresentare una società in evoluzione viene travolto. 

In Europa c’è stato addirittura chi, come Mariano Rajoy in Spagna, ha messo in discussione la contrattazione nazionale consentendo a un’impresa di uscire da quel recinto. “Io penso serva equilibrio – conclude Marattin – ma è evidente che sia necessario uno spostamento verso la contrattazione aziendale. Il livello nazionale in futuro potrà servire per inserire una rete minima di protezione, delegando il resto al livello locale”. E qualche provvedimento in tal senso il Pd lo aveva già varato, come per esempio la detassazione sul premio di produttività o le scelte in termini di welfare aziendale. “La società – conclude Marattin – va capita prima che rappresentata forse dovremmo essere chiamati tutti a uno sforzo di rilettura”.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    13:23 Martedì 01 Maggio 2018 LuigiPiccolo Un esame di coscienza

     Ma una piccola parentesi oggi che è il  primo maggio bisogna festeggiare che cosa ? Perché per festeggiare il primo maggio devi avere un lavoro. Visto che il sindaco di Torino non è stato in grado di realizzare nessun progetto riguardante posti di lavoro il consiglio regionale come sempre ha pensato solo aumentarsi gli emolumenti e 0 posti di lavoro se non per alcuni consulenti amici propri come il Comune di Torino, Camera e senato per carità Dio ce n'è guardi quelli di ieri non hanno fatto niente se non pararsi le targhe e quelli di oggi una massa di incapaci e miracolati. Volendo ce n'è anche per i sindacati che invece che difendere i posti di lavoro fino a ieri Si sono seduti al tavolo col padrone trovando una quadra per loro e i pochi che li circondavano. E oggi manifestano e protestano.

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