ECONOMIA & GIUSTIZIA

Ubi, una banca fuori controllo?

I vertici dell'istituto accusati di aver ostacolato gli organi di Vigilanza e di aver agito in una sorta di patto segreto per governare il gruppo. Il ruolo del socio piemontese, la Fondazione Cr di Cuneo, e le mosse dei fondi

“Fare banca per bene” è lo slogan di Ubi Banca, il terzo gruppo di credito nazionale. Evidentemente la magistratura non è dello stesso parere: il 27 aprile il Tribunale di Bergamo, con decisione del Gup  Ilaria Sanesi, ha rinviato a giudizio, con Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, i vertici Ubi Banca, dal consigliere delegato Victor Massiah al presidente del Consiglio di Sorveglianza Andrea Moltrasio; gli imputati sono una trentina, e la sentenza di primo grado è prevista entro la fine dell’anno.

I reati contestati sono assai gravi: ostacolo alle attività di vigilanza e manipolazione di assemblea.  La vicenda riguarda da vicino il Piemonte, dove operano 166 filiali del gruppo, di cui 97 in provincia di Cuneo. Sino al 2016 costituivano la rete della Banca Regionale Europea (Bre), erede della storica Cassa di Risparmio di Cuneo; in seguito il gruppo ha abbandonato il modello federale ed ha assorbito in un’unica banca le controllate locali. Attualmente la rete nazionale comprende oltre 1800 filiali.

Il reato di manipolazione di assemblea
Il procedimento legale ha preso avvio cinque anni fa, in seguito alla denuncia delle irregolarità dell’assemblea di rinnovo cariche di Ubi Banca tenuta il 20 aprile 2013, presentata da due associazioni di azionisti, di Cuneo e di Bergamo. Per la prima volta due liste alternative avevano sfidato il gruppo di vertice uscente, con forti probabilità di successo, visti i pessimi risultati di conto economico. E il vertice uscente parrebbe avere alterato  la composizione della platea degli azionisti con diritto di voto, utilizzando migliaia di deleghe in bianco, ottenute tramite la mobilitazione della rete e di altri soggetti, quali la Compagnia delle Opere di Bergamo.

Il reato di ostacolo alle attività di vigilanza
Il Gruppo Ubi Banca era stato costituito nel 2007, in seguito alla fusione per incorporazione del gruppo bresciano Banca Lombarda e Piemontese nel gruppo bergamasco Banche Popolare Unite. Il gruppo bresciano era una società per azioni, minacciata da una scalata ostile del Banco Santander; il gruppo bergamasco era una banca popolare, come tale regolata in assemblea sulla base del voto capitario, a prescindere dalle quote azionarie possedute. La natura giuridica del nuovo gruppo lo rendeva immune da scalate ostili, ed infatti il Banco di Santander ne prese atto.

Fu un matrimonio di convenienza tra due banche con culture aziendali diverse; sin dall'inizio i rispettivi vertici decisero di continuare a comandare ognuno a casa propria. Pertanto pare sia stata costituita una cabina di regia, una sorta di patto di sindacato occulto, che decideva sugli argomenti di competenza dei Consigli, in tema di nomine, predisposizione delle liste per le assemblee di rinnovo cariche, relazioni istituzionali con la Banca d’Italia, la Consob, il Mef.  Dominus incontrastato della cabina di regia pare fosse Giovanni Bazoli, storico capo della finanza bianca, e fino al 2012 amministratore di due gruppi concorrenti, Intesa Sanpaolo e Ubi Banca. Le indagini del Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, avviate nel 2013 e concluse nel dicembre 2016, hanno fornito prove della violazione della legge, avvalendosi di intercettazioni ambientali, perquisizioni domiciliari e presso le sedi bancarie, controllo degli archivi di pc fissi e di tablet.

In seguito ad una perquisizione domiciliare effettuata all’alba, sono stati addirittura trovati i verbali dettagliatissimi delle riunioni segrete, che uno dei partecipanti ingenuamente annotava a mano. Le prove erano risultate talmente gravi da indurre la Guardia di Finanza a chiedere alla Procura della Repubblica di Bergamo, nel dicembre del 2016, l’adozione di misure cautelari nei confronti di Giovanni Bazoli, Victor Massiah  ed altri, motivando tale richiesta sulla base della loro “comprovata tendenza a delinquere” e del  rischio di inquinamento delle prove. La Procura non la accolse, ma a fine del 2017, su iniziativa del pm competente, e del Procuratore capo, richiese al Gup il rinvio a giudizio, disposto appunto lo scorso 27 aprile.

Due palle di neve diventate una valanga
Da Cuneo. Nel 2010 la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, su decisione dell'allora presidente Ezio Falco, aveva sostituito il suo rappresentante nel Consiglio di gestione di Ubi, Piero Bertolotto, con Gianluigi Gola. Nel 2011 Falco aveva anche ottenuto la sostituzione di Bertolotto alla presidenza della Banca Regionale Europea. Eppure, quindici giorni prima lo stesso Falco aveva deliberato la fiducia a Bertolotto e la sua conferma ad entrambi gli incarichi. Che cosa era accaduto, nel frattempo? Il fatto che Bertolotto, sulla base del parere del responsabile crediti della banca, non si fosse prestato a consentire ulteriori affidamenti all’azienda di Falco, in difficoltà finanziarie.

Presidente fu nominato il torinese Luigi Rossi di Montelera, dopo che, invano, il presidente della Fondazione aveva cercato di fare assegnare l'incarico ad esponenti della politica locale a lui vicini.

L’ultimo bilancio firmato da Bertolotto, quello del 2011, presentava un utile netto di parecchie decine di milioni, oltre il budget previsto; nei cinque anni successivi la Banca Regionale Europea ha perso quote di mercato e lo storico ruolo di banca di riferimento del territorio; i risultati economici sono diventati negativi, e la banca è divenuta una palla al piede nel conto economico della capogruppo. I rappresentanti cuneesi ai vertici di Ubi non hanno saputo, voluto o potuto influire sulle decisioni che hanno penalizzato la rete cuneese, il personale, e ovviamente la clientela, e i consiglieri della Bre si sono dimostrati del tutto inadeguati alla loro funzione.

Da Bergamo. Sin dal 2012 l’Associazione di azionisti presieduta da Giorgio Jannone era del tutto insoddisfatta dei risultati di conto economico di Ubi e della caduta verticale del titolo in borsa. I risultati hanno continuato ad essere negativi nel corso degli anni; il bilancio 2017 ha distribuito agli azionisti un utile simbolico attingendo alle riserve, e il titolo è intorno ai 4 euro, a fronte dei 20 del 2007,  malgrado due aumenti di capitale. Di qui la decisione di presentare una lista comune Jannone-Bertolotto, per sfidare la governance uscente nell’assemblea di rinnovo cariche del 2013; la denuncia delle irregolarità dell’assemblea e gli sviluppi giudiziari.

Ora che cosa farà la Banca d'Italia?
In tutta la vicenda vi è stato un silenzio assordante da parte della Banca d’Italia, i cui standard di efficienza nella vigilanza sono stati messi sotto i riflettori della Commissione parlamentare presieduta da Pier Ferdinando Casini. Ora c'è da domandarsi se in questo caso permangano sostanzialmente i requisiti di onorabilità richiesti per ricoprire incarichi di vertice nella terza banca nazionale, in presenza della contestazione di reati particolarmente incompatibili con l’etica bancaria. Al riguardo, c’è chi invoca in un intervento della Banca Centrale Europea.

Cosa faranno i Fondi di investimento?
In secondo luogo, ci si domanda se i Fondi di investimento, nazionali e internazionali (che controllano la maggioranza assoluta dell'azionariato di Ubi Banca, in seguito alla defezione di molti azionisti privati che non hanno ritenuto di mantenere il loro investimento nel titolo) non riterranno opportuno, e forse doveroso, cambiarne la governance.

E in tutto questo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo...
È quantomeno sorprendente che il presidente della Fondazione CrC, Giandomenico Genta, maggiore azionista di Ubi Banca dopo i Fondi, intervenendo all’assemblea del Gruppo tenuta lo scorso 6 aprile, abbia manifestato soddisfazione per i risultati  ottenuti (davvero insoddisfacenti, soprattutto se paragonati a quelli dei principali competitor). Nel suo intervento Genta ha affermato, tra l’altro: “Voglio esprimere la vicinanza agli amministratori di Ubi Banca, che in questo periodo continuano a preoccuparsi di fare banca al meglio, nonostante siano coinvolti in vicende personali che di sicuro non facilitano questo compito. Siamo sicuri che il tutto potrà risolversi in tempi brevi”. In effetti, una prima soluzione è arrivata dopo tre settimane, ma nel senso opposto a quello auspicato dal presidente della Fondazione CrC, con la decisione del rinvio a giudizio dell’intero vertice. Forse una maggiore prudenza sarebbe stata opportuna, a maggior ragione da parte di chi amministra il patrimonio di una collettività.

In conclusione
In ogni caso,  i clienti cuneesi e piemontesi di Ubi Banca e i suoi dipendenti hanno più che legittimi motivi di preoccupazione, nel sapersi amministrati da vertici rinviati a giudizio per reati gravissimi, e malgrado tutto decisi a rimanere incollati alle proprie poltrone. Di sicuro, l’epilogo giudiziario ha un preciso significato: attesta la fine della finanza di relazione, che per decenni ha condizionato le dinamiche del sistema creditizio italiano.

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