Decidiamo chi vogliamo essere

In una società in cui “i produttori” non si sentono più rappresentati e difesi ritengo sia normale vincano i populismi. Mi sembra molto semplice. Quasi lineare. Provo a spiegare perché.

In questi anni che hanno segnato indelebilmente l’indebolimento delle classe media, della borghesia italiana, sia dal punto di vista economico che da quello della sua rappresentatività, è avvenuto un vero e proprio cambio di paradigma. Quello che si verifica in Italia non è nient’altro che la coda di quanto sta avvenendo - o è avvenuto - in tutte le nazioni Occidentali. Noi arriviamo semplicemente dopo. Perché siamo ai confini dell’Impero, siamo terra di frontiera, siamo lo scoglio su cui si infrange la crisi dell’Occidente.

Brexit, Trump, presenza residuale dei socialisti francesi, l’ingresso prepotente nel Bundestag di Alternative for Deutschland, sono gli epifenomeni più evidenti di un processo che pare irreversibile. Perché chi ha sempre rappresentato l’architrave delle democrazie occidentali, mantenendole con il proprio sudore e la propria fatica, si rifugia in proposte demagogiche? Cosa è successo in questi anni? Ci siamo resi conto che la Grande Recessione ha modificato il DNA delle nostre (e della nostra) democrazie?

Abbiamo spesso detto che non saremmo più stati come prima. Che saremmo usciti dalla crisi diversi. Stiamo sperimentando, e il risultato elettorale di marzo ne è la prova, che non si trattava di semplici slogan, ma di autentiche realtà. La middle class non si sente più rappresentata, non è stata difesa. Quella storia del fatto che i diritti acquisiti hanno così prevalso sui doveri da diventare agli occhi dei “produttori” (piccoli e medi imprenditori, dipendenti del settore pubblico e privato, artigiani, partite iva) delle vere e proprie rendite di posizione non era una balla. Era talmente vera che gli stessi “produttori” oggi hanno deciso di smetterla di essere responsabili, hanno capito che la responsabilità non paga. Hanno deciso di rifugiarsi e accodarsi a chi offre loro protezione a scapito degli ultimi (che sono quasi visti come dei concorrenti nella spartizione della poca ricchezza rimasta, dei diversi, dei nemici da cui difendersi) oppure a chi sostiene l’invidia sociale come mezzo di riscatto. Da una parte abbiamo chi tira su muri, dall’altro chi fa del rancore una sorta di missione politica. Mai come oggi, soprattutto in Italia, i due estremi sembrano toccarsi. Non a caso nei sondaggi il governo 5 Stelle – Lega Nord sarebbe il più apprezzato dagli italiani.

E’ evidente che lo schema di rappresentanza offerto dalla sinistra novecentesca è superato: non solo non riesce ad intercettare in alcun modo i due sentimenti, ma non è neanche più capace di offrire una risposta di senso e di significato ai produttori. Lo stesso avviene per la proposta politica delle forze che si ritrovano nel Partito Popolare Europeo. E se pensiamo che, insieme, i pilastri dell’europeismo - di quel percorso lento, timido, fragile, che però ci ha consentito di vivere nel periodo di pace più lungo che mai abbiamo avuto nell’Europa Occidentale - valgono oggi (mettendoci dentro tutto, forze minori e addentellati compresi) meno del 40%, ci rendiamo conto di quanto siano a rischio i valori fondamentali del nostro stesso stare assieme. Il sistema di coesione sociale non solo sta scricchiolando, ma rischia di franare di colpo.

O si cambiano schema e proposta politica o viene giù l’Italia. Ci sono tentavi in tutto l’Occidente, ma il tempo scarseggia. Mentre alcuni analisti ci parlano già di una nuova recessione negli Stati Uniti nel 2019, l’Economist Intelligence Unit prevede una recessione tecnica negli USA già a inizio 2020. O si propone un patto con i produttori e la borghesia tanto nuovo quanto semplice, che parte dal principio che verranno privilegiati i sistemi produttivi e ridimensionati quelli parassitari, spingendo e investendo le poche risorse pubbliche rimaste su innovazione e welfare sostenibile oppure dobbiamo prepararci a scenari di conflitto permanente, a scarti incommensurabili tra tutelati e abbandonati, a irrilevanza dei sistemi classici di rappresentanza, non solo politica, ma anche sindacali e di categoria. Insomma ci siamo tenuti il Cnel, ma vi siederanno attori sociali senza più titolo.

In Italia abbiamo pochi mesi per costruire questa proposta politica e il soggetto che la farà propria. In Europa, dopo le elezioni della prossima primavera, le famiglie tradizionali non reggeranno; e se manterranno lo stesso nome si caratterizzeranno per contenuti radicalmente diversi. Mai come questa volta le Europee saranno fondamentali per l’Europa e per l’insieme dei suoi stati membri.

Se veramente ci sarà un voto anticipato, mentre sicuramente ci saranno in Piemonte le regionali, sul serio cari amici democratici credete che ripetendo lo schema abituale, il centrosinistra come lo conosciamo, saremo in grado di candidarci a governare, con qualche speranza di farcela il Paese o la nostra Regione?

Decidiamo chi vogliamo essere.

Io credo che siamo l’ultima speranza di istituzionalizzare il voto dei produttori, siamo l’ultima speranza della middle class e quindi del Paese, ma, e so che qui mi crocifiggerete, da soli non bastiamo. E di certo non sto pensando che il Nuovo-Ulivo con i 5 stelle sia la soluzione, anzi, sarebbe l’abdicazione del ruolo cui ci siamo candidati in questi anni. Come se qualcuno nel PD avesse la presunzione di poterli governare, quasi addomesticare, i pentastellati: un’idea che, oltre ad essere irrispettosa verso chi li rappresenta e chi li ha votati, è decisamente supponente e sciocca. Guardate cosa è successo a Forza Italia: è diventata la succursale della Lega; Berlusconi più che controllare Salvini ne è stato cannibalizzato. In passato l’errore lo fece Giolitti con Mussolini. Attenzione a sinistra a pensare che i 5 Stelle siano “compagni che sbagliano”.

A cosa penso: ad un gran partito liberal-democratico che guardi ai produttori, alla borghesia, alla middle class; un partito europeista convinto, che abbia la vocazione di rappresentare tutto quel 40% oggi diviso in rivoli, fiumiciattoli, affluenti. Un partito che sia centrale, non al centro per forza, nella ri-costruzione del Paese dopo la Grande Recessione da cui usciamo e che sappia affrontare la nuova crisi che probabilmente ci sarà nei prossimi anni, selezionando opportunamente dove investire le risorse. Che tenga l’Italia in Europa e nel consesso dei valori Occidentali e che posizioni il Piemonte tra le regioni guida del processo di costruzione della nuova Unione Europa, cui saremo costretti dopo la Brexit e le derive nazionaliste dei paesi di Visegrad.

So già che tutto questo verrà ridotto a “il renziano Ricca vuole fare l’accordo con Forza Italia”. Se qualcuno vuol leggerci questo faccia pure. Io sono certo che la strada che ho intravisto sia l’unica possibile e praticabile per chi sostiene che sia l’eguaglianza delle opportunità di partenza il grande motore dello sviluppo delle società e degli esseri umani e non una finta e impossibile eguaglianza dei risultati.

*Davide Ricca, Assemblea nazionale Pd, presidente Circoscrizione 8 Torino

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