ECONOMIA DOMESTICA

Liberi rider in libero Stato

I fattorini Foodora non hanno l'obbligo di effettuare la prestazione e non sono "sottoposti al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro". Così il giudice del tribunale di Torino motiva la sentenza con cui l'11 aprile ha respinto il ricorso

I rider di Foodora non sono da considerarsi lavoratori subordinati dal momento che non avevano alcun obbligo di effettuare la prestazione lavorativa. È quanto si afferma nelle motivazioni della sentenza 778/2018 dello scorso 11 aprile con la quale il giudice del lavoro di Torino, Marco Buzano, ha respinto il ricorso di sei rider in forza alla società di food delivery che chiedevano che venisse riconosciuta la natura subordinata del loro rapporto di lavoro. Natura che il giudice esclude perché “il rapporto di lavoro intercorso tra le parti era caratterizzato dal fatto che i ricorrenti non avevano l’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa e il datore di lavoro non aveva l’obbligo di riceverla”. È infatti “pacifico - si legge nel dispositivo - che i ricorrenti potevano dare la propria disponibilità per uno dei turni indicati da Foodora, ma non erano obbligati a farlo; a sua volta Foodorapoteva accettare la disponibilità data dai ricorrenti e inserirli nei turni da loro richiesti, ma poteva anche non farlo”. E questa caratteristica “può essere considerata di per sé - scrive il giudice - determinante ai fini di escludere la sottoposizione dei ricorrenti al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro”.

Inoltre “i contratti sottoscritti dai ricorrenti (a differenza di quelli stipulati in epoca successiva in cui era stabilito un pagamento a consegna) prevedevano la corresponsione di un compenso orario (5,6 euro lordi l’ora): è quindi logico - si legge - che i ricorrenti fossero tenuti a fare le consegne che venivano comunicate nelle ore per le quali ricevevano il compenso”. Nella sentenza i “nuovi strumenti di comunicazione” quali le “email, app” sono stati usati per la determinazione del luogo di lavoro, la verifica della presenza dei rider nei punti di partenza, le telefonate di sollecito della posizione finalizzate al rispetto dei tempi di consegna. Dunque escluso “il costante monitoraggio della prestazione”. Il giudice stabilisce inoltre che la esclusione dalla chat aziendale non può considerarsi sanzione disciplinare e fa presente che nella controversia non sono state prese in esame “le complesse problematiche della cosiddetta Gig Economy”.

I rider “sono parte fondamentale del successo di Foodora”. È quanto ribadisce l’azienda in un comunicato a commento delle motivazioni della sentenza. “Da sempre, rispetto alla prassi tipica del settore, Foodora - si legge - ha scelto di stipulare con i rider contratti di collaborazione coordinata e continuativa che, a differenze di collaborazioni in ritenuta d’acconto o con partita IVA, prevedono importanti tutele come i contributi Inps e l’assicurazione Inail in caso di infortuni sul lavoro, oltre ad una polizza assicurativa in caso di danni contro terzi che la società tiene a suo carico”.

Il tribunale torinese, nella sentenza si è richiamato a un precedente della Cassazione “su una vicenda che presentava una certa analogia con quella attuale perché' riguardava la consegna di plichi effettuata da lavoratori qualificati come autonomi”: la Corte (fra il 1991 e il 1993) affermò che la “non obbligatorietà” della prestazione “escludeva in radice la subordinazione”. Foodora teneva i contatti con i fattorini attraverso una piattaforma multimediale (“Shyftplan”) e una app per smartphone. Ma il tribunale ha affermato che questi strumenti non erano utilizzati né per “impartire ordini specifici” tali da configurare l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, né per “sottoporli a un’attività assidua di vigilanza e controllo”. Si trattava solo di coordinare le operazioni “perché l’azienda ha la necessità di effettuare le consegne in un ristretto periodo di tempo e deve pertanto sapere se il rider accetta o meno l’ordine per provvedere, eventualmente, ad assegnarlo a qualcun altro”. Per il giudice, inoltre, non si può parlare di “costante monitoraggio” dei fattorini perché' il sistema consentiva soltanto di fotografare la posizione del rider “in maniera statica e non di seguirne l’intero percorso in modo dinamico”. È stato anche escluso l’esercizio del “potere disciplinare” dell’azienda sui lavoratori, i quali, volta per volta, “potevano revocare la loro disponibilità su un turno utilizzando la funzione swap e potevano anche non presentarsi”. Secondo i ricorrenti potevano scattare esclusioni temporanee o definitive dalle chat aziendali o dai turni di lavoro. Su questo punto la sentenza è stata molto chiara, al di là che "in linea di diritto si deve comunque escludere che il tipo di provvedimenti indicati dai ricorrenti (esclusione temporanea o definitiva dalla chat aziendale o dai turni di lavoro) possa costituire una sanzione disciplinare"  viene scritto: "I ricorrenti sostengono di essere stati sottoposti al potere disciplinare di Foodora che si sarebbe concretizzato nel richiamo verbale e nell’esclusione temporanea o definitiva dalla chat aziendale o dai turni di lavoro. Questa affermazione non ha trovato riscontro nelle risultanze processuali”.

print_icon

1 Commenti

  1. avatar-4
    12:57 Martedì 08 Maggio 2018 dedocapellano Il nuovo diritto romano: o prendi questa minestra o salti dalla finestra!

    Certo in questo Paese dove la Magistratura invade tutto, persino in "camera da letto" è quantomeno singolare che poi un giudice ritenga "normale" il comportamento di "aziende" che democraticamente ti permettono di lavorare alle loro esclusive(nuovo paradigma dello schiavismo?) condizioni per poi permetterti( democraticamente) di lasciarti licenziare ..... insomma "o prendi questa minestra o salti dalla finestra".

Inserisci un commento