Lavorare meno per legge?

Un’associazione che si dichiara di area liberale ha ospitato un articolo in cui si propone di ridurre gli orari di lavoro per legge, in modo da far lavorare più persone riducendo la disoccupazione a scapito di un aumento generalizzato dei prezzi al consumatore finale dovuto all’incremento dei costi di produzione del fattore lavoro. Che simile proposta dirigista venga da un’associazione che si proclama liberale testimonia la vittoria culturale della visione statalista della società e la confusione che aleggia anche fra gli intellettuali.

Al contrario di una certa vulgata che descrive il lavoro come qualcosa di bello e pertanto ogni eventuale aumento delle ore lavorate costituirebbe un fatto positivo, non diremo niente di sconvolgente se affermiamo che la diminuzione dell’orario di lavoro farebbe felice i più. Quando si parla di orario di lavoro molti dimenticano che le persone comuni oltre alle normali ore lavorative, impiegano del tempo per l’amministrazione della casa e per l’accudimento dei figli o di altri familiari. Premesso ciò, però bisogna fare i conti con la realtà e verificare se è possibile diminuire l’orario di lavoro. Come abbiamo cercato di spiegare nel precedente articolo gli stipendi in Italia sono bassi, perché scontano una bassa produttività delle aziende italiane e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendi e salari implicherebbe un aumento dei costi di produzione e le aziende italiane devono competere a livello globale e non tutte sono come le Ferrari che può vendere al prezzo che vuole.

Oltre alla confusione nei principi di libertà è evidente un pressapochismo economico nel dare una media come dato valido per tutti i tipi di aziende. È ben evidente anche a chi non si interessa di economia che esistono aziende con un elevato uso di manodopera e altre meno e che la riduzione dell’orario di lavoro avrebbe effetti diversi sulle due tipologie di imprese. L’industria automobilistica fa grande uso di capitale per l’automazione spinta che utilizza e l’incidenza del fattore lavoro è bassa, mentre in un’impresa di pulizia il costo del lavoro è il fattore determinante. La riduzione dell’orario di lavoro nei due casi avrebbe effetti molto diversi. Nell’articolo si calcolava un aumento dei prezzi medio di circa il 3%. Anche qui un valore senza senso. Nell’industria automobilistica potrebbe essere una stima non campata in aria, ma non certo per le imprese di pulizia. Altra assunzione dirigista in perfetto stile sovietico è l’ipotesi che il consumatore finale possa accettare un aumento del 3% dei prezzi dei prodotti finali per poter permettere la riduzione della disoccupazione. Convinciamo i consumatori stranieri con una legge? L’economia non è un sistema chiuso e statico in cui sono tutte prevedibili le possibili conseguenze. La stima dell’aumento dei prezzi è basata su una media che non cattura la complessità della realtà. I consumi delle famiglie non sono tutti uguali. Una famiglia con bassi redditi avrà una incidenza proporzionale molto alta rispetto al reddito dei consumi di necessità come quelli per la casa e l’alimentazione. Chi può prevedere come la riduzione degli orari di lavoro possa incidere su questi ultimi prezzi? E se proprio i prezzi dei consumi di base subissero un’impennata? Sarebbero danneggiati le famiglie con redditi bassi e fissi. Nell’edilizia, nonostante la meccanizzazione, il lavoro umano è importante: basti pensare ad idraulici ed elettricisti. Proprio questi rappresentano una parte dei costi base.

Abbiamo illustrato come l’utilizzo di dati aggregati non riesca a catturare la complessità della realtà e come interventi dirigisti possano causare conseguenze non previste e a volte di segno contrario a ciò che si prefigge.

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