LE REGOLE DEL GIOCO

Regione, epitaffio (tra le liti) per la legge elettorale

Fallito l'ultimo tentativo di modificare le norme per l'elezione dei consiglieri di Palazzo Lascaris. Scontro nel Pd su doppia preferenza di genere, listino e ridisegno dei collegi. Il presidente Boeti: "Riferirò l'esito della mia ricognizione ai capigruppo"

Avrebbero dovuta tenerla a battesimo, invece ne hanno recitato il de profundis. È stata una rumorosa deposizione della pietra tombale sulla tanto annunciata nuova legge elettorale per la Regione Piemonte quella celebrata in un clima per nulla ecumenico nella riunione del gruppo Pd. Se anche volano, si sa, gli stracci non fanno rumore, ma il risultato al termine del summit dem è quello sintetizzabile in una della tante frasi raccolte: “Tutti per modificarla, ma ciascuno a modo suo”. In più, c’è chi neppure troppo nascostamente si muove perché tutto resti così com’è, secondo la vecchia legge del Gattopardo. Dentro e fuori il Pd.

Diplomatico per ruolo e per carattere, il presidente del Consiglio regionale Nino Boeti, che aveva posto in apertura dell’agenda del suo nuovo incarico proprio la verifica delle condizioni per cambiare il sistema con cui andare al voto il prossimo anno, di fatto issa la bandiera bianca: “Ho ascoltato tutti i gruppi ed emergono posizioni molto variegate che riferirò al più presto nell’incontro con i capigruppo” dice allo Spiffero. La porta, come si dice in questi casi, rimane ancora aperta, ma ormai è chiaro che uno dei temi annunciati come prioritari all’inizio della legislatura finirà in un cassetto, tra litigi in famiglia.

Non ci sarà, dunque, la doppia preferenza di genere lasciando il Piemonte, “una delle poche Regioni insieme a Calabria, Basilicata e Liguria a non prevederla”, come osserva con malcelato nervosismo per come sono andate la cose nell’incontro, la consigliera Nadia Conticelli. Abbiamo inserito la doppia preferenza di genere pure nelle primarie del direttivo dell’ultimo circolo ma non riusciamo a introdurle per la competizione regionale”, aggiunge tra rabbia e sconforto la presidente della Commissione Urbanistica che nel 2014 è stata eletta grazie al listino maggioritario, come del resto quasi tutte le donne del Pd, con l’eccezione di Angela Motta e Gianna Pentenero. E così dietro la “guerra dei sessi” si manifesta la preoccupazione di alcuni maschietti, in particolare i cosiddetti “signori delle preferenze” (da Raffaele Gallo a Daniele Valle), per nulla intenzionati a far crescere potenziali concorrenti, e men che meno spartire il proprio bottino di consensi.

Resisterà a dispetto di mille promesse il listino del presidente, per la cui eliminazione sarebbe necessario ridisegnare i collegi, aprendo un ulteriore fronte, così come finiscono in fumo le istanze per ripartire i resti su base provinciale avanzate da quei territori che rischiano di non vedere eletto neppure un loro rappresentante.

Raccontano di un eufemisticamente vivace scambio di opinioni tra Andrea Appiano e il vice di Sergio Chiamparino, Aldo Reschigna, così come di altre puntute discussioni che hanno palesato ulteriormente quelle direzioni ostinate e contrarie sulla modifica della legge che fin dall’inizio hanno segnato tra le fila democrat un percorso di fatto mai partito. Con già la valigia in mano per Roma, a fare il deputato, l’ex capogruppo Davide Gariglio, salutando, aveva ricordato come fosse “importante arrivare a una nuova legge”. Se non c’è riuscito lui in quattro anni (e nel doppio incarico di segretario del partito e presidente del gruppo) figuriamoci il suo successore Domenico Ravetti in un manciata di settimane.

Magari se dal fronte delle minoranze fosse arrivato un segnale deciso e, soprattutto univoco, forse il Pd messo nell’angolo sarebbe riuscito, obtorto collo, a rinserrare i ranghi. Invece anche le opposizioni paiono marciare in ordine sparso, con Forza Italia che frena e il M5s che già intravvedeva le difficoltà che oggi si sono ulteriormente acclarate.

“Quando ti accorgi che non ci sono i numeri, che non si è riusciti a trovare la sintesi sui nuovi collegi così come sull’alternanza di genere, arrivi a un certo punto che per non prendere in giro i cittadini devi prendere atto che non ci sono le condizioni”. La frase non è di Boeti, ma del suo predecessore, Mauro Laus, accesissimo sostenitore della riforma partendo dalla doppia preferenza di genere (che lo vedeva non certo disinteressato, considerato il ticket pronto con i suoi Mimmo Carretta e Maria Grazia Grippo a Torino), ma anch’egli, non più tardi di due mesi fa, con la bandiera bianca in mano.

Negli anni e nei mesi scorsi sulla questione si era anche inserita la polemica sollevata dai comuni montani riuniti nell’Uncem cui si deve una proposta di legge rimasta pure quella per parecchio tempo in un cassetto di via Alfieri. Era stata, ancora una volta, la necessità di garantire un’equa e diffusa rappresentanza all’interno dell’assemblea legislativa a indurre l’associazione a puntare su un sistema maggioritario con la suddivisione del Piemonte in 50 collegi, uno per ogni consigliere, in cui la lista che avrebbe preso più voti avrebbe portato in via Alfieri il primo dell’elenco lasciando gli altri in panchina per eventuali subentri e via al listino del presidente: una sorta di Mattarellum in salsa piemontese. “Si modifichi almeno la ripartizione dei resti portandola dall’attuale livello regionale a quello provinciale” aveva chiesto il deputato Pd Enrico Borghi fino a pochi giorni fa presidente nazionale di Uncem. Niente. La legge elettorale resterà così com’è. “Il Pd potrebbe comporre il listino del presidente rispettando la ripartizione di genere, con metà uomini e metà donne” ha detto il capogruppo Ravetti. Un pannicello caldo, anzi neppure tiepido.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    11:52 Sabato 12 Maggio 2018 Paladino Disonesti e incompetenti

    Fino a quando le leggi elettorali invece che essere scritte da giuristi onesti e imparziali saranno scritte da politici ignoranti e scorretti che malamente cercano soluzioni furbesche, avremo sempre sempre risultati disastrosi.......

  2. avatar-4
    10:34 Sabato 12 Maggio 2018 moschettiere Brutto vezzo, ma non solo

    Cercare di salvare le posizioni manipolando il sistema elettivo è a dir poco un pessimo vezzo. Comune - purtroppo - alla mentalità politica attuale, deposito di personalità di secondo piano, prive di senso dello Stato. Succede quando i mestieranti di basso lignaggio accedono alle alte sfere. Oggi assistiamo al degrado del sistema raccogliendo i miseri frutti (inevitabili) della logica a plebiscito universale, ove - per dirla alla Fruttero & Lucentini - forzatamente vige la "prevalenza del cretino".

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