L’anno zero del centrosinistra

Dunque, forse hanno ragione coloro che dicono una cosa molto semplice anche se radicale. E cioè, coloro che hanno contribuito, forse anche inconsapevolmente, a far precipitare la credibilità, i consensi e la serietà politica del centrosinistra devono adesso farsi da parte per un po’. Mi riferisco, come ovvio, ai massimi dirigenti di quei partiti e di quei movimenti che hanno portato il centrosinistra a questa situazione. Una tesi, questa, che comincia a farsi largo nel cosiddetto “popolo” del centrosinistra anche che se è sempre difficile che chi guida un partito, anche se ripetutamente sconfitto, accetti di buon grado di farsi da parte. Eppure, se ci si ferma alla concreta esperienza di Pd e Leu, il giudizio non può non essere drastico.

Il Pd renziano, l’ormai noto “PdR”, è reduce da una serie di sconfitte politiche ed elettorali che ha ridotto il principale partito del centrosinistra italiano e perno del riformismo di governo di questi ultimi 25 anni, ad un cartello elettorale del tutto ininfluente nella geografia politica italiana. Per non parlare delle moltissime amministrazioni locali dove la guida è passata in questi ultimi anni, in modo scientifico e omogeneo in tutto il paese, nelle mani del centrodestra e in misura minore ai 5 stelle. Può, oggettivamente, la dirigenza politica del Pd che ha ridotto il partito in questo stato restare tranquillamente alla sua guida? Non è una domanda dominata dal rancore, dalla polemica o dal risentimento ma da una situazione oggettiva e nota a tutti.

Sul fronte opposto, quello di Leu, dopo aver detto, giustamente, che era necessario saper intercettare milioni di voti in uscita dal Pd per le scelte politiche sbagliate e dissennate della gestione renziana del partito, ci si trova in una situazione dove non si può non registrare il totale fallimento elettorale di quella esperienza politica. Può, e senza alcuna polemica, chi ha diretto quel partito autodefinendosi “capo” continuare a guidarlo come se nulla fosse? Per non parlare delle sigle, o delle liste, del tutto virtuali ed inventate alla vigilia del voto e quindi insignificanti a livello politico e programmatico. Senza, quindi, perdere tempo a giudicare chi ha diretto politicamente quelle sigle virtuali.

Ecco perché, dunque, è necessario adesso e soprattutto dopo il voto del 4 marzo avviare una diversa e rinnovata fase politica. Una fase politica che passa dalla oggettiva unità di tutte le forze, movimenti e partiti che si riconoscono in questo campo politico e culturale. Senza ulteriori e ridicole divisioni. In secondo luogo va avviata una iniziativa politica che rifondi un progetto politico di centrosinistra, riformista e di governo alternativo alla destra e al movimento 5 stelle. Alternativo, però, non significa copiare maldestramente le politiche di centrodestra messe in atto dalla gestione renziana in questi ultimi quattro anni e che sono alla radice della sconfitta storica del Pd e, di conseguenza, dell’intero centrosinistra,

In ultimo, si pone inesorabilmente il capitolo di chi è titolato a guidare questo processo politico, culturale e programmatico che si presenta lungo, complesso e faticoso. Lo possono fare coloro che hanno ridotto il centrosinistra a questo campo di macerie? Probabilmente no. Si deve, cioè, ripartire da zero. Come si suol dire. Solo attraverso un ripensamento radicale delle politiche, delle scelte e del gruppo dirigente sarà possibile, forse, invertire la rotta. Altrimenti l’unico epilogo sarà quello di assistere passivamente allo sfacelo progressivo, e forse definivo, del centrosinistra.

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