GLORIE NOSTRANE

Un torinese a Palazzo Chigi? No

Sempre più insistenti le voci sul possibile incarico di premier a Giulio Sapelli, economista nato e formatosi sotto la Mole, poi emigrato a Milano. Un "trotzkista" di tradizione cattolica, amico di Bertinotti e Siniscalco. Ma fonti M5s smentiscono e tutto sfuma

“Sono in attesa. Sto aspettando che qualcuno mi chiami per andare al Quirinale dal Presidente Mattarella. Sono un vecchio torinese che rispetta le istituzioni”. È quanto dichiarato da Giulio Sapelli al quotidiano online Lo Speciale che lo ha contattato per avere risposte in merito alle notizie di una sua candidatura per Palazzo Chigi sostenuta dalla Lega di Matteo Salvini. Il professore non si dice affatto preoccupato del compito che potrebbe attenderlo una volta salito a Palazzo Chigi, e quanto all’ipotesi che possano arrivare seri ostacoli dall’Europa risponde: “L’Europa è quella che mi preoccupa di meno. Non temo né l’Unione Europea, né i mercati finanziari che sono molto più innovatori e consapevoli del cambiamento di quanto pensiamo. Temo molto di più le persone che pensano soltanto al proprio orticello e non sanno guardare oltre il proprio ombelico”. Un incarico però durato una manciata di ore a dar retta alle fonti grilline che smenticono la notizia. “Ho incontrato il M5s e la Lega ieri sera, non sono andato a cena, erano le 21.30 circa e non credo che avessero cenato. Io non sapevo di questa nota del M5s. Ieri sera mi avevano chiesto di incontrarmi quelli dei 5 Stelle, insieme alla Lega, vorrà dire che hanno cambiato parere – ha detto lo stesso Sapelli, a commento degli ultimi sviluppi -. Io ci tenevo a fare qualcosa, perché avevo letto il loro programma e mi sembrava un buon programma ma a condizione che ci fosse Siniscalco accanto a me, cioè una persona di alto profilo a ricoprire il ruolo di Ministro del Tesoro e poi perché il premier deve scegliere i suoi ministri. Non si parla di flat tax nel loro programma, ma c’è un buon discorso programmatico sulle tasse e il reddito di cittadinanza è presentato come in tutti i Paesi europei, in particolar modo viene preso il modello tedesco”.

La vita di Sapelli comincia nel 1947 a Torino, vi prosegue con due lauree – in Economia e commercio e in Storia moderna – e gli studi di filosofia. Continua in Eni (dove anni dopo sarà “presidente per sei ore”), Olivetti, Telecom, Finmeccanica. Dopo un giro del mondo che tocca Parigi, Londra, Barcellona, Buenos Aires, approda a Milano dove diventa professore ordinario di storia economica, economia politica, analisi culturale dei processi organizzativi. Segretario della Fondazione Feltrinelli, alla fine degli anni ’90 approda alla Fondazione Mattei dove lavora per vent’anni con Domenico Siniscalco, altro prof torinese ed ex ministro. Nel frattempo scrive 40 volumi ed oltre 360 articoli. L’ambiente culturale di Torino – scrisse proprio Siniscalco, a cui va il merito della definizione di “scienziato sociale” coniata per Sapelli – l’Università, la grande impresa, la passione politica costituiscono un vero e proprio imprint.

L’asse della cultura torinese correva, ha ricordato un suo vecchio amico, Fausto Bertinotti, lungo il corso Unione Sovietica in un collegamento ideale tra la vecchia società e Mirafiori. Torino, negli anni ’70, era non solo una città industriale cresciuta impetuosamente dal punto di vista demografico ed economico intorno alla Fiat, al Pci, ai sindacati, alla cultura cattolico-sociale rappresentata dal cardinale Michele Pellegrino, che aveva le radici nei” tre santi sociali” Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giovanni Bosco e Pier Giorgio Frassati (beato); era anche il laboratorio di formule uniche di politica che vedrà talvolta fondersi in quello che verrà sprezzantemente denominato dagli avversari “cattocomunismo” caratterizzato da forti valori comuni: l’uguaglianza, la valorizzazione della persona, ricorda Bertinotti.

Esisteva anche un mondo laico fatto di socialisti, radicali, repubblicani; e c’era Lotta Continua; e c’erano le Brigate Rosse che uccidevano giornalisti, manager, professionisti, un cancro che il Pci riuscì ad estirpare dalla carne della sinistra estrema pagando a sua volta un prezzo di sangue.

Da questa società ribollente di passione e di cultura (si ascoltavano Norberto BobbioFranco Momigliano, Francesco Forte, Alessandro Passerin d’ Entreves, Massimo Mila, il cardinale Pellegrino) nacque un modo speciale di fare economia politica, una combinazione di storia, filosofia, sociologia della quale Sapelli divenne originale interprete.

“Intellettuale progressista di ispirazione cattolica” (Franco Locatelli), “grande esperto della corruzione nel capitalismo contemporaneo” (Giorgio Bocca), ha all’attivo più di quaranta libri. Sapelli, nella cerimonia di congedo dall’Università, ha ricordato alcuni episodi della sua intensa vita di studioso e di politico: per citare, quello in cui, giunto a Milano, Gianni Cervetti (un leader migliorista del Pci) gli propose di entrare nel consiglio di una banca. Al rifiuto, gli disse: “Uno come te rimane comunista per sempre”. “Vecchio trotzkista” dello “Stato operaio degenerato”, si autodefinisce Sapelli, il quale ha aggiunto di essersi poi dimesso dal Pci senza i clamori che hanno accompagnato altre uscite dal partito.

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