VERSO IL 2019

Regione, Mattioli scalda i muscoli

Scartata da Chiamparino per l'eccessiva connotazione di establishment, la numero due di Confindustria saggia il terreno attorno a una sua candidatura autonoma. Ilotte, Sandretto e Boglione i primi supporter. Ipotesi "civica" poi allargata ai partiti

“Non ho ancora deciso cosa farò da grande”. Detto da chi alla vigilia della cinquantunesima primavera – per quanto in forma smagliante – di mestiere fa l’imprenditrice, la vicepresidente di Confindustria e della Compagnia di San Paolo è alquanto singolare. O un preciso messaggio lanciato ai naviganti. Licia Mattioli, infatti, è tutt’altro che irresoluta e con la testa tra le nuvole. E da donna di potere navigata sa bene come certe cose dette con apparente nonchalance, al pari di quelle lasciate intendere, nel piccolo mondo antico torinese diventino in fretta materia per il chiacchiericcio. Come quello che, riferiscono fonti di via Fanti, la vedrebbero impegnata in un giro di ricognizione per “testare” il polso di amici ed estimatori in vista delle Regionali del 2019. Competizione nella quale la Mattioli non disdegnerebbe di correre: candidata presidente, of course.

La notizia non sarebbe nuova se si rimanesse alla comparsa del nome della Mattioli nei ragionamenti, di qualche mese addietro, del presidente della Regione Sergio Chiamparino sul suo possibile successore. Ipotesi prontamente liquidata dall’attuale inquilino di piazza Castello come poco praticabile – non per la persona in sé, si era affrettato a spiegare il governatore in carica, ma per il “marcato tratto di establishment” dell’operazione – attribuendo (e quindi scaricando la responsabilità) all’allora segretario Pd Davide Gariglio la paternità dell’idea.

Oggi il nome di Lady Gioiello ricompare in uno scenario molto diverso. La dinamica e arrembante imprenditrice, ex numero uno dell’Unione industriale di Torino, seduta su due prestigiose poltrone in viale Astronomia (con la delega all’internazionalizzazione) e nella fondazione di corso Vittorio Emanuele, sta accarezzando l’idea di scendere in campo per la presidenza della Regione, Senza, almeno all’inizio, padrinaggi politici, tantomeno su richiesta di questo o quel partito. Le solite malelingue già s’affrettano a spiegare questa probabile scalata con l’impossibilità di farne un’altra: quella alla successione di Vincenzo Boccia, al vertice di Confindustria. Di certo tra le caratteristiche della Mattioli non manca, né scarseggia l’ambizione che, si sa, è dote fondamentale per fare politica. Poi l’essere donna, in un momento in cui i fallimenti e le delusioni che la politica annovera sono pressoché sempre declinati (pur con qualche eccezione, magari proprio sotto la Mole a confermare la regola) al maschile, non guasta affatto. In più lo stesso approccio che la Mattioli starebbe meditando, condividendo il ragionamento con una per ora ristretta e qualificata cerchia, rappresenterebbe un ulteriore atout a suo favore.

Apparecchiare un tavolo della società civile, dall’impresa alle professioni passando per le associazioni e altri soggetti, sedersi osservando la massima di Massimo D’Alema – capotavola è dove mi siedo io – e poi, eventualità tutt’altro che remota in vista delle urne, allargarlo ai partiti. Che, a quel punto, non sarebbero più un indispensabile taxi, bensì alleati e supporter di una outsider capace di rivelarsi, a seconda dei punti di vista e delle convenienze, non tanto una scomoda concorrente, ma una provvidenziale soluzione a molti problemi, incominciando proprio dall’individuazione del candidato presidente. Quella caccia alla successione, nel caso del Pd, che aveva fatto saltar fuori il nome della Mattioli come uno di quelli su cui avrebbe fatto un pensierino Chiamparino, il quale ne avrebbe parlato pure con la diretta interessata. Salvo poi, come abbiamo visto, cambiare repentinamente opinione. “Il centrosinistra è troppo connotato da un’immagine di potere”, va ripetendo il Chiampa, indicando piuttosto in persone come Mauro Salizzoni i tratti della società civile spendibile in una competizione elettorale che si annuncia ad alto rischio.

Ed è innegabile che proprio di quel blocco di potere che un tempo remoto qualcuno avrebbe definito “Sistema Torino” l’imprenditrice sia parte e simbolo, in città e non solo. Ma non tutti hanno queste remore, figurarsi chi dell’establishment riveste ruoli di primo piano. Non stupisce, dunque, che a caldeggiare l’idea della Mattioli in piazza Castello ci siano, tra gli altri, l’imprenditore Marco Boglione, la mecenate dell’arte Patrizia Sandretto e il presidente della Camera di Commercio di Torino Vincenzo Ilotte. Per la sua ascesa al vertice dell’ente camerale la Mattioli si era spesa molto, ricambiata anche a costo di superare l’ostacolo rappresentato da Enrico Salza quando arrivò il momento della sua nomina nel board della Compagnia di San Paolo. Un sostegno di peso e trasversale ai partiti quello su cui potrebbe contare l’attuale vice di Boccia e di Francesco Profumo, nella sua non improbabile ad oggi corsa alla guida della Regione. Che, ovviamente, non potrà prescindere dall’appoggio della politica.

Già, ma quale? Il pasticciato endorsement arrivato, in modi e tempi non proprio indovinati, dal Pd potrebbe essere un indizio e magari una soluzione per il dopo Chiamparino (se non sarà un Chiamparino bis), su cui tuttavia peserebbe la prevedibile contrarietà della sinistra. Per i soliti maligni dietro i primi passi della Mattioli ci sarebbe se non proprio l’appoggio, di certo la non contrarietà dello stesso Gariglio che attraverso la moglie è (quasi) di casa in via Fanti. Altri, riferendo di rapporti “assai cordiali” con Chiara Appendino arrivano a fantasticare patti di “desistenza” con il mondo grillino. Nel centrodestra gli aspiranti candidati abbondano – da Claudia Porchietto ad Alberto Cirio – e la comparsa di Mattioli in tale schieramento rappresenterebbe un problema non propriamente marginale, senza contare l’accordo (sub iudice per le vicende del Governo) tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni sulla candidatura di Guido Crosetto. Un campo parecchio accidentato quello in cui potrebbe scendere l’imprenditrice, semmai da grande deciderà di fare politica. Entrando subito da capitano, anzi da presidente.

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