Il Salone che non vuole morire

La trentunesima edizione del Salone del Libro di Torino ha chiuso i battenti portando a casa anche quest’anno un successo da record. I visitatori hanno superato l’importante numero raggiunto nel 2017 (143.815 ingressi) e folta è stata anche la platea degli editori presenti al Lingotto: massiccio presidio editoriale che ha obbligato gli organizzatori a creare un padiglione apposito (il numero 4) al posto del previsto ristorante riservato a vip e giornalisti. Un trionfo annunciato anche dall’entusiasmo del pubblico che ha assistito, mercoledì scorso presso le Ogr, al recital di Gifuni, “Con il vostro irridente silenzio” (in cui protagoniste sono le lettere di Aldo Moro scritte durante la sua prigionia).  

La manifestazione libraria torinese ad ogni nuova edizione sembra voler ribadire la ferma volontà di non voler morire, dimostrando al contempo non solamente una grande capacità di ripresa, ma anche il giustificato orgoglio derivante dall’essere stata la prima nel suo genere in Italia.

A riprova, sabato scorso gli organizzatori si sono addirittura trovati nella necessità di chiudere i cancelli della fiera per un’ora, a fronte della grande massa di visitatori che giungeva al Lingotto: pubblico tanto determinato nel voler accedere ai padiglioni espositivi da affrontare una pioggia battente, grandine inclusa, e pazientare oltre ogni limite affrontando le lunghe code di attesa presso i punti di controllo personale, gestiti dalla sicurezza privata e dalle forze dell’ordine. La manifestazione “Salone Off” ha confermato anch’essa il bilancio positivo di quest’anno con oltre 26.000 visitatori.

Evidentemente il Salone è una manifestazione che è stata nel tempo capace di creare un vero e proprio legame d’affetto con i suoi visitatori. Un pubblico decisamente eterogeneo e dall’età davvero variabile che richiama all’immagine di una fiera rivolta a tutti: dalle famiglie con bambini al seguito,agli studenti delle scuole superiori; dagli operatori del settoreagli appassionati divoratori di libri. Visitatori determinati, e dallo zaino in spalla, provenienti da tutte le provincie italiane nonché dall’estero.  

Trascorrere una giornata al Lingotto, tra gli stand librari, significa entrare in una sorta di universo parallelo dove diventa possibile vedere inaspettatamente realizzarsi piccoli e grandi sogni culturali. Improvvisamente ci si può infatti imbattere nell’autore preferito, il cosiddetto “mito”, mentre questi cammina spedito per raggiungere la sala in cui una folla interessata lo attende per ascoltarlo; oppure, transitando tra un padiglione e l’altrocon passo cadenzato ma pronti a cogliere ogni occasione che il Salone offre, è possibile assistere all’intervista del proprio musicista del cuore, colui che ci ha accompagnati nei momenti più belli.

Vagare per il Lingotto sovente si trasforma in un viaggio metafisico verso siti raggiungibili esclusivamente affidandosi al caso. Un cammino senza meta alcuna che, ad esempio, in poche ore può permettere al cultore della flanerie di sorprendersi nell’ascoltare qualche brano eseguito da Alberto Fortis; di imbattersi pochi minuti dopo in Dori Ghezzi mentre ricorda il grande De Andrè; di riprendere il cammino e farsi dedicare una tavola fumettistica dalla bravissima disegnatrice, del periodico Topolino, Silvia Ziche; di abbracciare per un selfie Roberto Saviano; di fare un cenno di saluto alla Sindaca Appendino, per poi lasciarsi rapire dalle note di un pianoforte ostaggio del grande jazzista Danilo Rea. Un percorso pieno di piacevoli insidie e spesso intrapreso con l’intenzione di portarsi da un dibattito letterario all’altro.

Il ciclopico contenitore onirico ha quindi dato appuntamento ai suoi fans per l’anno prossimo (dal 9 al 13 maggio). Nel frattempo, da questa rubrica possiamo auspicare che la grande organizzazione della kermesse subalpina non ci lasci più con il fiato sospeso, ossia che nel 2019 si smetta di gettare i torinesi nell'oramai tradizionale dubbio amletico che sorge sempre alla vigilia dell’inaugurazione del Salone stesso: “Si farà quest'anno o vincerà Milano portandocelo via per sempre?”.

In un’ottica di stabilizzazione indiscussa del primato fieristico librario torinese, sarebbe altrettanto gradito ci si potesse confrontare sui temi legati intimamente al Salone del futuro. Prioritario è certamente dare una collocazione stabile a coloro che lavorano, ed hanno lavorato in passato, al delicato confezionamento della fiera: dopo le vicende burrascose che hanno investito la Fondazione, di fatto affondandola, per i dipendenti si è aperta una strada difficile quanto irta di pericoli che nessuno vorrebbe vedere terminare con gli usuali sacrifici umani. L’edizione 2018 è un progetto della Fondazione realizzato grazie all’organizzazione del Circolo dei Lettori e della Fondazione per la Cultura Torino, con relativa delocalizzazione precaria dei dipendenti di via Santa Teresa (sede storica dell’epoca Picchioni).

Durante la conferenza stampa di fine evento, il direttore Nicola Lagioia ha comunque annunciato l’impegno per consolidare i lavoratori stessi, così come una soluzione che permetta di accogliere un maggior numero di espositori (anche se “soddisfare tutti è geometricamente impossibile”), anche a costo di togliere al Consiglio regionale piemontese il suo spazio istituzionale (come dichiara l’assessore Antonella Parigi).

Infine, cercando piccole pecche nell’edizione 2018, è augurabile che in futuro gli ospiti del Salone, editori o stand regionali, evitino di utilizzare i temi revisionistici (in chiave antiunitaria) per richiamare l’attenzione del pubblico ed i relativi incassi: un’operazione commerciale affidata ad autori politicizzati, privi di etica scientifica e scarsamente dotati di capacità analitica storica (vedi ad esempio la bella mostra in cui è collocato ogni anno il volumetto “Piemontesi bastardi” di Luciano Cini).

Argomenti che sembrano voler puntare alla costruzione di una irreversibile rivalità tra Regioni del Nord e del Sud Italia, distruggendo i protagonisti del Risorgimento (personaggi come Garibaldi o la capitale sabauda) anziché favorire il sano confronto storico dando spazio a tesi, anche contrapposte, supportate dalle ricerche e dalla serietà dei diversi propugnatori. Una speranza di ritrovata lucidità che temo si riveli vana alla luce del nuovo governo in formazione, e che dovrà invece fare i conti con l’ennesima pericolosa avanzata della cultura “dell’insorgenza” regionale: cultura tendente a dividere ulteriormente questo malconcio Paese. In controtendenza a tale fenomeno di stampo nazionalista vale la pena citare, ad esempio, l’interessantissimo appuntamento librario indipendente svoltosi negli stessi giorni presso le palazzine ex Moi, dal titolo “Librincontro”: manifestazione all’insegna dell’internazionalismo, dell’inclusione e dell’inchiesta politico-sociale.

Il Salone si conferma comunque quale un immenso contenitore di Cultura: possente ed inimitabile. Questa premessa è alla base della sua costante, quanto tenace, voglia di rinascere proponendosi sede indiscussa del confronto di idee e progetti, luogo che si rivolge costantemente ad adulti ed a giovanissimi (riducendo in tal modo l’azione negativa di ciarlatani commercianti senza scrupoli).

In tale ottica l’obiettivo politico deve essere quello di rendere la fiera libraria un’occasione sempre aperta a tutti: soprattutto a quei ragazzi oggi relegati in ghetti urbani ed extraurbani, in strade intrise di miti consumistici mescolati ad un continuo isolamento da quel mondo, della letteratura e dell’arte espressiva, spesso visto come un ambito snob  per cui infrequentabile.

Libertà di scrivere. Libertà di essere pubblicati e letti dal pubblico. Libertà di espressione nel nome dei principi sanciti dalla Carta costituzionale. Libertà di confronto dialettico. Libertà di patrocinare le tesi e le loro antitesi. Proteggiamo tutti insieme, nel nome della Libertà, Torino ed il suo magnifico Salone e sosteniamolo nella sua continua crescita.

Arrivederci all’edizione trentaduesima del 2019.

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