ISTITUZIONI

Province, agonia dei morti viventi

Sopravvissute alla riforma costituzionale che ne chiedeva la cancellazione, con pochi soldi e funzioni incerte non sono in grado di fornire servizi adeguati. Il nodo risorse nel Def. E scompaiono pure dal contratto di governo M5s-Lega

C’è un po’ di tutto nelle quaranta pagine dell’ultima versione del contratto di governo tra Lega e M5s, ma se spunta addirittura quel Cnel salvato dal no al referendum e che adesso si vuole abolire, non si trova in nessuna riga la parola Province. Più autonomia “alle Regioni che motivatamente la richiedano” e trasferire funzioni amministrative dallo Stato alle Regioni e poi ai Comuni, secondo il principio di sussidiarietà”. E quell’ente che sempre la bocciatura del referendum ha mantenuto in vita, sia pure in condizioni a dir poco precarie? Niente, nisba.

Un imbarazzo in meno, un netta divergenza tra la visione leghista e quella grillina da evitare di mettere sul tavolo? Il sospetto è forte, gli elementi a sostegno non mancano: il M5s ha sempre osteggiato le Province, vietando ai suoi consiglieri comunali non solo di candidarsi alle elezioni di secondo grado, ma addirittura cacciando quelli che hanno partecipato al voto. Il Carroccio, con le sue radici territoriali, al contrario, ha sempre difeso l’ente sostenendone l’importanza. E non ha cambiato idea: quando ancora non c’è un Governo, la Lega ha già presentato in Parlamento una proposta per cancellare la legge Delrio e “restituire funzioni, competenze e dignità istituzionale alle Province e alle città metropolitane che rappresentano enti intermedi fondamentali tra i piccoli Comuni e le Regioni”, come affermato dal neo parlamentare cuneese Giorgio Maria Bergesio, tra i primi firmatari.

Quale sarà il futuro dell’ente che non piace ai Cinquestelle e che la Lega vuole, invece, rafforzare resta una delle tante incognite dell’attuale legislatura e dell’azione del Governo (se si farà) giallo-verde. Nell’attesa, le Province ci sono. Quasi sempre stremate dalla scarsità di risorse, azzoppate nelle competenze e nel personale da una riforma pensata dando per scontata la riforma costituzionale che ne avrebbe decretato la cancellazione definitiva, oggi rischiano di pagare un ulteriore altissimo prezzo in questo nuovo assetto parlamentare e, soprattutto, in uno stallo sulla formazione del futuro esecutivo che ancora non si sa quanto durerà e come andrà a finire.

In una delle ultime audizioni della commissione speciale sul Def (il documento di economia e finanza) i vertici dell’Upi, l’Unione delle Province italiane, hanno rimarcato il “chiaro quadro di criticità sia dal punto di vista istituzionale che finanziario, ormai di lunga durata, rispetto al quale è necessario che il Parlamento ponga rimedio con interventi urgenti e strutturali”. Per l’Upi è “essenziale che nella risoluzione parlamentare al Def sia inserita la revisione profonda della legge 56/14 per dare una prospettiva certa alle Province sia in merito agli organi di governo e al loro sistema di elezione, sia relativamente ad una più precisa definizione delle loro funzioni fondamentali”. Ma c’è anche e soprattutto l’irrisolto problema delle risorse: occorre sanare a partire dall’anno in corso il deficit di 280 milioni circa che non consente ancora a troppi enti di chiudere i bilanci ma soprattutto “non garantisce l’adeguato finanziamento delle funzioni fondamentali, e dunque l’erogazione di servizi efficienti a tutti i cittadini”.

Una situazione, purtroppo, rappresentata plasticamente in Piemonte dove, come ricorda il presidente regionale di Upi Emanuele Ramella Pralungo (Pd) “solo due Province, quella di Biella e quella di Cuneo, sono riuscite a chiudere il bilancio”. Non meno di 40 milioni di euro, questa è la cifra indispensabile per gli enti piemontesi “per sopravvivere e fornire i servizi essenziali, non certo – precisa Ramella Pralungo che presiede la Provincia di Biella – per fare investimenti o poterne almeno programmare”.  Di una più che probabile, anzi indispensabile “variazione di bilancio per non meno di cento milioni” parla il senatore di Forza Italia Gilberto Pichetto, componente della commissione speciale. “Siamo di fronte a Def zoppo, basato su quanto fatto dal precedente governo e senza conoscere i programmi di quello che verrà”, ammette l’ex capogruppo azzurro in consiglio regionale che ieri, come tutto i parlamentari azzurri, ha votato contro il mandato al relatore sul Def, il leghista Alberto Bagnai.  Un no motivato da “una lineare e chiara presa di posizione, che riguarda sia la politica economica del governo a guida Pd, che ha presentato il Def, sia la confusa situazione che allo stato, soprattutto in materia economica, vede un quadro dove annunci di ogni genere aumentano una grande incertezza” come scritto in una nota congiunta dei senatori di FI in commissione speciale. “Un mandato in bianco sul futuro immediato o una postuma approvazione delle politiche del governo uscente non avrebbero alcun senso”. In quel futuro immediato c’è anche la sorte delle Province, con i loro bilanci da chiudere e le casse sempre vuote. Senza tralasciare l’opinione diametralmente opposta sulla loro funzione delle due forze politiche che vogliono governare insieme.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    09:59 Venerdì 18 Maggio 2018 tandem Incompetenti

    Il referendum non c'entra nulla. L'operazione soppressione province è una questione nata male (prima del referendum) e cresciuta peggio. un lavoro da incompetenti sul piano legislativo e amministrativo, era sufficiente ridurre il numero delle province sopprimendo quelle piccole e poco utili, invece si è intrapresa una strada senza valutare minimamente gli effetti organizzativi.

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