Chiappendino

Anche a noi Chiappendino non piace. Non certo per ragioni estetiche o linguistiche, quelle che invece sembrano animare chi lo giudica “orrendo” (?!) e ne fustiga l’uso. E neppure in nome di una stucchevole concezione del bon ton istituzionale: chi scambia una beffarda impertinenza per denigrazione dimostra di possedere una grammatica alquanto ridotta dello spirito umano. No. A noi Chiappendino non piace sul piano politico, per quello che rappresenta e per quello che sottende. Lo abbiamo scritto fino alla noia (nostra): un conto è la normale “comunità di intenti” tra i vertici delle istituzioni, anche di “sponde opposte”, altro la prassi consociativa che punta a ridurre la dialettica politica al solo confronto tra due soggetti, nella fattispecie la sindaca Appendino e il governatore Chiamparino. Entrambi palesemente in difficoltà e in carestia progettuale. Una simbiosi mutualistica che, com’è evidente, si consuma a scapito non tanto e non solo delle rispettive aree politiche, ma che comprime il dibattito pubblico fino ad annullarlo. Insomma, “non disturbate i due manovratori, stanno lavorando per noi!” Ma va là. In una città che soffre un atavico conformismo e in cui logiche di clan hanno sovrinteso per decenni la composizione delle élite domestiche (e addomesticate), ristrette asfittiche e incestuose, la soluzione non può certo essere la diarchia. Torino perde colpi (anche) per questo. In ultimo, chi mostra così buona memoria tanto da riciclare vecchie battute del “decennio della follia”, dovrebbe altresì ricordare l’esito nefasto per Torino della santificazione di un sindaco il cui orizzonte non superava la ringhiera del ballatoio. E del prezzo che pagò un partito nell’appiattirsi acriticamente sul mito del proprio uomo simbolo. Una prigione da cui riuscì a liberarsi solo negli anni Novanta, consumando un doloroso parricidio. Chissà chi erano i congiurati.

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