Le pezze della legge Fornero

Fra le varie proposte del programma del governo giallo-verde pare esserci l’abolizione della legge Fornero che ha alzato i limiti contributivi e di età per andare in pensione. Tale abolizione avrebbe un costo stimato per l’erario compreso fra i 15 e i 20 miliardi all’anno: se mandi prima le persone in pensione è piuttosto ovvio che il costo aumenta e se la cifra non è coperta dai contributi e giocoforza che lo Stato debba ripianare il deficit dell’Inps. Precisiamo che i soldi, o che vengano prelevati dai contributi o dalle tasse poco cambia per i cittadini che devono pagare. Questa precisazione, perché alcuni hanno proposto di passare alcuni costi dall’Inps al bilancio dello Stato, come se questo potesse rappresentare un risparmio e non un semplice spostamento di una posta di bilancio. Che una spesa venga finanziata dai contributi previdenziali o dalle tasse poco cambia per le tasche di chi deve pagare.

Per abolire la Fornero è necessario reperire quella cifra annuale in qualche modo, pena l’aumento del deficit e del debito. Ci sono i fan della Fornero che la difendono a spada tratta per gli evidenti risparmi, ma bisogna dire che in realtà ha rappresentato una pezza che non ha affrontato il cuore del problema pensionistico. La Fornero ha inciso sui nuovi pensionati, ma ha lasciato intatto integralmente tutti i privilegi pensionistici esistenti. Le attuali pensioni sono calcolati con il sistema retributivo e ça va sans dire risultano piuttosto generose soprattutto rispetto ai contributi versati. Non dimentichiamo il quasi mezzo milione di baby pensionati che include gente che è andata in pensione a meno di 40 anni e che percepirà la pensione per 40/50 anni. O tutti quelli che hanno potuto godere di contributi figurativi o, quando la pensione veniva calcolata sullo stipendio dell’ultimo anno lavorativo, chi si faceva spostare ad un’altra mansione più retribuita proprio l’ultimo anno prima di andare a riposo in modo da avere una pensione quasi pari allo stipendio preso per tutta una vita. In tutti questi casi è palese che i contributi versati non corrispondono alla pensioni erogate. La Fornero non ha intaccato minimamente tutti questi privilegi, anzi si può dire che la sua azione, come quella di tutto il governo Monti, sia stata quella di reperire risorse per tutelare i privilegiati e questo spiegherebbe perché nonostante l’aumento della pressione fiscale, sia aumentato il debito pubblico. Un governo fallimentare sotto molti punti di vista. Il governo Monti fu varato in emergenza con lo spread alle stelle e le pressioni internazionali ed era nella condizione di chiedere qualunque sacrificio agli italiani. Aveva il potere di tagliare privilegi e intaccare la spesa pubblica pesantemente e non lo ha fatto. La missione di Monti, da perfetto burocrate qual è, in realtà è stata quella di mungere ancora di più gli italiani garantendo chi vive di spesa pubblica, dai pensionati d’oro ai grandi fornitori dello stato, all’alta dirigenza dello Stato e così via.

Non si capisce perché non si possono toccare tutti quei pensionati che hanno pensioni da 2000/3000 euro nette al mese in su. Non si può far pagare sempre ai giovani e a chi guadagna poco. Sarebbe giusto che i sacrifici li facciano tutti e soprattutto chi ha goduto e continua a godere di privilegi. L’abolizione della Fornero con contestuale taglio delle pensioni d’oro sarebbe una cosa fattibile e giusta, mentre la sola abolizione non farebbe altro che scaricare sui giovani e su chi lavora l’ulteriore spesa pensionistica.

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