Populista a chi?

Diciamoci la verità. È molto difficile, tremendamente difficile, dire chi negli ultimi mesi è rifuggito dal populismo nel condurre la propria politica o nel guidare il proprio partito. Anche perché il termine populismo è diventato oggetto di accusa reciproca. Sarebbe molto complicato, per chiunque credo, affermare con granitica certezza chi non è stato un leader populista negli ultimi anni. Dal populista ante litteram per eccellenza, cioè il leader incontrastato ed unico di Forza Italia Silvio Berlusconi al suo miglior erede, l’ex segretario del Pd Renzi; dal capo indiscusso della Lega Salvini ai custodi dell’ortodossia populista, cioè i leader politici dei 5 stelle.

Insomma, al di là dei piccoli partiti e delle piccole formazioni politiche destinate a non incidere granché sullo scenario politico italiano, è indubbio che il virus populista ha contagiato un po’ tutta la politica italiana. E i capisaldi del populismo passano attraverso alcune costanti di fondo: dalla esaltazione del “partito personale” alla totale identificazione tra il “capo” partito e il suo popolo; dall’elaborazione dei programmi sulla base esclusiva dei sondaggi d’opinione alla scarsa dimestichezza con il confronto e il dibattito all’interno delle varie formazioni politiche; dalla riduzione secca del pluralismo in ogni ambito sociale e politico ad una informazione plasmata unicamente sulla “voce” dei capi politici.

Ora, seppur consapevoli che non si può fermare un’ondata di vento a mani nude, è evidente però che il futuro politico del paese non può essere appaltato solo e soltanto all’ideologia populista. E alle sue varie declinazioni nella società italiana. Ma per ostacolare un disegno politico del genere è necessario mettere in campo alcuni ingredienti fondamentali. A partire dalla riscoperta delle culture politiche capaci di qualificare la presenza dei partiti senza appaltare il tutto ai soli capi. In secondo luogo i partiti devono ritrasformarsi da cartelli elettorali come oggi - tutti i partiti, nessuno escluso - a soggetti che elaborano progetti politici e che non si limitano a pianificare organigrammi. In terzo luogo va riconosciuto e promosso il pluralismo che caratterizza e taglia orizzontalmente la nostra società in grado di soppiantare una violenta ed inspiegabile semplificazione. In ultimo, ma non per ordine di importanza, va ricreata una classe dirigente capace di ridare qualità alla politica e autorevolezza e spessore alle nostre istituzioni democratiche.

Senza un lavoro di questo genere, che può essere anche lungo e complesso, sarà perfettamente inutile proseguire nell'accusa reciproca di essere populisti. Quando, poi, tutti si comportano rigorosamente e scientificamente secondo le regole classiche del populismo nostrano. A cominciare dal Pd renziano per passare alla Lega o ai 5 stelle. Ma, al di là delle polemiche anche un po’ ridicole se non grottesche, adesso si tratta di verificare chi concretamente è in grado di invertire questa rotta. Se nessuno lo farà, o lo farà sottovoce e in modo un po’ ipocrita, non sarà più permesso a chicchessia accusare l’altro di essere solo e soltanto un “populista”.

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