CRISI POLITICA

Paura del salto nel voto

Come potrebbe cambiare la geografia politica con le elezioni anticipate. In Piemonte la Lega crescerebbe meno della media nazionale e solo ai danni di Forza Italia. M5s in calo e Pd circoscritto nella ridotta torinese. Le ipoteche sulla Regione

Se non si andrà a votare a luglio non sarà perché Silvio Berlusconi ha bollato questa eventualità come “una follia”. Vale assai di più quel che sta dietro le motivazioni addotte, per giungere alla stessa conclusione, da Matteo Salvini, il quale ha detto di non voler rovinare le vacanze agli italiani e privare dall’esercizio del voto chi è lontano da casa per le ferie o il lavoro stagionale. La verità, per il leader della Lega, è che più passano le settimane più i sondaggi gli attribuiscono una crescita costante e importante. Lui, se non cambierà idea, risponderà non prima di domenica alla proposta di Luigi Di Maio, accolta dal Quirinale, di spostare il contestato Paolo Savona dall’Economia a un altro ministero, l’unica strada per formare un Governo giallo-verde e allontanare l’immagine delle urne. Pochi scommettono sul via libera de Capitano. E se ritorno alle urne sarà, come probabile (magari a settembre), il leader del Carroccio vestirà in anticipo senza attendere l’esito, i panni del conducador del centrodestra, sia pure con Silvio candidato. Il ritorno in campo del Cav galvanizza i suoi, ma non può certo sovvertire un trend ormai acclarato e ribadito dai sondaggi: un’affermazione ancor più netta della Lega nell’ambito della coalizione.

Sul fronte opposto ancora si disquisisce proprio sulla parola fronte, unita da Carlo Calenda all’aggettivo repubblicano per quel rassemblement (simbolo diverso e lista unica) che ieri ha ottenuto pure la benedizione di Pier Ferdinando Casini, ma anche del governatore della Toscana Enrico Rossi e con una risposta interlocutoria di LeU che per bocca di Federico Fornaro apre purché si punti “alla discontinuità con il passato per formare un’alleanza ampia, costituzionale, democratica e popolare”, parole simili a quelle usate da Maurizio Martina che parla di “progetto popolare, democratico e progressista”.

Insomma, il centrosinistra torna a parlarsi. Ma tornano anche, in pressoché tutti i partiti i timori per quello che ad oggi è difficile definire se non un salto nel voto. Lo sarà per Forza Italia, la cui cannibalizzazione da parte della Lega è ormai incominciata e si concretizzerà, soprattutto al momento della divisione dei collegi uninominali. In Piemonte Gilberto Pichetto e la sua truppa azzurra dovrà archiviare la spartizione alla pari conquistata già con parecchia fatica e altrettanta malmostosità leghista la volta scorsa. La candidatura di Berlusconi potrà frenare in parte l’emorragia di voti verso il Carroccio, ma stando ai sondaggi e all’aria che tira questa ci sarà e non risulterà facile tamponarla. Pregiudicando in prospettiva la potestà della designazione del candidato presidente della Regione: se terrà la coalizione il peso del Carroccio sarà tale da ipotecare ogni scelta, a partire dall’identità di chi correrà alla successione di Sergio Chiamparino.

Voti che vanno e voti che vengono. Capita così che il capo politico dei Cinquestelle e il leader del Moderati, inconsapevolmente e senza vanto reciproco si trovino d’accordo su un punto: Di Maio guardando alla competizione con il centrodestra si dice sicuro che questo non crescerà e l’aumento dei voti per Salvini sarà solo un travaso di quelli forzisti. Stesso ragionamento quello di Giacomo Portas che, ovviamente guardando ai soliti foglietti su cui finiscono i suoi calcoli, conviene sulla teoria dei vasi comunicanti del centrodestra, sia pure con una variabile: “l’aver scoperto, da parte di Salvini, le carte sull’euro e tenuto una linea meno chiare e netta sulle grandi opere partendo dalla Tav porterà una parte dell’elettorato moderato, dei ceti produttivi a diffidare di una coalizione a guida leghista, dopo il contratto con i Cinquestelle”. Di questo, secondo il fondatore dei Moderati, se ne avvantaggerà il centrosinistra, “che a Torino potrebbe raddoppiare i seggi vinti lo scorso 4 marzo, raccogliendo anche una parte di elettorato grillino deluso e allarmato per il possibile governo con Salvini”.

Non troppo creduto quando di fronte a chi preconizzava una disfatta totale del centrosinistra nel capoluogo piemontese sosteneva che si sarebbero vinti tre collegi, Portas ha avuto poi in gran parte ragione: ne è mancato uno solo, quello perso da Paola Bragantini per meno di duecento voti. E proprio quei collegi vinti da Andrea Giorgis, Stefano Lepri (alla Camera) e Mauro Laus (al Senato) potrebbero pesare sulla formazione delle nuove liste democrat. Visto il non felice esito di capolistature plurime femminili, contestate con decisione da non poche candidate, chi può dire che coloro i quali hanno vinto la gara all’ultimo voto non rivendichino o non gli venga riconosciuta proprio una posizione sicura nel proporzionale? Per il Pd piemontese sarà difficile cavarsela come l’altra volta addossando ogni responsabilità nell’aver lasciato senza rappresentanti in Parlamento fette cospicue del Piemonte. Il guaio è che il Pd regionale è ancora acefalo e questo non è un problema da poco se le elezioni arriveranno prima di avere un nuovo segretario. Se per la Lega il problema non si pone e i Cinquestelle probabilmente si limiteranno a togliere dalle liste i furbetti dei rimborsi rimasti in lista e in parte eletti lo scorso marzo, più complicata si annuncia la questione in casa Forza Italia. I berluscones piemontesi una carta da giocare con l’alleato, tuttavia, ce l’hanno. Il prossimo anno si voterà per la Regione. Tirare troppo la corda per Salvini e i suoi potrebbe risultare un gioco pericoloso.

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