IERI & OGGI

Una Torino da copertina

Trent’anni cruciali di una città che ha saputo emanciparsi dal giogo ferrigno della company town raccontati dal magazine che ne ha scoperto e valorizzato il suo lato glamour e modaiolo. “Nuove sfide per non sedersi” ammonisce l’editore Andrea Cenni

La Milano da bere, passata da azzeccata pubblicità a icona degli anni rampanti sotto il Duomo, non sarebbe potuta stare altrove. Men che meno sotto la Mole, in una Torino ancora grigia, incerta e in pieno riflusso dove uno yuppie sarebbe stato come e forse più di un marziano a Roma. E l’edonismo reaganiano una bestemmia nella città dove non solo l’understatement sabaudo ma più ancora il clima di quegli anni non avrebbero concesso sognare nulla più di quello che era. Provare, solo otto anni dopo la marcia dei quarantamila e con gli anni di piombo troppo drammaticamente recenti, a raccontare Torino come facevano con le grandi città americane i magazine della West Coast non era un azzardo. Rasentava la follia. Senza la quale, oggi, Torino Magazine non potrebbe festeggiare, con un successo ormai consolidato, i suoi trent’anni in edicola, ma soprattutto sulle scrivanie che contano, nelle hall degli hotel e in qualche libreria di chi, incarnando appieno il rigore di antico retaggio ma cedendo a umane debolezze, conserva il numero con la sua foto o il suo ritratto. Tanti e di tanti noti, in questi decenni, ne ha fatti la rivista nata sul modello dell’americano “L.A.”. Ci provarono anche a Genova, ma la Superba non rispose, come invece lo fece, a sorpresa, Torino.

“Quella di Roberto Pissimiglia fu, al tempo stesso, un’intuizione e una scommessa” osserva Andrea Cenni, giornalista e da anni editore di Torino Magazine, ricordando la formula, allora innovativa del racconto, quello che oggi chiamano storytelling, ma ancor più rivoluzionaria in quanto “per la prima volta si è incominciato a raccontare la città non agli altri, ma a chi la abita e vive”. Anche questa un’impresa che pareva impossibile. Poi le fotografie dall’alto di Fontana, le immagini più belle del centro che finiscono sulle pagine patinate, gli angoli svelati, i volti resi familiari, le sfide raccontate, tutto questo arrivava dopo anni in cui i ricordi ancora freschi descrivevano “una piazza Vittorio sterrata con le automobili che ogni tanto lasciavano il posto al luna park”. Una città ancora a respirare le scorie del secolo ferrigno che tentava di scrollarsi di dosso la cappa tristanzuola di company town dai tratti calvinisti.

Corvée professionale nelle tivù private, il fiuto per un’editoria solo apparentemente di nicchia, Cenni prende in mano Torino Magazine, dal 1999 diretto da Guido Barosio, in un momento di svolta per la città: la corsa verso le Olimpiadi invernali del 2006 è avviata e c’è questa grande scommessa da raccontare e, per quanto possibile, agevolare. Dodici anni dopo guardando al ventennale di quell’evento che potrebbe coincidere con un bis a cinque cerchi, l’editore con un passato da consigliere comunale nei primi anni di vita di Forza Italia, è tra i più convinti sostenitori. E anche nelle ragioni di questo sostegno ai Giochi su cui si attende una decisione di Governo e Coni, si ritrova la linea della rivista: “Torino deve sempre avere un obiettivo, per non sedersi. È stato così nel 2006 e pure per i 150 dell’Unità d’Italia, ma anche per Expo pur se era a Milano”.

Glamour sì, ma con lo sguardo attento all’innovazione, quell’idea un po’ pazza di trent’anni fa fattasi voce non urlata continua, con i suoi cinque numeri l’anno, a non correre dietro al racconto dei fatti di ieri preferendo guardare a quelli di domani. La copertina dell’ultimo numero era dedicata a Mauro Salizzoni, luminare dei trapianti, ma anche papabile candidato alla presidenza della Regione. La politica raccontata senza l’assillo della cronaca, ma neppure indebolita nell’analisi in quello che a suo modo è stato ed è anche un po’ pensatoio, o meglio, specchio dalla cornice raffinata in cui Torino si può guardare senza troppi affanni di dover apparire altra ad altri. E magari scoprirsi persino più bella, attraente, affascinante. Senza troppi infingimenti né sensi di colpa.

Tra le prime esperienze di city magazine, quello torinese con leggerezza, ma non con disimpegno, tratta “ temi cruciali della nostra città e del suo futuro: lo studio e il lavoro. Davvero non sappiamo – dice Cenni sollecitando il paradosso – se questi due temi siano conciliabili con un’idea statica di città, o addirittura di ritirata”. La decrescita felice, must dello storytelling  a cinque stelle, è in effetti ben altra cosa rispetto a “quei piani strategici dell’era Castellani che la nostra rivista all’epoca raccontò, come facevano i magazine americani”. La sanità con la nuova Città della salute, ma anche l’arte “con l’ambizione che Torino possa avvicinarsi sempre più a Basilea come modello” e altri temi che passano dalla cronaca al racconto meditato e diluito dal tempo di un quadrimestrale, sono i nodi e gli snodi della città che il suo magazine affronta, da trent’anni. Quando non lontano dalla Milano da bere c’era una Torino che doveva ancora digerire un passato pesante senza sapere cosa avrebbe trovato sulla tavola l’indomani. Ma dove qualcuno, guardando anche oltreoceano, incominciava a raccontare (ai torinesi) che la loro città sarebbe potuta essere diversa. Trent’anni dopo, per molti aspetti, ha avuto ragione.

Foto credits: Marco Carulli

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1 Commenti

  1. avatar-4
    11:55 Domenica 03 Giugno 2018 aveterotto Il lato glamour e modaiolo...

    ...sempre in conto spese “dell'onda mugghiante” visti gli enormi buffi lasciati in giro per la città. Siamo tornati alla Belle Époque: passata la sbornia ci furono due guerre mondiali e nel mezzo la crisi del 29. Contenti voi...

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