La democrazia diretta e la sinistra

A sentire la dichiarazione di voto del capogruppo della Lega alla Camera dei deputati, pare proprio che chiunque, a sinistra, abbia voluto vedere, nei 5stelle, una opzione da verificare senza pregiudizi, si debba ricredere.

Questo non solo perché la violenza securitarista e l'induzione a forme di lagerismo spicciolo per i migranti sono non in semplice contrasto, ma assolutamente contrarie ai valori di ogni donna e di ogni uomo che si riconosca in quella storia. Quanto, soprattutto, per la ragione che il contesto, l'occasione scelta, configura quell'intervento come una prolessi politica, una anticipazione, tra l'altro controproducente perché si è svelata troppo presto, di una tattica da alcuni subodorata nella Lega. Quella, cioè, di aderire pro-forma a questo contratto di Governo per poi, scientemente e con una scusa qualsiasi, farlo saltare fra un anno, poniamo, imputando ai grillini il solito infantilismo o il mancato rispetto del programma, e andando a elezioni insieme alla destra contro un Movimento deprivato ormai di molta della fiducia che tanti avevano in esso riposta; stravincendo dunque, e riportando Berlusconi e le Destre alla guida dell'Italia per altri dieci anni.

Non è che si possa essere certi che ciò non sia nelle intenzioni della Lega: io nelle intenzioni della Lega rifiuto di indagare: so che fa politica di mestiere da trenta anni, ormai, e tanto mi basta. Ciò che mi pone, malgrado tutto, in una condizione di sospensione delle certezze, di epochè diciamo, è il tema, identitario per i cinque Stelle e posto al centro anche di questo contratto di Governo, della democrazia diretta, che occupa, anche se non se ne parla mai, tanta parte della storia della Sinistra italiana, soprattutto di estrazione socialista.

Il tema della democrazia diretta fu, infatti, ciò a cui la sinistra del PSI, negli anni cinquanta e sessanta, si ispirò come ad un mantra, nel tentativo di rivendicare una autonomia nei confronti della Terza internazionale e del Leninismo. Una autonomia, però,  marxista e rivoluzionaria, che si distinguesse, cioè, dalla Unione Sovietica e dal togliattismo, non certo per una volontà di salvare il sistema capitalistico e la democrazia borghese, per integrarvisi appieno e al meglio, come in seguito venne imposto dall'ultimo Nenni e realizzato poi da Craxi. Nessuna integrazione.

Tutte le correnti che componevano la 'minoranza' del PSI, alla conta contro i nenniani nel Congresso, mi pare, del '59, da Rainero Panzieri a Lombardi, da Lelio Basso a Pertini, trovavano, in un modo o nell'altro, che la cifra che poteva mantenere autonomo il Partito Socialista dal PCI, e che nello stesso tempo non ne alterasse le istanze rivoluzionarie e internazionaliste, fosse, come scrisse Lombardi, una sana e cosciente agitazione permanente delle proprie basi, con l'obiettivo di fare maturare una coscienza diffusa e un potere di pressione, nei confronti dei loro rappresentanti, che impedisse a questi ultimi di isolarsi, integrarsi, diventare gestionisti di riforme illusorie da 'capitalismo civile', e a quelli di rincoglionirsi, passivi e pecorecci, nel ruolo di clientes gestiti dal paternalismo autoritario dei loro referenti. La democrazia diretta, cioè contro e oltre i corpi intermedi, anche i propri, nelle assemblee territoriali e nei comitati di fabbrica, come antidoto alla avvilente morte per delega mal concessa, e mal contrattata, della Sinistra italiana: la morte entro cui oggi esistiamo.

C'era molta intelligenza teorica e politica, a mio avviso, in quello che fu il PSIUP, e anche nel Socialismo delle riforme rivoluzionarie di Basso e Lombardi. Una intelligenza che i togliattiani tacciarono da subito di infantilismo e avventurismo politico plebiscitario: quasi quel che dicono oggi, a Beppe Grillo, Graziano Delrio e compagnia cantata.

La Storia, se è vero che ritorna, non ritorna mai uguale a sé, si sa, e comunque mai a caso. Fra le varie grottesche forme in cui mi vedo rigettata addosso, oggi, spesso dal Movimento, tanta della mia Cultura di riferimento, questa, della democrazia diretta entro i corpi intermedi, è quella che mi fa più male, perché in molti lo abbiamo detto e ridetto, lo abbiamo invocato. Evidentemente, però, qui sono i leninisti ad avere ragione: non sono le parole o le invocazioni a determinare il movimento della Storia, ma la evoluzione negli intrecci Mercato-Stato. Se così è, questo governo rappresenta comunque una rottura nella trasparenza di questa relazione, in cui il Mercato fa e lo Stato protegge e legittima; infatti i delegati protagonisti, negli ultimi trenta anni, di questa mediazione, erano ieri tutti (o quasi) seduti sui banchi dell'opposizione.

Tutto ciò fa ben sperare? No. Chi di speranza vive, si sa come muore.

*Andrea Pascali, sociologo

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