La baracca rom con le tendine

Alcuni eventi hanno la capacità di spalancare portoni su mondi sconosciuti ai più. L’incendio scoppiato la settimana scorsa nel campo nomadi di corso Tazzoli a Torino è proprio uno di quei fatti che forniscono, a chi è curioso ed ha voglia di guardarsi intorno, elementi utili alla comprensione delle dinamiche sociali torinesi: area metropolitana ricca di contraddizioni e conflitti.

Le fiamme sono state probabilmente causate da un’esplosione verificatasi nel deposito di bombole del gas ad uso domestico. Il materiale altamente infiammabile era stipato in un capanno collocato nel bel mezzo di abitazioni, al di fuori di qualsiasi norma di sicurezza. La conseguente devastazione del fuoco è stata furiosa nel distruggere tutto quel che incontrava sul suo cammino. Molte case in legno, insieme a baraccamenti di fortuna, sono state ridotte in cenere nel giro di pochi minuti.

Una colonna nera è quindi salita in cielo generando forti preoccupazioni tra i residenti della zona. La magistratura, domate le fiamme, ha disposto il sequestro del campo costringendo un centinaio di famiglie a portare altrove le loro esistenze.

Da questo punto della narrazione partono alcune doverose riflessioni. La prima riguarda un’inattesa fortuna caduta addosso all’imprenditore edile oramai prossimo all’inaugurazione di un cantiere sul terreno adiacente a quello comunale, dove sorgeva il campo rom. Non fosse scoppiato l’incendio, la palazzina residenziale avrebbe avuto scarse possibilità di essere venduta a prezzi di mercato.

La vista sul campo non era di certo la caratteristica migliore del costruendo centro residenziale, anzi tale peculiarità era la meno favorevole al coinvolgimento di investitori e di nuovi proprietari. L’area destinata ai nomadi, in gran parte giunti dalla Romania in seguito all’esondazione di un fiume che ha travolto il loro campo, è da sempre in stato di grave abbandono (ancora prima del loro arrivo): una zona dimenticata da tutti, tranne da coloro che si sbarazzano abusivamente dei rifiuti provenienti da ristrutturazioni edili.

È facile immaginare come all’indomani dell’inaugurazione del cantiere potesse venire al pettine il nodo delle baracche presenti nell’insediamento. Un grande problema economico per chi investe i suoi soldi nell’operazione speculativa, ma ora risolto in modo definitivo.

Lo spostamento dei Rom è stato anticipato dalla creazione di un’anagrafe a loro dedicata. Alcuni dopo l’incenerimento delle abitazioni hanno scelto di tornare nella terra di origine, altri sono stati invece integrati in alloggi Atc, mentre un gruppo è stato provvisoriamente alloggiato all’interno di una palestra sita a Torino nord.

Un campo di emergenza collocato in via Onorato Vigliani avrebbe dovuto ospitare coloro che non erano altrimenti collocabili. Questo, a causa del clima costante di terrore in cui vivono i nostri concittadini, ha immediatamente scatenato l’allarme di buona parte dei residenti.

I cittadini, sovente aizzati dai capopopolo e da politici appartenenti a vari schieramenti, temevano furti ed un immediato aumento del disagio sociale in quella parte di periferia. Il timore di una tranquillità turbata sembra non aver destato alcuna reazione empatica da parte dei torinesi verso il dramma dello spostamento comunque forzato di tante famiglie.

Nel campo di Corso Tazzoli forse erano collocati nomadi dediti al furto, altri invece all’accattonaggio, altri ancora vivevano di piccoli espedienti, ma vi erano pure famiglie esemplari nel comportamento. Quest’ultimo è il caso della signora “B”, la quale inviava regolarmente i figli a scuola e curava la sua baracca come fosse stata una reggia.

“Non avevo il bagno e dovevo ricorrere a quello esterno comune ma la mia baracca era diventata la casetta calda, la mia casetta calda”. La signora “B” viene indicata dalla comunità come una donna molto fiera della sua piccola abitazione che ha dotato di tendine alle finestre e riempita di giocattoli per i suoi bambini. Lei, nei giorni dello sgombero, era fuori Torino ed al suo ritorno non ha trovato più nulla: casa, giochi e tendine.

La donna Rom, che lavora regolarmente, non è solamente una madre ricca di valori e capace nel tenere distante la sua famiglia da ogni forma di illegalità, ma rappresenta la sintesi di tutti i tentativi maldestri ideati dalle istituzioni per avviare un dialogo con quella popolazione.

Purtroppo la leggenda dello “zingaro che ruba i bambini” è ancora molto radicata nella nostra cultura ed il nomade, a volte effettivamente un po' rompiscatole, è il facile capro espiatorio con cui distrarre gli elettori a fronte dei tanti fallimenti del governo di turno.

Gestire il disagio, insieme al territorio, dovrebbe essere il primo dovere di ogni istituzione, così come evitare di fare di un’erba un fascio dovrebbe invece essere il dovere di tutti noi: in modo da impedire alla nostra società di ricadere nella follia del nazifascismo (come bene ha recentemente ricordato la senatrice Liliana Segre, durante il voto di fiducia al governo Conte).

Vi sono persone in buona fede ed altre manifestamente malafede: è questa l'unica forma di divisione etnica che mi sento di riconoscere. Inoltre la ruspa che distrugge una baracca non si limita solamente ad abbattere tetti e murature poiché essa in realtà annienta, insieme a travi e lamiere ondulate, pure i ricordi e l’intimità di vite spesso difficili.

Abitare in un campo Rom significa anche questo: aggrapparsi a speranze per sopravvivere pur nella consapevolezza di essere sempre e comunque ospiti sgraditi.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento