Dopo Balmas poco (o nulla)

Molti torinesi ricordano ancora l’opera compiuta dall’assessore Giorgio Balmas nel decennio delle “Giunte Rosse”: l’inventore dei Punti Verdi nell’anno 1976. L’amministrazione Novelli trasformò infatti i parchi cittadini in tante ribalte culturali, capaci di animare le serate dei torinesi costretti a rimanere nella metropoli durante i mesi più caldi dell'anno. Musica, danza e teatro aggregavano residenti, curiosi e turisti dando vita ad una comunità umana che si aggregava intorno all’arte.

Balmas, che in modo innovativo rifiutava il concetto di “Assessore alla Cultura”, investì molto sulle politiche culturali, e venne presto imitato dai sindaci di Roma (Giulio Carlo Argan), Napoli e Milano. L’assessore chiamò in città artisti di livello internazionale, tra cui musicisti che spesso tenevano nel capoluogo subalpino la loro unica data italiana. All’imbrunire le storiche aree verdi della città si colmavano di vita e di fantasia, trasformandosi da luoghi di passaggio in palcoscenici teatrali: veri e propri spazi di libertà espressiva venivano ritagliati nella capitale dell’auto.

All’alternarsi delle giunte in Sala Rossa, nonché l’intrecciarsi di rapporti a volte troppo stretti tra amministratori e artisti, è conseguita un’irreversibile modifica della filosofia alla base dell’animazione estiva: muta il concetto stesso di evento culturale, ormai caratterizzato dai grandi nomi (sovente affamati di risorse pubbliche), oppure da una miriade di appuntamenti circoscrizionali che raramente spiccano per originalità e vere radici territoriali.

È notizia recente quella del fallimento, per mancanza di manifestazioni di interesse, del bando comunale volto a riproporre gli storici Punti Verdi in alcune aree della periferia cittadina. Evidentemente nessuno dei professionisti del mondo dello spettacolo ha valutato conveniente rispondere all’invito amministrativo: una rinuncia generale, dal profumo di cartello, che affonda le sue radici in dinamiche passate attualmente non più di proponibili. Antiche architetture fatte di “Dare e Avere”, di aggiustamenti e mediazioni tendenti al superamento di vari problemi organizzativi (e possibili mancati introiti) hanno caratterizzato per lungo tempo le relazioni Pubblico- Privato. La gestione passata di piazza d’Armi, per due mesi balera e poi sede della festa del Pd “chiavi in mano”, sembra essere la sintesi perfetta di come un tempo era addirittura possibile far quadrare il cerchio.

Torino soffre nella ricerca affannosa di una nuova identità. Alcune manifestazioni sembrano lanciare il capoluogo piemontese nel novero delle grandi capitali europee, mentre al contrario altre si presentano quale sintesi di un piano ideato per schiacciarla a terra senza pietà. Nel frattempo tutto intorno a noi la Cultura arretra a passo veloce lasciando ampi spazi all’ignoranza e a quella chiusura mentale chiamata “Egoismo”.

L’approccio dei torinesi nei confronti dei musei, ad esclusione dell’Egizio grazie pure alle sue note noir, è la prova del disimpegno in cui affonda ogni proposta di crescita e sguardo sul mondo (che non sia “L’isola dei famosi”). Il Museo del Risorgimento, tra i più ricchi di collezioni in Italia, per attirare l’attenzione ha inventato una manifestazione enologica (degustazione di vini e liquori) nelle sale del museo stesso: tra i grandi quadri ritraenti le battaglie risorgimentali, combattute dalle truppe sabaude contro quelle austriache, bravi sommelier servivano golose bevande ai visitatori.

Miracolosamente, grazie all’organizzazione e alla professionalità dei tanti barman, le tele si sono salvate da schizzi ed eventuali danni causati da soggetti troppo sensibili all’alcool (immaginavo con preoccupazione la scena di un visitatore che dava di stomaco sulla battaglia di Solferino, cosa per fortuna non accaduta).  Dover inventare presentazioni di prodotti commerciali, seppur di qualità, per trasmettere conoscenza è una delle conseguenze del fallimento ultradecennale delle politiche culturali nostrane.

La cura verso il benessere intellettuale dei cittadini è di fatto scomparsa per lasciare il posto alle salsicce e alla prioritaria visibilità del politico di turno. La stessa Torino della Movida non pare se la stia passando benissimo. Dopo la trasformazione dei Murazzi da luogo di promenade, e concerti notturni, in una landa desolata, ora la metamorfosi dell’abbandono è calata sul Parco del Valentino. In questi giorni infatti una vicenda alquanto strana e inverosimile domina la cronaca cittadina. Il locale Cacao ha chiuso per motivi che potrebbero tranquillamente essere parte di un romanzo giallo di Fred Vargas.

I Carabinieri stanno indagando su quella che sembra una lotta fratricida tra gestori di locali notturni, in cui si è incuneato un consigliere comunale (spesso alla ribalta delle cronache per le sue crociate contabili contro la giunta) con l’obiettivo di confondere ulteriormente le carte. Il quadro che sembra emergere è assai deprimente: alla base della chiusura di “Cacao” vi sarebbero pressioni varie e vendette conseguenti a storie d’amore finite miserevolmente (oltre a qualche pasticcio da parte dell’istituzione comunale).

Il vecchio gestore del locale da sei giorni è incatenato al cancello di quella che era la sua fonte di guadagno, nonché il sostegno economico per circa 70 dipendenti, mentre il nuovo attende le chiavi per ripartire. Nel frattempo l’area intorno al Cacao è ricaduta interamente nell’antico degrado e, di conseguenza, centinaia di giovani vagano in cerca di un posto alternativo dove trascorrere le serate.

La Cultura è di certo sempre più business, muovendosi abilmente tra produttori e manager. Il suo indirizzarsi prioritariamente nel campo degli investimenti, e nell’esclusività dello spettacolo riservato a pochi, genera il conseguente decadimento sociale e morale dei più. Un triste epilogo fatto di giusti agganci e favori, un finale dove regna esclusivamente il “contributo” in un contesto di totale assenza del sostegno a percorsi di emancipazione popolare.

In questa Torino dove c’è ancora chi scommette, rischiando risorse proprie, nel riqualificare una zona periferica depressa tramite l’arte (mi vengono in mente almeno un paio di circoli Arci in Torino Nord, dal ricco cartellone musicale), il contrasto all’indifferenza e alla pubblica ignoranza arranca tra mille corposi costi organizzativi e sgambetti a gestori invisi al potere politico di turno.

La mercificazione delle emozioni, come del bello, porta a risultati esattamente opposti ai buoni propositi ufficiali dell’amministrazioni comunale. Occorre premiare la passione e la capacità di avvolgere il pubblico, capacità di certo presente nelle discipline artistiche nonché bagaglio di molti musicisti, attori e ballerini.

Diffondere la Cultura significa portare ovunque le espressioni d’arte sostenendo chi le crea (che di questo deve vivere), ossia uscire dalle salamelle come dai salotti ingessati e nutriti generosamente dalle casse pubbliche.

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5 Commenti

  1. avatar-4
    13:40 Lunedì 25 Giugno 2018 mork svecchiamo

    mi ricordo nel '78 di aver assistito ai punti verdi di Moncalieri ad uno spettacolo di un famoso cantautore, spesso retorico, altezzoso, noioso, ma talvolta sublime. Quando disse che era in serate come quelle che si sentiva un tuttuno con il pubblico, che si sentiva di condividere tutto con il pubblico, un simpaticone gli urlò ' dividiamo l'incasso'. Poco prima redarguì il tecnico del suono perchè il volume della 'spalla' superava la sua chitarra, ottenendone un'occhiataccia di lui e una pernacchia amplificata del pubblico. Come sempre gli artisti vedono il futuro.

  2. avatar-4
    16:18 Giovedì 21 Giugno 2018 mork il contesto

    com' è possibile che un dichiarato 'situazionista' difenda i punti verdi?

  3. avatar-4
    16:23 Martedì 19 Giugno 2018 lucablu65 Punti Verdi

    Ricordo che, negli anni 1989-1990, andai spesso a sentire di concerti nei Punti Verdi allestiti all’interno del Parco della Pellerina. Grossi nomi: George Benson, BB King, Dizzy Gillespie, Michel Camilo, Stanley Jordan (e chi ascolta Jazz e Blues sa di cosa parlo)... Ora, il nulla... La Cultura non paga... La Sindaca Appendino ha indetto a Giugno il Bando per i Punti Verdi dell’Estate 2018 . Ovvio che non abbia risposto nessuno! Troppo tardi! A Giugno è ormai troppo tardi per organizzare Concerti, invitare Artisti di Calibro Internazionale per l’Estate ormai alle porte! Bisognava fare il Bando nell’Autunno del 2017! Questo dimostra l’assoluta incompetenza del Sindaco e della Giunta Comunale!

  4. avatar-4
    11:11 Martedì 19 Giugno 2018 Conty Punti verdi

    Da ragazzo andai due volte ai Punti Verdi, al Parco Rignon, quando ancora l'area dove venivano poste le sedie per gli spettatori non era stata sostituita dall'attuale basso fabbricato. Un recital di Piero Farassino, quando ancora Gipo non era passato al leghismo e inneggiava alla classe operaia. E un concerto di musica provenzale. Altri tempi. Come dici tu, Juri: dobbiamo passare la nottata. Una nuova nottata nera, pardon, gialloverde.

  5. avatar-4
    11:06 Martedì 19 Giugno 2018 Conty "Con la Cultura non si mangia", - disse Tremonti.

    O, per meglio dire, mangiano solo gli amici degli amici. Organizzare eventi culturali che diano soddisfazione ai cittadini è invece doveroso. E se questi eventi danno utili, il guadagno dovrebbe andare agli enti pubblici, non agli operatori del settore. La recente vicenda della consulenza del Salone dal Libro data a uno stretto collaboratore della sindaca, al di là delle valutazioni che potrà farne la Magistratura, è al riguardo indicativa: 5.000 euro per 2 settimane di lavoro non è forse emolumento esagerato? E quante consulenze di simile importo da decenni erogano enti e fondazioni? Pagando meno i consulenti o facendo svolgere simili mansioni ai dipendenti, non si risparmierebbe denaro da utilizzare in modo utile per il pubblico? Delegare ai privati attività pubbliche culturali o no, significa sostituire l'imperativo categorico del servizio ai cittadini col dogma del profitto. E ciò vale sia per l'attuale giunta che per quelle precedenti.

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