RICERCA

Una ripresa dal fiato corto

E' quanto emerge dal rapporto annuale dell'Ires: il Piemonte cresce ma meno delle altre regioni del Nord. Tiene la manifattura, la vera zavorra sono i servizi. Il boom della filiera alimentare e il pessimismo "storico" dei piemontesi

Per correre dietro la ripresa il Piemonte ha il fiatone. Il pil è aumentato dell’1,6% nel 2017, sebbene ancora con valori di 10 punti percentuali al disotto del 2007. La disoccupazione è scesa dal 9,3% al 9,1%, due punti al di sotto della media nazionale ma anche due al di sopra della media del Nord. Ma soprattutto è impietoso il rapporto con gli anni pre-crisi: se nel 2008, infatti, i disoccupati erano 100mila, nell'anno appena concluso, nonostante la ripresa, si si sono attestati a 170mila. La popolazione è stabile ma sempre più anziana (gli over 65 sono un quarto del totale e nei prossimi 20 anni gli anziani diventeranno un terzo della popolazione), l’export e gli investimenti in ricerca crescono, anche se poi manca la capacità di travasare l’innovazione al mondo delle imprese. In estrema sintesi, è quanto emerge dalla relazione annuale dell’Ires 2018, relativa ai dati dello scorso anno. Il documento, quasi duecento pagine fitte di grafici e tabelle, è stato presentato a Torino dal direttore dell’Istituto, Marco Sisti, con l’intervento del presidente della Regione, Sergio Chiamparino. Insomma, il Piemonte che è stata tra le regioni del Nord che più hanno sofferto la crisi ora è pure quella che fatica maggiormente a uscirne.

La sostanza della ripresa, hanno spiegato i ricercatori, si vede nell’aumento dell’1,3% dei consumi, del 4% degli investimenti e del 3,8% delle esportazioni registrati nell’ultimo anno. La causa non è tanto nel manifatturiero quanto nel settore dei servizi, che risulta inadeguato rispetto al resto del Nord Italia e del vicino polo di attrazione lombardo.

Fra i tanti temi toccati, che spaziano dal lavoro all’export, dalla sanità alla mobilità, anche quello della possibile bomba sociale rappresentata dall’alta percentuale di donne straniere giovani, già con figli ma senza un lavoro. Per i ricercatori dell’Ires questi sono elementi predittivi di povertà, che potrebbero avere gravi ricadute nei prossimi anni. Affrontarli subito con forti politiche di sostegno alla famiglia che permettano alla donna di lavorare, è stato osservato, servirebbe anche per sperimentare ciò che dovrà essere comunque fatto per tutta la popolazione, quando si esaurirà per ragioni anagrafiche il welfare familiare che ha finora sorretto le famiglie italiane.

PIU' SOLDI NELLA SANITA' - La sanità è uno dei tasti dolenti. A causa, in particolare, del piano di rientro, infatti, il Piemonte è tra le regioni che hanno dovuto congelare la propria spesa rispetto al 2008 e ridurla drasticamente a partire dal 2010, l'anno in cui è iniziato il piano di rientro. Oggi il Piemonte spende circa 1.870 euro pro capite nel servizio sanitario pubblico, circa cento euro in meno rispetto alla media italiana. Questo nonostante una popolazione più anziana e quindi più bisognosa di cure. “Le politiche della Regione in termini di sanità si possono vedere a partire dal 2017, poiché fino all'anno precedente eravamo soggetti a vincoli enormi per via del piano di rientro” precisa Chiamparino.

PIEMONTESI INSODDISFATTI - Una curiosità è data dal clima d’opinione registrato dai ricercatori. Se è vero, infatti, che con la crisi il pessimismo dei piemontesi ha subito un’impennata, allo stesso tempo “l’osservazione dei dati ventennali mostra come il calo di soddisfazione sia cominciato molto prima. Segno che la crisi ha aggravato tendenze già in corso”. Come a dire che i cittadini, probabilmente, hanno iniziato a sentire prima gli scricchiolii di un sistema in affanno. Nel 1998 in Piemonte c’erano già 7 ottimisti ogni 3 pessimisti, oggi quel rapporto è diventato di 4 a 6. “Se le radici del disagio sono così lunghe non dipendono solo, e forse nemmeno in prevalenza, dalla crisi – fanno notare i ricercatori -. Invecchiamento della popolazione e scarsa capacità di offrire prospettive strutturali di sviluppo hanno giocato un ruolo cruciale che la crisi ha solo accentuato”. Piemontesi sempre più poveri, vecchi e desolati. Per certi versi sì.

RITORNO ALLA TERRA - Ci sono, però, dei settori che, grazie alla propria espansione, pare vogliano suggerire un'uscita di sicurezza dalla crisi. La propensione all’export, tra il 2008 e il 2016, dal 29,4 al 34,3 per cento, mentre la spesa in ricerca e sviluppo, nonostante la recessione, è passata dall’1,81 per cento del pil nel 2008 al 2,15 del 2015. Ma un contributo significativo alla ripresa è arrivato dall’agricoltura, “oggi al centro di una più ampia filiera che comprende l’industria alimentare, l’economia del vino e l’agri-ecoturismo”. Nel 2017 il valore delle esportazioni agroalimentari ha superato i 5,5 miliardi, in aumento del 50 per cento rispetto al 2010. “L’economia della terra – si legge nella relazione – sta aprendo un varco verso il futuro”. Anche le presenze turistiche hanno continuato a crescere fino a sfiorare i 15 milioni nell’ultimo anno, il 29 per cento in più rispetto al 2008.

“C’è una buona ripresa con dati positivi sull’occupazione ma permangono fattori di debolezza strutturale sui quali bisogna investire, a cominciare da una demografia negativa: siamo una Regione troppo vecchia, con un tasso di educazione troppo basso e soprattutto con una carenza di servizi innovativi nei vari campi, dalla logistica alle imprese, che rendono più debole il sistema economico piemontese” afferma Chiamparino. “Con un lavoro di insieme - ha rimarcato Chiamparino - si deve agire su questi fattori per recuperare. Non può essere un obiettivo di breve periodo però ogni anno si deve mettere un mattoncino per migliorare”.

“I dati congiunturali della ripresa sono buoni ma non sottovaluterei le nubi che si possono affacciare, spinte dal vento di neo protezionismo che soffia a livello globale e che potrebbe incidere sulle esportazioni” prosegue Chiamparino secondo il quale bisogna puntare su servizi ad alto impatto economico come “legati all’organizzazione, alla finanza e alle imprese su cui patiamo il gap con Milano”. In questo contesto il governatore considera un buon passo in avanti la decisione di Intesa Sanpaolo di aprire a Torino il proprio polo assicurativo. Un altro settore su cui il Piemonte deve puntare è quello della logistica che può produrre occupazione di qualità e per questo “servono infrastrutture e porti che funzionano” ha affermato con riferimenti chiari a Terzo Valico e Tav Torino-Lione.

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