Manicomi torinesi, roba da matti

La Storia principalmente si occupa di battaglie, dinastie, riforme e conquiste, ma raramente focalizza la sua attenzione sul popolo e la sua miseria. Gian Mario Bravo con il libro Torino Operaia (Fondazione Luigi Einaudi, 1968) concentra l’attenzione sulla città dei lavoratori, agli albori dell’industrializzazione: uomini e donne alle prese con lo sfruttamento negli opifici e privati dei diritti elementari. L’autore cita, nella sua opera, alcuni dati che sono forse tra i più interessanti della Torino ottocentesca: numeri inerenti i ricoverati nel manicomio cittadino di via Giulio. Circa novecento persone vivevano tra le mura manicomiali e le cause che conducevano al loro internamento erano numerose: dall’abuso di vino, alla “predisposizione gentilizia”; dalla “pellagra” alle “cause morali” (ossia “miseria” e “amore eccessivo e deluso”). In Piemonte era anche molto diffuso il “cretinismo” di cui erano afflitte circa settemila persone.

La grande Storia sfiora appena questi dati, seppur negli ultimi anni la tendenza sia mutata radicalmente, grazie a tanti ricercatori che si sono impegnati nel dare un volto a quella moltitudine umana tenuta ai confini della società: cittadini non riconosciuti tali e spesso espulsi dalla comunità per le loro drammatiche condizioni.

Ogni qualvolta la campagna conosceva una crisi migliaia di contadini si riversavano sulla capitale sabauda, riempendo i portici del centro con i loro bivacchi e “disturbando” i benestanti con le loro richieste di elemosina. Carcere e manicomi diventavano così il welfare dei secoli scorsi. Le persone in povertà erano considerate carne da isolare oppure segregare lontano da tutti.  Un muro di cinta ed alcuni catenacci robusti risolvevano la questione sociale, sia in via Giulio (il manicomio) ed in via San Domenico (carceri senatoriali) oppure alle Porte Palatine. Quando si ammalava di nervi un ricco la diagnosi era depressione, se invece accadeva ad un povero allora questi era “matto” e quindi da ricoverare a forza: diagnosi crudeli e cure disumane hanno caratterizzato la vita dei manicomi sino a pochi decenni or sono.

La grande lacuna storica è stata colmata in maniera magistrale da Nico Ivaldi. L’autore torinese ha recentemente presentato, proprio in via Giulio, il suo nuovo libro Manicomi Torinesi. Il tema trattato può sembrare difficile poiché fatto di sbarre e di angoscia, ma al contrario delle aspettative il libro è un inno alla lotta a favore della dignità di ogni persona (sana o malata essa sia). Letta l’ultima pagina tutto diventa chiaro: la vera follia non era quella dei degenti, ma di chi ha redatto leggi assurde ed ideato cure sadiche.

Ivaldi riconsegna l’anima ai luoghi, li rende riconoscibili e finalmente parte integrante della storia di Torino. Palazzi che prima erano esclusi di fatto dai percorsi della città vecchia, come il manicomio di via Giulio, quello di Collegno e dei Pazzerelli, vengono riscoperti insieme alle vite di coloro che al hanno sofferto tra quelle mura. I degenti diventano nomi, cognomi e persone con le loro esistenze ed i motivi, spesso davvero pazzeschi, che li hanno portati in manicomio. A termine delle lettura risulta chiaro come la follia fosse addebitabile ad altri, ossia alla miriade di soggetti che avevano il diritto e il potere di cancellare letteralmente i propri concittadini dalle strade e dalle loro abitazioni. L’assurdità era insita nelle leggi, come quella regia del 1904 che permetteva addirittura ai vicini di casa di stabilire se un soggetto poteva entrare o uscire dal manicomio: invidia, rabbia e vendette erano le motivazioni per cui si aprivano le porte dei “ricoveri per matti”.

In passato le istituzioni chiuse (carcere e manicomi) hanno rappresentato l’unica risposta al disagio da parte delle istituzioni statali. I rimedi clinici dedicati ai “matti sociali” (incluso l’elettroshock, inventato a Torino) venivano affidati, sino agli anni sessanta del secolo scorso, ad acqua ghiacciata e scariche elettriche. Tra le storie raccontate da Ivaldi, aneddoti curiosi alternati a vicende di cronaca, le più significative riguardano quei combattenti (medici ed infermieri) che hanno permesso di mettere le fondamenta alla legge Basaglia, sfidando le autorità gerarchiche e politiche.

Le grandi rivoluzioni nascono da scintille provocate da donne e uomini che non riescono a tacere innanzi all’orrore. Infatti nei manicomi l’accanimento sul corpo umano era totale; quel corpo non era più parte di una persona ma a disposizione dello Stato tramite i suoi fedeli servitori (come lo era il corpo del condannato a morte prima di finire maciullato dal boia).

Nico Ivaldi nel suo percorso storico ha citato il ’68 quale antecedente precursore della nuova Legge Basaglia, a conferma l’autore dedica alcune pagine del libro al medico Annibale Crosignani e all’avvocato Bruno Segre: personaggi di immensa empatia quanto abili nello scardinare abitudini macabre, cure antiche e poteri ospedalieri assoluti. Rischiando denunce penali e posto di lavoro, i due hanno ribaltato tutto l’impianto secolare di “cura del pazzo” aprendo i cancelli delle strutture e imponendo nelle stesse metodi umani di presa in carico del malato (il quale cessa di essere un morto vivente trasformandosi in cittadino).   

Ascoltare durante la presentazione del libro Manicomi Torinesi i racconti del medico di via Giulio e dell’avvocato fondatore della rivista Nuovi Orizzonti è esperienza indimenticabile per i presenti. Quasi duecento anni di età in due, eppure una lucidità invidiabile nel narrare i fatti che hanno condotto alla liberazione dei cosiddetti “matti”. Nelle loro parole si percepiva una passione infinita e una grande empatia per quegli esseri (resi tutti uguali dal taglio dei capelli e dai vestiti goffi) imprigionati nelle camicie di forza.

Costruire lotte di emancipazione, e quindi di cambiamento, è cosa difficilissima soprattutto interagendo con una classe politica che attualmente non è certamente quella degli anni ‘60/’70, poiché sovente superficiale e qualunquista. Nel vituperato secolo scorso l’assenza di diritti assoluti venne affrontata in Parlamento con l’emanazione dello Statuto Lavoratori, l’approvazione parlamentare delle riforme carcerarie, la legge sull’aborto e la legge Basaglia: rivoluzioni legislative costantemente sospese tra l’osservanza e l’abrogazione.

Ottenere diritti, come ho già scritto in passato, costa sangue e sofferenza: creare le tutele dirette ai cittadini è il punto di arrivo di fatiche inumane, mentre le tutele stesse si perdono in un attimo breve di distrazione collettiva.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    12:33 Venerdì 29 Giugno 2018 mork punti sulle I

    grazie agli apparatniky dei quali lei parla e che in Italia hanno affondato la potiemkym, fra alcuni mesi i punti verdi saranno estesi alla penisola.

  2. avatar-4
    01:16 Giovedì 28 Giugno 2018 abelardo69 hanno buttato l'acqua sporca e il bambino

    E' noto a tutti che la legge Basaglia ha segnato un punto fermo nella cura e presa in carico del paziente psichiatrico. resta però da dire che la chiusura delle strutture pubbliche di ricovero ha dato al SSN i reparti di SPDC che non sono sufficienti ora e non lo sono mai stati come numero di posti letto. ha regalato o ceduto al privato accreditato numeri importanti di posti letto per il post acuzie e il ricovero lungo dei pazienti psichiatrici. Mi chiedo non era più semplice riorganizzare il sistema manicomiale dare dignità al malato, sviluppare il concetto di cura negli operatori e mantenere nel pubblico tutti i posti letto che sono proliferati nel privato??? chissà forse il matto faceva e fa soldo...

  3. avatar-4
    16:30 Martedì 26 Giugno 2018 mork fuori tempo

    chiara dimostrazione che le riforme le conducono uomini coraggiosi avulsi dalle ideologie anche se vi credono. Nella realtà il coraggio e la lotta di classe non coincidono, perchè è evidente che lei non ha fatto altri nomi: sul posto c'erano solo qualche studente contestatore, il dr.Crosignani, il Luciano (l'ha dimenticato) ed i malati, i famosi capi politici noti a tutti erano lì con loro? No. Si sono mossi quando non potevano più farne a meno, perchè altrimenti non ci sarebbe stato il problema dei manicomi. Inoltre non mi risulta che Crosignani abbia mai parlato di lotta di classe se non di dignità e umanità del malato.

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