Diallo e le parole dimenticate

“Stiamo vicini, noi che sappiamo come funziona lo sfruttamento”. Questo messaggio, inviatomi da una mia cara amica dopo un confronto sul fenomeno dei richiedenti asilo, rappresenta l’efficace immagine della grande illusione, e della conseguente follia, che ha avvolto la nostra società in una coltre calda quanto letale.

Lo sfruttamento Infatti non esiste più nei discorsi dei politici, di Destra come di Sinistra: la parola un tempo in auge è scomparsa totalmente dal lessico quotidiano oltre che da quello sociologico. Nessuno accenna più allo sfruttamento: non ne fanno riferimento i lavoratori schiavizzati dalla New Economy, così come non si ritengono sfruttati i dipendenti pagati meno di 2 euro all’ora dalle grandi catene della distribuzione alimentare. Lavoratori consapevoli di vivere come carne da macello, ma al contempo determinati nel non autodefinirsi sfruttati per evitare di essere espulsi da un sistema dove è meglio patire la fame, illudendosi di farne autorevolmente parte, piuttosto che soffrirne la marginalizzazione.

Gli stessi operatori dei call center sono oramai spesso complici dei loro capi, e pur ritenendosi taglieggiati nei salari preferiscono credersi parte dell’azienda, per cui sovente lavorano mal pagati piuttosto che ammettere un’amara verità fatta di “usa e getta” della loro professionalità. Il clima ovattato in cui hanno inserito a forza i giovani lavoratori occidentali disconosce la parola sfruttamento: la pericolosa chiave di lettura tramite cui un tempo la Sinistra analizzava i fenomeni che attraversavano la comunità umana e le metropoli. I cinque milioni di persone che vivono nella miseria in Italia sembrano, nell’opinione pubblica, esclusivamente vittime di se stesse e non del sistema che le ha prodotte.

L’atto del ridurre in miseria popoli e cittadini, nel nome del profitto, era l’assioma con cui rapportarsi in ogni attimo della singola esistenza per poter tradurre qualsiasi fenomeno politico-sociale in termini realistici. Attualmente tale vocabolo sembra bandito, mentre ha fatto il suo prepotente ingresso un altro termine, da sempre utile nei momenti di depressione economica al fine di instaurare un regime d’ordine e disciplina: “Paura”.

La lotta di classe va quindi in prepensionamento, poiché sostanzialmente era una lotta contro il dissolto sfruttamento, e prende il suo posto nello scenario europeo l’angoscia: il terrore verso l’altro, che diventa (come avvenuto nei riguardi degli Ebrei negli anni della Germania nazista) l’utile capro espiatorio dietro il quale celare le tante nefandezze attuate a danno dei popoli di tutti i continenti.

L’esempio arriva dalle ultime vicende inerenti il villaggio ex Moi (palazzine olimpiche ormai decadenti occupate sulla base di accordi istituzionali da alcuni profughi). Una sorta di ghetto urbano dove di tanto in tanto qualche estremista neofascista si è divertito a lanciare bombe carta tra le palazzine dove vivono molti giovani fuggiti dalla guerra, quindi dalle bombe stesse (quelle vere). E’ notizia recente quella dell’arresto del giovane Diallo, accusato di aver sferrato un pugno al commissario addetto allo sgombro del Moi. Diallo ha alle spalle una storia fatta di sofferenza, una storia simile a quella di tanti suoi coetanei senegalesi: operaio in Libia, retribuito con un buon stipendio, si è trovato improvvisamente in mezzo ai violenti bombardamenti occidentali.

La guerra combattuta, ma mai dichiarata, contro Gheddafi ha sconvolto la vita di Diallo immergendolo in uno scenario di macerie, morti dilaniati dalle esplosioni e il caos. Dopo l’ennesima strage di civili, che si è portata via i suoi fratelli e molti amici, il giovane senegalese (con lo sguardo immerso nel nulla ed ancora sotto shock) è stato fatto salire su un barcone diretto in Italia, dove ha scoperto sulla propria pelle di essere considerato alla stregua di uno schiavo da sfruttare nel nome dell’accoglienza (quella dei traffici umani) e del profitto.

Diallo, seppur a Torino, non riesce a dimenticare la guerra portandone in se un ricordo indelebile. Il ragazzo esule prova ad andare oltre, a guardare verso il futuro, dando libero sfogo alla creatività. Scopre così di avere risorse impensabili, tra cui la capacità manuale tipica del bravo sarto. La psichiatria lo segue però da tempo, poiché fragile seppur molto buono d’animo, sapendo che basta una bomba carta in strada per fargli perdere la ragione e farlo cadere nel panico. Tutti gli vogliono bene, compresi i torinesi volontari che operano al Moi. Molti sorridono spesso delle sue stranezze e del mondo tutto personale in cui è rifugiato, così come al contempo lo incoraggiano per aiutarlo a superare le sue paure, ma tutti lo guardano sempre con simpatia mentre gioca a pallone coinvolgendo i bambini del villaggio (al Moi vi sono anche alloggi per emergenza abitativa in cui risiedono anche italiani e rom) oppure mentre prepara un piatto di riso per chi affamato bussa alla sua porta.

Certamente se verrà dimostrata la sua aggressione fisica questa rimarrà un’azione detestabile, da stigmatizzare nella maniera più assoluta, ma è comunque doveroso conoscere la sua storia prima di indicarlo alla stregua di un mostro, ed usare inoltre quel presunto pugno per criminalizzare decine di giovani fuggiti da un misfatto (seppur legale quale è la guerra) messo dolosamente a punto dalle cancellerie occidentali.

In passato i conflitti coloniali avevano lo scopo di depredare i Paesi del cosiddetto terzo mondo. I soldati occidentali combattevano per il controllo del petrolio; per assegnare ai commercianti europei i diamanti, le spezie e l’oro. In questo secolo lo squallore che ristagna alla base delle conquiste per mano dei missili terra-aria ha raggiunto livelli di inaudita ipocrisia: oggi si bombardano cittadini, città e popoli per eliminare gli scomodi testimoni delle gravi malefatte compiute dai leader occidentali, impegnati nel massacrare le loro democrazie. Sarkozy pare infatti abbia ricevuto cospicui finanziamenti dal Colonnello Verde (Gheddafi) per sostenere la sua candidatura all’Eliseo, mentre la famiglia Bush ha periodicamente usato i servizi di Saddam Hussein per risolvere tensioni petrolifere internazionali: personaggi scomodi e da giustiziare per non lasciare alcuna traccia.

Oltre ad essere vittime di intrighi internazionali, i profughi che giungono dall’Africa su imbarcazioni trappola sono una grande occasione offerta ad alcuni imprenditori nostrani senza scrupoli, siano essi no profit che si profit, contribuendo ad alimentare l’esercito dei disoccupati di memoria marxista. Diallo si è ribellato ad un piano di sgombero delle palazzine che aveva l’amaro sapore dell’ingiustizia nonché dell’ennesimo sfruttamento ai danni della sua faticosa esistenza. Certamente la violenza è da rigettare sempre, ma la classe europea di potere non è molto autorevole nel dare il buon esempio su questo tema.

Sarebbe stato bello se la stessa forza che mettiamo nel contrastare l’immigrazione l’avessimo posta a disposizione del contrasto verso coloro che gettavano, e gettano, bombe per risolvere le beghe personali di potere.

Abbiamo scordato cosa voglia dire lottare per ideali egualitari solidaristici, il cui presupposto è insito nel ritorno ad un uso regolare, consapevole, e non censurato, del vocabolo che purtroppo regola ogni rapporto umano in Occidente: lo sfruttamento del Capitale (poche persone) sul Proletariato (noi tutti). Un vocabolo che ci aiuta forse anche a comprendere i vari Diallo rifugiatisi a Torino.

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