Se l'impresa fugge dalla burocrazia

La settimana scorsa avevamo espresso dubbi sulle intenzioni del ministro Luigi Di Maio, puntualmente confermate dal decreto dignità, dove anche i pochi punti positivi vengono annacquati. Si parlava di abolizione del redditometro e dello spesometro, e ci si ritrova solo con delle modifiche, positive per quanto si voglia, ma ben diverse da una soluzione radicale.

Non si capisce perché in Italia le riforme debbano procedere con piccole modifiche e non brandendo l’accetta sfoltendo leggi e regolamenti. Sfugge al legislatore che la burocrazia ha un costo in termini di tempo notevole: se un cittadino deve compilare dei moduli è necessario che sottragga tempo ad altre attività.Sulla delocalizzazione si fa tanta retorica, ma nessuno affronta il problema alla radice, interrogandosi sulle motivazioni che spingono le imprese a fuggire dell’Italia. E non solo quelle, dato che ogni anno abbandonano l’Italia circa duecentocinquantamila persone. Se le imprese delocalizzano e i cittadini emigrano un motivo ci sarà. Bisognerebbe considerare i due fenomeni come due facce della stessa medaglia e affrontarli insieme.

Nel decreto si obbligano le aziende che hanno ricevuto aiuti di stato a non delocalizzare o a restituire i soldi ricevuti con gli interessi. Potrebbe sembrare logico, ma l’errore è a monte: perché l’impresa ha ricevuto aiuti di stato? Dovrebbero essere aboliti tutti gli aiuti e le agevolazioni di stato e con i soldi risparmiati si dovrebbe procedere alla riduzione delle imposte per tutte le aziende, così si aiuterebbe sia il piccolo imprenditore che quello grande, senza creare favoritismi e distorsioni del mercato.

Non bisogna nascondere che la grande impresa ha un potere di contrattazione molto maggiore rispetto alla piccola anche nei riguardi dello stato. Appena entra in crisi, può minacciare centinaia di licenziamenti e subito intervengono politici locali e nazionali e si apre il portafoglio dello stato. Quando fallisce l’artigiano sotto casa, nessuno se preoccupa anche se alcune famiglie finiscono in mezzo alla strada. I grandi riescono a rimanere in piedi quasi sempre. Se si abolissero gli aiuti di stato e si abbassassero le tasse si ridurrebbero almeno queste ingiustizie.

Tornando ai motivi per cui le aziende delocalizzano sono piuttosto noti e sono gli stessi motivi per cui un’azienda sceglie di localizzarsi in un paese piuttosto che in un altro. Si va dal livello di tassazione, al costo del lavoro, alla burocrazia, alle presenza di materie di prime, alle infrastrutture, al costo dell’energia, alla presenza di maestranze specializzate e di scuole tecniche, ad una giustizia certa è veloce, ecc. Su alcune di queste può intervenire lo stato creando un ambiente più favorevole alle imprese, in modo che non scappino all’estero e anzi che vengano in Italia. Il livello di tassazione, la burocrazia e la giustizia sono totalmente appannaggio dello stato.

Spesso si trascura il fattore giustizia, ma la certezza del diritto è importante per l’impresa, anzi per chiunque. Se una diatriba con un fornitore o con un cliente si trascina per anni è un danno per l’impresa. Un conto è definire un contenzioso in poco tempo, un altro se servono anni; anni in cui è necessario pagare avvocati, sostenere spese e perdere tempo. Così con la burocrazia, quando diventa talmente farraginosa da essere sconosciuta anche a chi dovrebbe controllare. Esser sicuri che si avrà una risposta ad una richiesta di autorizzazione in tempi certi è più utile di sapere che si avrà una risposta positiva in un futuro indefinito, perché nel primo caso si possono programmare gli investimenti e nel secondo no.

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