Lavori che non vogliamo più fare

Una frase, più di altre, raffigura bene il distacco che ormai separa una parte dell’élite intellettuale collocata a Sinistra dalla propria base, nonché da quel popolo che dovrebbe rappresentare: “Loro (gli immigrati) fanno i lavori che noi (gli italiani) non vogliamo più fare”. La risposta a tale affermazione, proveniente da chi invece cerca un lavoro con la carta d’identità italiana in tasca, è sovente assai diversa: “Pagassero di più e non sfruttassero le persone in cambio di un tozzo di pane, noi quei lavori li faremmo senza alcun problema”.

La contraddizione alla base del conflitto sociale in atto, disputata da nuovi sottoproletari e piccoli borghesi in contrasto al popolo dei migranti, è davvero racchiusa in questa modesta dicotomia di pensiero; nel confronto tra due affermazioni contenenti, ognuna, un pezzo di verità: da una parte la visione, forse a tratti altezzosa, di chi è comunque garantito nell’occupazione e dall’altra quella cruda di coloro che spesso non hanno neppure la possibilità di acquistare i libri scolastici per i propri figli.

Sembra di rivedere quanto avvenne proprio qui a Torino gli anni ’60, epoca in cui la grande fabbrica, la Fiat, aveva in organico operai formatisi e cresciuti anagraficamente nella città dove il Socialismo affondava storicamente le sue radici: non erano pochi i lavoratori che ricordavano molto bene gli scioperi coraggiosi del marzo 1943, in piena era fascista, che paralizzarono la fabbrica automobilistica (e bellica) del capoluogo piemontese.

La classe operaia torinese aveva difeso lo stabilimento della famiglia Agnelli dai tedeschi, oltre proteggere la propria dignità ed il salario. Dopo la guerra molte cose mutarono, e le istanze eroiche dei dipendenti si trasformarono presto in elementi pericolosi che confliggevano pesantemente con la bramosia padronale verso un crescente profitto.

Alla vigilia del rilancio postbellico della fabbrica di Mirafiori, le autorità ecclesiastiche (in accordo con la proprietà manageriale) reclutarono i futuri operai in meridione, strappandoli violentemente alle loro case. L’impatto inizialmente fu terribile: i vecchi operai incontravano difficoltà anche nel comunicare con quelli nuovi del Sud, e il crollo generale delle difese sindacali e dei diritti si rovesciò su tutti i lavoratori.

Con il tempo la solidarietà insieme all’orgoglio delle squadre alle catene di montaggio ebbero la meglio, inaugurando sul finire degli anni ’60 una stagione di lotte nel nome dei diritti dei lavoratori: un conflitto sociale le cui conquiste hanno cambiato il mondo del lavoro e dei diritti civili; una rivoluzionaria inversione dei rapporti di forza tra dipendenti e “capi”, nonché tra cittadini e istituzioni repubblicane.

Il famoso esercito dei disoccupati di marxista memoria è sempre pronto ad arruolare nuovi malcapitati, durante le migrazioni di ieri come quelle attuali, naturalmente a vantaggio di chi gode nel vedere allargarsi a vista d’occhio il cosiddetto mercato dell’occupazione: un surplus di domanda che permette agli industriali di trattare abilmente sul costo della manodopera, sino a poter scegliere senza problemi chi assumere e chi lasciare a casa e, nel primo caso, quanto pagare in base al tipo di contratto precario a disposizione.

Le brigate di chi si offre per un impiego aumentano le loro fila di giorno in giorno, esattamente come negli anni ‘50 e inizio anni ‘60. Da Paesi sull’orlo della guerra, oppure interessati da conflitti infiniti (sovente iniziati grazie ai soldi e alle armi occidentali) fuggono intere famiglie e giovani disperati. In tutti loro la speranza è quella di guadagnare qualche soldo utile per chiudere i conti con la fame, e magari per dedicarsi all’assaggio di porzioni minuscole di consumismo.

I migranti economici cercano, come chiunque abbia attraversato il Mediterraneo in condizioni simili a quelle dei naufraghi, una vita migliore ma per tutti quanti il risultato è sempre lo stesso: competere con la manodopera locale ed accettare una vera e propria “mancetta” in cambio di infinite ore sotto il sole rovente raccogliendo pomodori, oppure per arrampicarsi su ponteggi incerti in cantieri edili al limite della legalità (morire tra colate di cemento non esistendo per le autorità significa essere sepolti sul posto nel segreto assoluto).

La disperazione e la povertà portano ad accontentarsi sempre, e in ogni modo, di quanto offre la situazione di “ospiti” della fortezza Europa: fattore che in assenza di regole conduce negli abissi anche i salari di tanti europei. Quanto faticosamente guadagnato dagli immigrati si trasforma subito in rimessa economica diretta alla propria famiglia in patria, oppure raramente nell’acquisto di un paio di scarpe firmate e una maglietta alla moda. Premesse che spiegano come, e perché, i migranti cadano in mano a caporali senza pietà, oppure ad organizzazioni legali che a volte li organizzano al fine di occupare capillarmente i centri storici chiedendo elemosina ai passanti (quali i giovani neri dotati di berretto alla mano e piazzati a fianco dei locali più prestigiosi di Torino).

Certamente anche talune associazioni malavitose si presentano come una soluzione da offrire a coloro che chiedono asilo all’Italia. Finte cooperative apolitiche, ma partitiche quando si tratta di raccogliere fondi nonché commesse, che trattengono in ostaggio i passaporti dei migranti per farne moderni schiavi.

È sconsolante come i media si dedichino a riportare narrazioni spesso rivelatesi imbarazzanti per gli autori stessi dopo la verifica dei fatti, invece di denunciare la globalizzazione entrata in casa con un percorso contorto tracciato da chi offre al sistema braccia a pochi centesimi l’ora. Una globalizzazione che inizialmente ha delocalizzato attività produttive e ora colpisce ancora per mezzo di barconi sgangherati.

La verità è difficilmente rintracciabile in mezzo ad una miriade di resoconti inerenti presunti atti efferati compiuti da cittadini stranieri, nel frattempo l’odio etnico cresce costantemente sino a raggiungere orizzonti preoccupanti. Cito a titolo di esempio gli inesistenti liquami rovesciati dai nomadi sui portoni via Buenos Aires in Torino; oppure l’insensato racconto del falso ammutinamento dei migranti salvati in mare dalla nave Vos Thalassa, evento avvenuto solo nella fantasia bacata di alcuni ministri. Fake news che hanno una regìa occulta i cui scopi sono facilmente immaginabili.

Farebbe bene a tutti fermarsi un attimo per respirare a fondo. Una pausa riflessiva utile al fine di comprendere come poter contrastare la guerra tra poveri: quell’ennesima trappola costruita ad arte da chi indisturbato regge i fili del potere economico in occidente.

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