La (grande) lezione di Marchionne

In questi ultimi giorni si è parlato tanto di Sergio Marchionne. Leggendo anche i commenti sui social, le opinioni si dividono tra quelli che considerano Marchionne un grande manager, autore del salvataggio di un’azienda sull’orlo del fallimento e del suo rilancio sul mercato globale, e quelli che lo detestano per aver ridotto ai minimi termini la presenza in Italia (e soprattutto a Torino) di un’industria automobilistica con grande tradizione storica. Personalmente, io propendo per la figura del grande manager. Forse ai detrattori di Marchionne non è chiara la differenza che c’è tra manager e proprietario.

Quando fu nominato amministratore delegato della Fiat, Marchionne ricevette dalla famiglia Agnelli il difficile incarico di risanare un’azienda ormai decotta e di riportarla ad essere competitiva. Un bravo manager fa il lavoro per cui è pagato dalla proprietà, tutela gli interessi dei soci e agisce nel rispetto delle strategie definite dal consiglio di amministrazione. Marchionne, da manager eccellente quale è stato, ha espletato il suo mandato con straordinaria capacità ma non dobbiamo dimenticare che ha sempre dovuto muoversi nel rispetto delle direttive ricevute da John Elkann (il proprietario). Verso Elkann quindi devono essere indirizzate le antipatie di chi non ha gradito lo smantellamento dell’industria automobilistica italiana perché tutte sue sono le responsabilità di ciò.

A differenza di suo nonno Giovanni Agnelli, John Elkann non ha radici affettive a Torino, non ha attaccamento alla fabbrica e agli operai, è solo uno speculatore finanziario che vuole massimizzare il suo profitto anche a costo di litigare con sua madre Margherita, con suo fratello Lapo e con suo cugino Andrea. Cosa quindi poteva fare di diverso Marchionne per compiacere il suo datore di lavoro? Abbattere i costi, delocalizzare gli stabilimenti, ridurre il personale, globalizzare la produzione, pagare meno tasse, fare economie di scala, tagliare i rami secchi etc… Ma la vera grandezza del Marchionne manager secondo me consiste principalmente nella sua visione organizzativa.

Quando prende in mano l’azienda, la Fiat è solo una grande “boita” dove gli operai lavorano in condizioni di sporcizia, di confusione, di fatica, di insufficienti misure di sicurezza, di inefficienza, di spreco, di obsolescenza tecnologica. Marchionne capisce la necessità e l’importanza di rovesciare questa situazione puntando sul metodo, sulla riqualificazione del personale, sull’ordine e sulla pulizia, sulla sicurezza e sull’ergonomia, sull’innovazione tecnologica, sulla consapevolezza delle inefficienze e sulla loro eliminazione con conseguente riduzione dei costi. Io ho visto gli attuali stabilimenti Fca che, dopo 10 anni di implementazione del Wcm (World Class Manufacturing) voluto da Marchionne si sono trasformati da “boite” in “cliniche”. E questo è il più importante insegnamento che ci lascia Sergio Marchionne e che suona come una dura lezione per gli industriali torinesi (e italiani) ancora troppo legati al modello “boita”: se vuoi competere per qualità e per costo, devi gestire la tua azienda come fosse una clinica. Per le strategie di mercato poi ogni imprenditore è libero di comportarsi come meglio crede.

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