Impressioni di settembre

Approfondire lo stato di salute inerente la politica torinese risulta cosa difficile quanto deprimente. Difficile perché si tratta di un fenomeno complesso addirittura nella sua individuazione e quindi analisi, visto che la politica pare scomparsa da tempo in questa città, deprimente invece a causa dei personalismi che hanno oramai la meglio.

Oggi la prima capitale d’Italia necessiterebbe di nuove progettualità ed energie politiche, attività che aprano all’archiviazione delle ultime amministrazioni cittadine, di un’epoca terminata con la giunta Fassino. Occorre al più presto superare i tempi delle partite a carte tra Sindaco e Amministratore delegato della Fiat-Fca di turno, per guardare all’insediamento di attività produttive sostenibili e puntando contemporaneamente a riforme “buone”, ossia a salvaguardia e rilancio dei servizi rivolti alle persone e del welfare (scartando i tradizionali atti clientelari utili al solo potere e al mantenimento del medesimo).

Come accadde nell’anno 1864, all’indomani della perdita del ruolo di capitale del regno, Torino deve impegnarsi nella ricerca di una nuova identità (oggi post-Fiat): una nuova veste che sia europea ma al contempo di città produttiva e culturale.

La metropoli piemontese svela alcuni indizi preoccupanti a chi attraversa le sue strade e piazze. Camminando è facile essere colti dalla sensazione di muoversi in un agglomerato urbano sospeso in mezzo a due ripide falde, in bilico sul filo di un rasoio: da una parte la possibilità di rialzarsi in piedi più bella che mai, dopo la rovinosa caduta a terra del post industriale, dall’altra quel baratro in cui sono già cascate molte città americane ed europee dopo la crisi dell’industria occidentale.

In periferia è impossibile evitare l’incontro con una sorta di lato oscuro che ristagna tra una palazzone e l’altro. La cintura di Torino patisce, soffre, poiché soffocata da un inizio di profondo disagio urbano e la marginalità lavorativa in cui si ritrovano i suoi giovani residenti. Lavori precari si alternano a disoccupazione: l’esistenza, soprattutto per chi non ha un curriculum universitario importante, si fa molto complessa nei territori ai margini della metropoli, così come nelle classi sociali più deboli che abitano il centro storico.

Le famiglie faticano a raggiungere la fine del mese e le istituzioni (nelle circoscrizioni a guida del Centro-Sinistra) non sembrano in grado di fare nulla in loro sostegno, se non coccolare pochi pensionati nei centri d’incontro o in qualche bocciofila. La quasi totale assenza di iniziative culturali tra i palazzoni cresciuti negli anni 60-70, quelli del boom economico, è appena mitigata dalla resistenza offerta da qualche biblioteca cittadina (nel novero delle quali purtroppo si annota già qualche assenza, come la biblioteca di corso Unione Sovietica) insieme alla faticosa opera di rare associazioni che hanno sede nei quartieri.

Sul territorio gli spazi aggregativi sono monopolio delle sole parrocchie rionali, a cui si aggiunge qualche centro di protagonismo giovanile (laddove vi sono fondi che ne permettano l’apertura): istituzioni rimaste sole dopo la fine assoluta dei circoli politici di togliattiana memoria.

In tale frangente il cosiddetto sottoproletariato trova terreno fertile per espandersi e cadere nella sottocultura di estrema destra. Oggi CasaPound e Forza Nuova, pur non sfondando a livello elettorale, raccolgono simpatia crescente, fino a poter sperare in una prossima stagione egemonica culturale delle visioni radicali neofasciste.

Una situazione esplosiva alimentata ulteriormente dalla crescente presenza di famiglie di immigrati, seppur di seconda e terza generazione, nelle borgate periferiche: cittadini che si sono integrati da soli, essendo pari a zero gli investimenti statali e regionali nel campo dell’inclusione sociale, ma ugualmente bersaglio della fobia diretta al “diverso”. Naturalmente sono sempre gli ultimi a sbattere più violentemente contro il portone che le comunità urbane chiudono innanzi “allo straniero”, come nel caso dei rom: un rifiuto che sovente colpisce anche coloro che puntano all’integrazione culturale.

Si sviluppa così un’incontrollata serie di pericolose reazioni a catena dal carattere puramente xenofobo, a cui troppo spesso la cultura progressista non sa rispondere se non con espressioni di stigmatizzazione (un grave limite che non permette di esaminare a fondo quel triste fenomeno).

Il centro città invece sembra poter offrire una vita dignitosa ai suoi abitanti, seppur sovente messi alle strette dal caro casa (che ha raggiunto livelli di vera e propria esclusione sociale), mentre le attività commerciali tradizionali sono costantemente in fuga per costi non più sostenibili. Il cuore storico di Torino si dibatte tra le promenade snob di chi può permettersi gli alloggi residenziali, e un forte odore di urina che ristagna sotto i portici e aleggia sulle piazze auliche.

La Torino ottocentesca si svuota quindi di attività e uffici pubblici, mentre il fenomeno dei clochard sistemati in strada cresce numericamente ad ogni autunno, senza che la politica si impegni nel dare loro dignità e riparo, riconsegnando al contempo la città a percorsi turistici curati e puliti.

Un contesto complesso quello Torinese, dove spicca una generale assenza di proposta e molti egocentrismi che a volte si spingono nel campo della vendetta. Ad un governo municipale che ancora non ha ribaltato Torino come un calzino, speranza vana di molti elettori Cinque Stelle, si contrappone una pseudo sinistra fantasma (Pd): compagine totalmente priva di rotta che, al limite dello psicodramma, tenta addirittura l’adescamento dell’ex portavoce della sindaca (lo stesso Paolo Giordana dipinto in passato come il diavolo, da chi oggi lo vuole sedurre).

Sereno settembre Torino. Il tuo autunno purtroppo è iniziato da tempo, mentre la primavera tarda a manifestarsi. 

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