OBITUARY

Marchionne, lo "straniero" che Torino non capì

A quasi due mesi dalla morte Fca e istituzioni ricordano il manager col maglioncino che salvò la Fiat. In una città che mostrò molta diffidenza verso chi ne mise a nudo, con la sola presenza, inadeguatezze e provincialismo. Il profilo nel libro di Bricco

Parlava una lingua che l’Italia e la stessa Torino, dove arrivò al capezzale di una Fiat morente riuscendo a riportarla a una nuova vita, non erano stati in grado di imparare e, forse, ancora non lo sono. Per questo, Sergio Marchionne è stato sempre straniero. E forse lo rimarrà nella memoria riconoscente, ma non del tutto consapevole dell’importanza rivoluzionaria di un approccio, uno stile (troppe volte liquidato nel feticcio del maglioncino) e, appunto, un linguaggio industriale e sociale incompresi appieno non per colpa del manager, ma per inadeguatezza e distanza del Paese e della città, che pure fu capitale della modernità.

Un rivoluzione quella di Marchionne non solo industriale e finanziaria ma ancor prima culturale e politica, anche se da quest’ultima – intesa come stretto rapporto con i partiti  – si tenne sempre a distanza, quasi a rimarcare la sua formazione nordamericana. E poi l’esperienza in Svizzera, inducendo a immaginare su di lui un che di calvinista e dunque assai lontano dal potere dinastico ancora pervasivo nella città sabauda in cui avrebbe compiuto il miracolo. Ma anche la città di cui, involontariamente, avrebbe messo a nudo le fragilità e i ritardi rispetto ai suoi ritmi.

“Se Torino negli anni Novanta avesse compiuto veramente un cambiamento profondo, aldilà delle prospettive e dei passi in avanti grazie alle Olimpiadi e a una visione non più limitata da one company town, Marchionne sarebbe stato certamente meno straniero” osserva Paolo Bricco, inviato ed editorialista del Sole 24Ore, autore di un recentissimo libro sul manager italo-candese, intitolato non a caso Marchionne lo straniero (304 pagine, Rizzoli). “Lo è stato nel mondo dell’automobile al quale approdò quando la sua carriera di manager era già affermata in altri settori. Straniero anche per il mondo degli affari americano dove la provenienza dalle più prestigiose università conta ancora molto e lui non arrivava da lì. E straniero Marchionne è stato e rimasto anche in Italia e a Torino”, in un alternarsi e fondersi di stupore, ammirazione, fiducia e diffidenza verso “quell’alieno anche per il piccolo mondo antico torinese”.

Quel mondo che ci sarà, domani alle 11 in Duomo, alla funzione officiata dall'arcivescovo, Cesare Nosiglia. L'ultimo saluto gli era stato dato in Canada dai familiari, tra cui la compagna Manuela Battezzato e i figli di primo letto, Alessio Giacomo e Jonathan Tyler, in forma strettamente privata. Domani a Torino oltre ai familiari e i vertici di Fca, John Elkann e Mike Manley, alle personalità politiche, dell'industria e dello sport, sono attese anche alcune delegazioni operaie. È previsto anche uno spazio all'interno della cattedrale per i cittadini e quanti vorranno partecipare alla funzione. Ci sarà la sindaca Chiara Appendino e il presidente della Regione Sergio Chiamparino. Fonti vicine al Pd confermano la partecipazione dell'ex premier, Matteo Renzi, atteso nel capoluogo piemontese per partecipare alla Festa dell’Unità. Al saluto pubblico italiano si unirà anche quello americano che avverrà il 27 settembre ad Auburn Hills, in Michigan, sede della divisione statunitense di Fca.

Quel piccolo mondo antico, insieme a gran parte della classe politica cittadina con l’arrivo di Marchionne non riuscì a celare dietro il paravento glorioso della storia un provincialismo spesso pervasivo, un passo troppo indietro e asincrono rispetto a quelli rapidissimi del manager di origini italiane, ma ormai straniero in tutto il resto.

Quando arrivò comprese subito che uno dei mali del gruppo era quel management che agiva con vecchie logiche di un riporto dietro l’altro in una catena decisionale infinita e arrugginita. Marchionne ne fece fuori gran parte. “Alcuni di coloro che rimasero faticavano a tenere il passo e andarono in analisi, come mi ha confidato un terapista torinese” racconta Bricco. Non pochi altri trovarono rifugio dorato nelle aziende pubbliche, nel sottogoverno cittadino e regionale, a ulteriore dimostrazione di quella distanza del sistema che governava la cosa pubblica e da chi gestiva un gruppo, risollevandolo dal baratro del fallimento.

Di Chiamparino Marchionne sarebbe diventato presto amico e compagno di partite a scopone. Nel libro di Bricco, l’allora sindaco e poi presidente della Regione ricorda come “nelle visite agli stabilimenti mi colpirono alcuni aspetti elementari. Una sorta di ritorno ai fondamentali che davano il senso della differenza e dello stacco rispetto al periodo precedente: a Mirafiori, Marchionne mi fece notare con grande fastidio mucchi di calcinacci nelle officine. Rimise all’onore del mondo la decenza e la pulizia di quelle fabbriche. Sembra poco. Ma, in quel frangente, contò molto”. Allora “piacque alla sinistra, agli operai, anche ai sindacati”, tuttavia non scalfendo più di tanto quel muro invisibile ma alto fatto di “riti, ideee visioni del Novecento” che aveva trovato arrivando in città e in azienda. E che non gli erano affatto piaciuti, essendogli lontani anni luce.

“Chi avrebbe immaginato uno dei suoi predecessori in pizzeria a mangiare insieme ai ragazzi della scorta?”. Marchionne lo ha fatto più di una volta, in Corso Palermo, dove capitava cenasse anche con l’amico Chiamparino. Un marziano a Torino, come emerge da un altro recente ritratto, quello di Marco Ferrante in Marchionne l’uomo dell’impossibile (Mondadori).

Marziano, straniero: forse solo un uomo troppo avanti rispetto al Paese e alla città che oggi lo ricordano. Probabilmente senza averlo mai compreso del tutto.

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7 Commenti

  1. avatar-4
    20:50 Venerdì 14 Settembre 2018 gastone Marchionne era un professionista a livello mondiale

    Penso che a Marchionne di Torino interessasse poco , e non mi stupisce, era stato assunto per salvare un colosso morente, era un "cittadino del mondo", era un grande manager logicamente impegnato nel suo lavoro fisicamente e mentalmente quasi 24 ore al giorno, perchè doveva importargli di Torino, dei torinesi, dei piemontesi? il suo obiettivo era salvare l'azienda. Mi domando invece se Torino sia mai stata amata dagli Agnelli, come, fatte le debite differenze, i Ferrero hanno amato e amano Alba, come Adriano Olivetti aveva amato Ivrea...forse la radice dell'oggi va ricercata in quella lunga storia segnata dal 1899 in avanti dalla famiglia Agnelli nella città industriale che diventò la più importante d'Italia e una delle prime in Europa. I rapporti con le istituzioni locali (e nazionali) sono cosa nota e ovvia, quindi che anche il Chiampa abbia coltivato un'amicizia con Marchionne non stupisce (e poi al Chiampa è sempre piaciuto frequentare i potenti e giocare quel ruolo da compagnone che funziona sempre in trattoria, alla bocciofila, in maniche di camicia, ecc.ecc.). Credo che la Famiglia (per carattere, per ignoranza, per snobismo, per anaffettività strutturale) fosse interessata a che l'azienda funzionasse, Torino era il contenitore della fabbrica, punto. E così, mentre erano abbastanza graditi a far parte della ristretta corte strisciante i maggiorenti, i politici locali, i parassiti intellettuali, ecc.ecc. che anelavano all'invito a villa Frescot, anche solo per un'ora o poco più in cene frugali dalle quali poi si veniva licenziati senza tanti complimenti, il resto della città era totalmente ignorato dai "regnanti". Un esempio fra i tanti, quando l'avvocato volle fare una spatussata culturale la fece a Venezia, Palazzo Grassi, non si sognò proprio di mettere in piedi progetti di alto valore culturale a Torino, non si sognò mai di lavorare profondamente, appunto con "amore" , per coniugare lavoro/business e cultura di ampio respiro, nell'ottica di lanciare Torino sulla scena internazionale facendola uscire dalla sua connotazione provinciale e piccolo borghese, solo nel 2002 tardivamente fece il piccolo museo al Lingotto, la Pinacoteca, per visitare la quale si paga il biglietto (non è un regalo ai torinesi). Credo che se gli Agnelli avessero amato Torino, nonostante la triste fine della Fiat in patria, avrebbero potuto nel corso di un secolo renderla e lasciarla robusta capitale di cultura in senso lato. Capitolo a sè la Juve, forse l'unica cosa che interessava. Marchionne ha fatto quello che doveva per salvaguardare gli interessi di quel che resta della famiglia non solo Agnelli ma anche Nasi, Camerana, Elkann e per gli azionisti.

  2. avatar-4
    17:50 Venerdì 14 Settembre 2018 dedocapellano Marchonne ottimo Top Manager, Chiamparino pessimo politico....

    Il dott. Marchionne è stato un ottimo Top manager in quanto ha generato "valore per gli azionisti". Valore per gli azionisti significa che il management lavora per assicurare agli azionisti il massimo del profitto possibile…. senza se e senza ma. La teoria del "valore per gli azionisti" è stata portata e promossa in Italia da società quali la McKinsey&Co e ha trovato moltissimi seguaci soprattutto nei CEO delle banche e società di Stato….. la differenza che il CEO Marchionne ha saputo metterla "a terra" con profitto mentre gli altri hanno solo speso milioni di euro "ingrassando" le società di consulenza USA. Sono i nostri politici soprattutto locali (Chiamparino, Fassino ecc ) che non hanno saputo "difendere il "valore per la città" anzi già che c'erano hanno acconsentito che grandi banche ed aziende delocalizzassero a Milano!!!

  3. avatar-4
    14:22 Venerdì 14 Settembre 2018 già... "La nostra città è solo ormai un cimitero di stabilimenti chiusi e palazzi in vendita."

    “stabilimenti chiusi e palazzi in vendita”......comprati a suo tempo, a peso d'oro, da enti pubblici senza nessuna asta al ribasso (Il famoso “MERCATO”, con le sue dure leggi, in questi casi è rimasto assente). I soldi dati ai beneficiari di tali vendite sono, per la gran parte, usciti dall'Italia e finiti in paradisi fiscali di vario tipo , mentre le briciole sono finite in contratti di diritto di superficie di 99 anni a 0,58 euro al metro quadro di superficie solo per far sculettare “portoghesi” di vario ordine e genere...

  4. avatar-4
    12:29 Venerdì 14 Settembre 2018 tandem Quando muoiono sono tutti "buonanima"....

    Avrà salvato la FIAT, ma non a Torino. Per cui pace all'anima sua, ma si è fatto i fatti suoi e di chi lo pagava, ma non certo quelli di Torino. La nostra città non è più sede della Fiat ed è solo ormai un cimitero di stabilimenti chiusi e palazzi in vendita.

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    11:25 Venerdì 14 Settembre 2018 moschettiere Dubbio

    Senza voler mancare di rispetto ai trapassati, ma anche senza l'ipocrisia dilagante secondo la quale con la morte spariscono per incanto difetti e colpe, mi sorge un dubbio. È la città che non ha capito o è stato Marchionne che non ha voluto capire Torino?

  6. avatar-4
    10:29 Venerdì 14 Settembre 2018 Damos Non era mica San Giovanni Bosco ...

    Non esageriamo con le elegie : massimo rispetto alla vicenda umana ed alla malattia, ma Marchionne non era un benefattore per Torino, anzi ... Proprio grazie ai "compagni di scopone", la FIAT-FCA è stata progressivamente svuotata , gli operai messi in cassa integrazione permanente, l'indotto dell'auto è andato a farsi friggere, nuovi modelli non sono anti ... Forse ha salvato la FIAT allora, ma l'accanimento terapeutico verso un grande malato a volte fa più danni che lasciare che la natura (economica) faccia il suo corso ... Forse il nuovo AD penserà a Torino ed ai compagni di scopone ? NON credo proprio e la chiusura definitiva incombe ...

  7. avatar-4
    09:54 Venerdì 14 Settembre 2018 già... Ma quella Torino che non capì ed era pagata per capire è ancora lì e continua a dire di fare la differena.

    Che Chiamparino abbia avuto bisogno di Marchionne per rendersi conto, solo dal 2004 in poi, che gli stabilimenti FIAT a Torino fossero, ormai da molti anni, “sporchi fino all'indecenza”...beh, questo la dice lunga sul personaggio, il suo partito e il “sistema” che gli gira intorno. Per quanto riguarda poi i dirigenti “fatti fuori da Marchionne” che “hanno trovato rifugio dorato nelle aziende pubbliche, nel sottogoverno cittadino e regionale,” bisognerebbe capire a CHI, questi dirigenti, sono serviti...è certo che, visti i risultati, non sono serviti ne ai cittadini torinesi e tanto meno ai piemontesi che sono stati costretti a pagare esosi stipendi per avere in cambio IL NULLA fatto passare per “ passi in avanti verso il cambiamento profondo”. Sul fatto poi che qualcuno usi una funzione funebre come anticamera di una festa politica nella campagna elettorale infinita di questo paese, beh...stendiamo un pietoso velo di silenzio...

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