Le Olimpiadi della classe dirigente

L’intricata e imbarazzante vicenda legata alle Olimpiadi invernali del 2026 ha riproposto su alcuni organi di informazione – e quindi all’attenzione della pubblica opinione torinese e piemontese – il tema della qualità della classe dirigente contemporanea. E questo, soprattutto, se la confrontiamo con quella che si aggiudicò, seppur con motivazioni molto diverse, la precedente edizione di Torino 2006.

Ora non c’è argomento più ostico e antipatico di distribuire pagelle sulla preparazione/competenza/ rappresentatività della classe dirigente politica e amministrativa. Anche perché quando si parla di “sistema Piemonte” non ci si può fermare alla sola dimensione politica e amministrativa ma lo si deve estendere a quella della cultura, delle professioni, dell’associazionismo sociale ed economico. Ma, al di là delle singole responsabilità, è indubbio che quando un obiettivo non viene centrato – o viene perseguito in tono minore, vedremo comunque quale sarà il risultato finale – è l’intero sistema a uscirne sconfitto. E questo anche al di là dei meriti o dei demeriti dei singoli esponenti, così profondamente diversi fra di loro.

La Regione Piemonte, ad esempio, è governata da un serio e preparato professionista della politica, Sergio Chiamparino, al vertice del potere locale politico e amministrativo da oltre trenta anni. Mentre il Comune più grande, Torino, è guidato da Chiara Appendino, alla sua prima esperienza ma dotata di grandi capacità manageriali e politiche. Ossia, un mix efficace e potenzialmente positivo. Almeno sulla carta. Ma quando si parla di grandi risultati da ottenere non ci si può limitare, come ovvio, ai soli vertici istituzionali.

Torino 2006 ci fu, come tutti sanno, grazie all’apporto determinante e decisivo dell’avvocato Gianni Agnelli. Ma attorno al suo impegno e alla sua determinazione c’era un sistema che accompagnò compattamente e coerentemente la scelta di Torino e delle sue valli olimpiche. Forse è questo l’elemento che è mancato in questa occasione e che è sotto gli occhi di tutti. Perché una classe dirigente a Torino e in Piemonte non può essere fatta solo da professionisti della politica in servizio permanente da decenni e da giovani entusiasti e carrieristi. Ma anche, e soprattutto, da tutto ciò che affianca e accompagna la politica e l’amministrazione. Ovvero, la mitica e tanto decantata “società civile” che oggi, purtroppo, a Torino e in Piemonte è stata, ed è, del tutto afona.

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