GRANDI OPERE

Tav, ultimatum dell'Europa: poche settimane per decidere

Tempo scaduto. In caso di rinuncia i fondi verranno destinati altrove e l'Italia dovrà restituire i finanziamenti ricevuti. La Francia non riconosce l'analisi: fatta secondo standard non riconosciuti. Ecco le anticipazioni dello studio di Ponti ed evitarle domande scomode

L’Italia deve fare chiarezza entro poche prossime settimane sulla Tav, altrimenti l’accordo di finanziamento (“grant agreement”) con l'Unione Europea rischia di saltare. Lo hanno detto fonti europee, dopo che la Commissione ha ricevuto l'analisi costi-benefici del governo italiano. Secondo le fonti, già oggi il grant agreement traballa, a causa della decisione dell’Italia di sospendere una serie di gare di appalto della Tav provocando problemi sul rispetto dei tempi concordati per l’avanzamento dell'opera.

Se il grant agreement dovesse saltare, l’Italia rischierebbe di perdere gli 813,6 milioni previsti nel periodo di bilancio 2014-2020, di cui circa 120 milioni da restituire perché già versati. A questo si aggiungerebbero altri 380 milioni stanziati nel periodo 2007-2013 che l’Italia dovrebbe riconsegnare.

Un’altra ipotesi è una modifica dell’accordo, ma che potrebbe comunque comportare la perdita di una parte degli 813,6 milioni. A giugno l’Ue procederà a una revisione dei fondi della “Connecting Europe Facility”, con una possibile ridistribuzione delle risorse non utilizzati dagli Stati membri per i progetti approvati secondo il principio “use it or lose it” (usalo o perdilo, ndr), magari per i collegamenti marittimi con l’Irlanda con i porti francesi, belgi e olandesi, necessari dopo la Brexit. Ma - secondo le fonti - la decisione sulla Tav deve essere presa ben prima della data di giugno.

Anche la Francia batte il tempo all’Italia. Il governo francese non entrerà nel merito dell’analisi costi e benefici, ricevuta pochi giorni fa dall’ambasciatore, alla vigilia dello scoppio della crisi diplomatica con l’Italia. Il documento sarà esaminato ma non sarà né condiviso e nemmeno contestato perché, come spiegano fonti d’Oltralpe vicino al dossier, per la Francia la nuova Torino-Lione si deve fare e non c’è alcuna intenzione di ridiscutere l’accordo internazionale e nemmeno il tunnel di base.

Inoltre quell’analisi, firmato dalla commissione coordinata da Marco Ponti, è stata voluta dal governo italiano, basata con una metodologia che non troverebbe riscontro nelle regole francesi e nemmeno in quelle dell’Ue. In più, al governo francese non sarebbe stato inviata quella parte del documento in cui non si analizzano i costi della rinuncia all’opera.

Insomma, sia Parigi e sia Bruxelles non cambiano idea sulla Tav e sollecitano la  decisione del governo Conte. È chiaro che, in caso di rottura, sarà l’Italia a prendersi le responsabilità e a pagarne le conseguenze, anche economiche. Del resto ieri la commissaria Ue ai Trasporti, Violeta Bulc, durante un incontro col sindaco di Milano sulla riapertura dei Navigli “è stata molto chiara - ha spiegato Giuseppe Sala - l’Italia farà quel che vorrà, ma nel momento in cui formalmente rinuncia alla Tav i fondi verranno immediatamente redistribuiti”. Subito. E senza condividere l’esito dell’analisi costi e benefici.

ANALISI DI PONTI - La Torino-Lione bocciata senza appello: questo l’esito dell'analisi costi-benefici sul Tav, stando a quanto emerge dalla bozza visionata da Tgcom24. I numeri che emergono nell’analisi condotta da un pool guidato dal professor Ponti, e già presentata in bozza in Francia, dicono che la linea ad alta velocità non sarà in grado di decongestionare il movimento merci su gomma che gravita intorno a Torino. Il traffico che ogni giorno passa sulla tangenziale di Torino, si legge nel documento, ammonta complessivamente a 400 mila veicoli, di cui 80 mila mezzi pesanti. Di questi soltanto una minima parte (stando al dato ufficiale medio del 2018 riportato dalla società Sitaf) imbocca oggi il tragitto stradale che di fatto verrebbe soppiantato dalla Tav: sono infatti 2.150 i Tir che quotidianamente attraversano il traforo del Frejus (e oltre 3 mila automobili) e circa 3.300 gli autoarticolati che percorrono nei due sensi la A32 Torino-Bardonecchia. Ecco perché, secondo il gruppo di studio, il problema del traffico intorno a Torino rischierebbe di essere addirittura aggravato dalla nuova linea ferroviaria. Dal momento che ormai quasi nessuna industria del territorio ha più un raccordo ferroviario, di fatto tutte le merci provenienti dal Piemonte dovrebbero essere convogliate sull’Interporto di Orbassano, con conseguente aumento della congestione di mezzi pesanti a sudovest di Torino. Il beneficio, in termini di riduzione del trasporto su gomma, si avrebbe “soltanto” per i carichi in arrivo dalla linea Milano-Verona-Trieste (quella del Corridoio), tratta però sulla quale presumibilmente non si è fatto abbastanza negli anni per favorire il trasporto su rotaia, considerato che tuttora sulla A4 tra Torino e Milano corrono ogni giorno 13.500 mezzi pesanti pur in presenza di un tracciato ferroviario alternativo e rinnovato. L’analisi costi-benefici, inoltre, non prevede un aumento del flusso di merci sulla tratta, nemmeno con l’apertura della nuova linea ferroviaria, perché l’effetto moltiplicatore che si registrò in pochi anni con l’apertura dello stesso traforo stradale del Frejus fu in larga parte dovuto al cadere delle barriere doganali all’interno della Comunità europea. Oggi, insomma, la capacità di interscambio sulle rotte Italia-Francia - a prescindere dalle infrastrutture - sarebbe secondo lo studio sostanzialmente arrivata al livello di saturazione.

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