Se il capitalismo diventa di sinistra

Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc.

In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti del lavoro e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico.

Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile.

Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste.

Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia.

È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.

Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria.

La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.

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15 Commenti

  1. avatar-4
    20:42 Lunedì 30 Gennaio 2017 andycielito assestamento di contrapposizioni

    E\' innegabile che quanto osserva Fusaro e la verita\' cio non esclude la complessita\' dell uomo e dell suo vivere insieme, che anche se paradossalmente si prova a far bene con equanimita\'ci si puo trovare all\'inferno.. a volte e meglio non toccarele cose come stanno.

  2. avatar-4
    12:36 Mercoledì 18 Febbraio 2015 Steve78 Foucault oltre Foucault

    Gran parte dei commenti qui sotto si rifanno esattamente al tipo di personaggio di cui Fusaro ne delinea chiaramente i tratti. Parte di quel disfacimento sociale e morale che si preoccupa della personalita' piuttosto del contenuto. In fondo, quella di Fusaro e' molto meno un'opinione di quanto lo sia la vostra. Sullo sfondo c'e' il sempre piu' marcato bisogno di dover abbandonare i presenti modelli politici, ed avviarsi ad un concetto di politica che includa quell'etica e quei doveri per cui Foucault si impegno' tanto. La sinistra e la destra lavorano per la stessa cosa: l'effetto totalizzante del mercato.

  3. avatar-4
    11:53 Venerdì 13 Giugno 2014 Gemma Tutto fumo e niente arrosto, solito Fusaro

    Fusaro mescola ancora Marx con Hegel, mette qui e lì qualche riferimento allo Stato etico che a lui piacerebbe un sacco e anche a Hegel, decisamente meno a Marx. A parte dirci che il PD non è anticapitalista (ma dai?) non ci dice perché, come e quando si siano superate la destra e la sinistra. Fusaro ce lo pone come dato di fatto da prendere per principio di autorità perché lui (Fusaro) ha studiato filosofia all'università e per una qualche ragione che mi sfugge la insegna (nell'anticapitalista università di Don Verzè, quando si dice la coerenza tra azione e pensiero!). Bocciato Fusaro, torni quando ha studiato.

  4. avatar-4
    11:26 Sabato 31 Maggio 2014 saturninox sinistra europea 46%

    Questa è la sconfitta che secondo Fusaro si è verificata alle europee. i seggi sono passati da 35 a 51. Spero di perdere ancora così

  5. avatar-4
    19:15 Martedì 20 Maggio 2014 Peter58 Destra e sinistra in Italia negli ultimi venti anni

    Caro Fusaro sono quasi sempre in totale accordo con te. Però vorrei dirti: che piaccia o no il centrodestra ci ha difeso più della sinistra, non foss'altro che Berlusconi non sapeva che farsene di un popolo di straccioni che non ha qualcosa da spendere nei prodotti che egli pubblicizza, quindi vi era una convergenza di interessi fra lui e gli italiani, e non dimentichiamo Tremonti, che pur tagliando ha detto cose tipo: prima la pace sociale, dando soldi agli ammortizzatori e non ai banchieri, poi disse : le pensioni sono in equilibrio e potrei continuare. Non sono stati il massimo per carità ma sempre molto molto meglio della sinistra. Poi ilBerlusca sarà un maialetto, ma le cose se le faceva a casa e noi in teoria non avremmo dovuto saperlo, non si è mai sognato di fare un Pompetta Pride e imporre agli altri i suoi viziacci. Ecco credo che bisogna dirlo, il centrodestra è stato più di sinistra della sinistra, che più destra economica non c'è, non quella destra sociale che ha contribuito alla nostra seppurdebole e parziale difesa

  6. avatar-4
    22:52 Venerdì 03 Gennaio 2014 mariagallelli epoca senza passione!?

    Diego Fusaro, in parte le tue argomentazioni sono convincenti. Concordo con quanti sostengono che i tempi rivoluzionari hanno avuto un declino funesto ma il declino di un'epoca come la nostra, priva di passione, dedita tutt'al più alla riflessione, è ancora più triste. Dagli anni '80 viviamo nell'epoca dell'inerzia e nell'ultimo decennio lo sviluppo dei social network paradossalmente ha contribuito in senso peggiorativo. Molta informazione, molta riflessione ma poche azioni. Nel '68 non c'era questa calma piatta, qualche responsabilità quegli uomini, quei ragazzi l'hanno assunta, qualche battaglia l'hanno vinta. Sì, probabilmente più dissidenti che rivoluzionari però oggi nè l'uno nè l'altro. Forse manca un evento forte?..Una guerra? Un assassinio importante? (mi auguro di no). La sinistra ha abdicato diventando socialdemocrazia, il lavoro è stato progressivamente mortificato man mano che, ad opera proprio della sinistra, si è proceduto a deregolamentare ed a privatizzare. l'America come scrive Pistolini è diventata uno stato mentale, si è diffusa la cultura statunitense che percepisce come necessario il vivere al di sopra dei livelli minimi di sopravvivenza. A mio avviso però il berlusconismo non è il risultato finale del '68 ma un fenomeno sociale e politico della società dell'opulenza, un modello di ottimismo imprenditoriale connesso al concetto di irresponsabilità. Il berlusconismo ha contribuito al vuoto, al nichilismo giovanile ed ha compromesso seriam

  7. avatar-4
    20:35 Venerdì 03 Gennaio 2014 Anthony28 Lapalissiano?

    L'essenza dell'articolo mi sembra essere la seguente: per riprendere il cammino verso il comunismo, bisogna superare la sinistra anticomunista, che ci ritroviamo noi e quasi l'intero orbe terracqueo. Insomma, impossibile non essere d'accordo... ma non è un po' lapalissiano?

  8. avatar-4
    08:27 Lunedì 04 Novembre 2013 antoniopuglisi La sinistra è condannata alla sconfitta, che poi è la vittoria della società

    Ma la storia della sinistra, non è altro che una splendita, storica sequenza di sconfitte, che che non per questo non hanno impedito al mondo di progredire, anzi il progresso è proprio il frutto delle sue sconfitte, che ne spostano sempre in avanti i risultati!

  9. avatar-4
    17:38 Domenica 03 Novembre 2013 maramuci mah

    Mi sembrano al di là del bene e del male sia le considerazioni sul '68, sia la condivisione che la figura di Berlusconi _ quintessenza di potere ipocrisia avidità _ impersoni lo spirito del 68. Il resto, coerente.Come dire, filosofo per filosofo...preferisco Massimo Cacciari, ecco. Ma proprio senza confronto.

  10. avatar-4
    12:28 Martedì 22 Ottobre 2013 Ciro Brescia Ripartire da Gramsci?

    Interessate. Capisco che il problema possa scivolare sul piano dell'accezione terminologica. Quello che mi viene in mente è che oggi, in una fase avanzata dell'odierno imperialismo, la classe dominante è quella che definirei borghesia imperialista, che entra in contraddizione con la cosiddetta "classe media", commercianti, liberi professionisti, bottegai, impiegati pubblici e privati, e varie gradazioni e sfumature di grigio tra i due poli. Tutte queste classi intermedie non hanno la forza, la capacità, né la volontà d trasformare radicalmente la società, se la spinta non proviene dall'azione, dalla mobilitazione dalle classi sociali che maggiormente subiscono lo sfruttamento e l'oppressione. Risulta innegabile l'egemonia ideologica della borghesia imperialista sulle forze della cd "sinistra" funzionale al sistema dominante.

  11. avatar-4
    13:40 Mercoledì 21 Agosto 2013 ekain ma il 68, per me, era un' altra cosa

    mi verrebbe da contestarle la sua visione del '68 come "luogo" d' origine del capitalismo odierno. a mio parere le radici del '68 sono profondamente pauperiste e certo marxiste--alla base dell' "ideologia" del 68 c' è il pensiero di Marcuse, questo è certo, e la rivoluzione di W. Reich, il corpo liberato è anche il corpo sottratto al suo destino di merce, alienato; c' è l' onda lunga della lezione di Freud, che strappa la maschera alla falsa coscienza borghese -- certo Marcuse, con Horkheimer, riprende il pensiero dialettico di Marx: dialettica dell' illuminismo....pensiero dialettico anti???mi perdoni gli appunti un po' sconnessi. ma il '68 fu profondamente anticapitalistico, o meglio è un pensiero alternativo al capitale e al suo contrario, un pensiero altro, per intenderci.e il suo equivocare (suo di Lei, Fusaro) sul 68 per me ha lo stesso vizio di forma che genera adesso i mille equivoci su Marx e sul marxismo. sarà la dialettica insita in ogni processo di pensiero che espone il pensiero stesso a questi rischi vitali-mortali...

  12. avatar-4
    01:39 Lunedì 08 Aprile 2013 Angelo Calemme Politica della perversione e analisi perverse.

    Credo che per quanto possa considerarsi particolarmente descrittivo il metodo analitico di Fusaro e per quanto possa volersi incaricare della promozione gramsciana di rieducare le masse con intellettuali organici agli "invisibili", il suo articolo manca di struttura teorica e pratica predittiva; esso è manchevole di una rigorosa dialettica degli eventi e la spiegazione della fase berlusconiana è troppo semplicistica; continua a non spiegare nulla con Deleuze che alla fine risponde al delirio con un delirio teorico-metafisico. Essere marxiano è certamente aderire non a una dottrina ma sicuramente ben altro; D. Fusaro non offre soluzioni perché continua a non indagare con rigore la paradossalità della ragione capitalistica.

  13. avatar-4
    22:27 Domenica 07 Aprile 2013 lorenzo Capitalismo

    Condivisione totale di Minima Mercatalia. Vorrei solo aggiungere che la sinistra nostrana è stata ad arte alimentata esclusivamente con l'antifascismo. Medicina onnicomprensiva per la rimozione completa della specificità del caso: l'anticapitalismo. Una veste di autentica comprensione del presente, l'antifascismo e anticomunismo, vanno visti come dei non-luoghi. Il principio stesso dell’anticapitalismo è la condizione per l’uscita dalla disintegrazione del momento, dove la sua negazione non è un “non valore” giacché va a negare un sistema che è di per sé negativo per l’uomo e che merita d’essere superato. La doppia negazione è positiva, quindi un valore propositivo.L’anticapitalismo è un valore progettuale, d’inizio sintesi, il nuovo cominciamento, perché vuole ricondurre l’uomo smarrito a sé, in modo arricchito dal ciclo condotto. L’anticapitalismo reca il seme dell’uomo ritrovato e della comunità.

  14. avatar-4
    17:22 Venerdì 05 Aprile 2013 dniepr Mi sembra un'analisi "soggettivista":

    «la sinistra perde perché non fa ciò che dovrebbe, altrimenti potrebbe vincere». La spiegazione è forse più semplice, e va cercata in chiave economica prima che culturale/sovrastrutturale: in tutto l'Occidente la sinistra è in crisi perché la competizione internazionale rende impossibile un aumento del welfare, e anzi necessaria una sua diminuzione. E la sinistra non sa più cosa predicare. Il 68 era a mio parere rivolto contro aspetti diciamo così "pre-borghesi" che ancora albergavano nella cultura occidentale, e non contro la borghesia (come l'autunno caldo non ha fatto che esprimere le tendenze oggettive "tradeunionistiche" di lavoratori salariati che avevano contribuito a trasformare l'Italietta in una grande potenza industriale e pretendevano giustamente migliori condizioni di vita). Dunque il 68 non poteva che produrre le crociate contro la cd. «etica borghese» ben descritte nell'articolo (crociate borghesi anch'esse a mio parere, ma è questione puramente terminologica). Molto altro verrebbe da dire, ad es. sulla subordinazione agli USA (un'Europa potenza imperialista autonoma dagli USA è in via di costruzione: non mi pare che un comunista debba rallegrarsi di ciò - né deprimersi, ovviamente).Da comunista non me ne può interessare di meno che la sinistra sia in crisi, dato che i peggiori massacratori di comunisti nella storia si trovano proprio a sinistra (da Stalin alla socialdemocrazia tedesca).

  15. avatar-4
    20:55 Giovedì 04 Aprile 2013 MarcoViola al netto di un 'eccesso di semplificazione, il succo è questo

    caro Diego, anche se di recente ci siamo scambiati frecciatine e insulti sono simpatetico al contenuto dell'articolo. Non concordo al 100% sull'analisi impietosa e credo molto (anti)-idealizzante della sinistra: dipingendo Vendola e Bersani come Renzi (che vedo invece come "compimento definitivo" dell'abdicazione della sinistra al capitalismo) trascuri sfumature notevoli, e trascurare le sfumature di solito non aiuta la comprensione.Ciò detto, anche se avrei evidenziato qualche sfumatura in più (nonché le cause di questo declino), resta vero che non sono sfumature particolarmente sostanziali, tant'è che molti delusi di sinistra hanno ritenuto una figura come Grillo paradossalmente più capace di incarnare i valori abdicati da PD-SEL ecc.

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