8 marzo, le mimose non bastano

Otto marzo, festa della donna, ci ritroviamo a leggere e ascoltare pensieri retoricamente ineccepibili, ma piuttosto discutibili dal punto di vista del contenuto.  Questo avviene perché si tratta di una ricorrenza oramai totalmente svuotata del suo significato originario, ma non è mia intenzione addentrarmi in discussioni sulla genesi  dell’evento, ritengo invece necessario ridiscuterne il valore. 

Nel 2017 la celebrazione dell’essere donna non può ridursi a una cena con le amiche di sempre o al ricevere in omaggio un rametto di mimosa dall’esercente di turno. Notizia di ieri è che l’Italia è ultima in Europa per numero di donne in ruoli dirigenziali e seconda per differenza salariale rispetto agli uomini. Qual è stato il livello di indignazione alla notizia? Nullo. I temi “concreti” sembrano non interessare, si preferisce piuttosto intraprendere battaglie di genere sulla lingua, e allora ecco che “il sindaco” diventa “la sindaca” e “l’omicidio” si trasforma in “femminicidio”, ma se si esclude una minima influenza sull’Accademia della Crusca gli effetti di tali cambiamenti sono irrilevanti. Viene alla mente il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e il suo “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

È da donna che affermo con forza la volontà di cambiare per davvero, ma per farlo è necessario posare la mimosa e aprire gli occhi su una realtà in continua evoluzione, ma che per molti aspetti rimane indietro di un secolo. Il gap degli stipendi è lì a ricordarci che finché si baderà più alla forma che alla sostanza le differenze tra uomo e donna rimarranno.

*Maria Carla Chiapello, Presidente gruppo consiliare “Moderati” in Regione Piemonte

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