Non c’è alternativa al centrosinistra

Seguo con interesse l’evoluzione del dibattito politico nazionale in particolare nel campo del centrosinistra e confesso tutte le mie preoccupazioni. Per rasserenare gli animi è bene premettere che non serve attaccare nessuno ed è superficiale il metodo ripetuto più volte a sinistra dell’eliminazione del leader per eliminare i problemi. In verità la storia è lì a dimostrare esattamente il contrario. Quindi, se ci sono problemi, e con tutta evidenza i problemi ci sono, il nostro obiettivo non è quello di risolverli contribuendo a sfiduciare Matteo Renzi.

C’è un però.  Dobbiamo fare insieme un’analisi che ci permetta di capire le vere ragioni che hanno costretto il Pd lungo un precipitoso declino: siamo stati nel 2014 una speranza per l’Italia, nel dicembre 2016 abbiamo perso il referendum costituzionale su cui giocavamo la nostra partita più importante e alle elezioni amministrative di quest’anno siamo stati vissuti dalla maggioranza degli elettori come un problema per l’Italia. Non possiamo banalizzare questo pezzo di storia adducendo motivazioni che non riguardano la conduzione del Partito e l’orizzonte verso cui stiamo procedendo. E allora, con serietà, proviamo a ridefinire l’ordine delle priorità delle nostre politiche adeguandoci ad una società che è repentinamente cambiata.

Abbiamo aperto varchi inaspettati nelle scelte per i diritti civili e c’è da chiedersi perché non fare altrettanto con i diritti sociali. Non possiamo negare che viviamo un tempo dove ritornano ad essere a rischio alcune questioni che incidono sulla qualità della Democrazia di un Paese. La garanzia del diritto alla Salute o le prospettive per un lavoro stabile, sono solo due voci tra le tante che meriterebbero più attenzione e politiche più efficaci. E su questo fronte non possiamo schierarci in solitudine o in coalizione a seconda della legge elettorale. Spieghiamoci.

Vorremmo tanto che il Pd fosse autosufficiente nelle sfide elettorali a partire dalle prossime Politiche. Vorremmo che la nostra proposta non finisse nella rete del confronto con le proposte di altri soggetti politici. Lo vorremmo tutti noi ma in particolare, lo capisco, lo vorrebbe il segretario nazionale perché la sua proposta è già stata oggetto di valutazione del popolo delle Primarie alcuni mesi fa. Ma questo non basta per vincere. In un sistema elettorale proporzionale questo serve a rafforzare un’identità, quindi ad ottenere più voti, ma il giorno dopo le elezioni comunque saremmo costretti a siglare nuovi patti programmatici con chi è più simile al Pd per farsi carico del Governo del Paese. Qui sta il punto e bisogna far chiarezza.

Molti di noi continuano a sostenere che le coalizioni si costruiscono prima del voto a prescindere dalla legge elettorale, e comunque, che faremo quando saremo di fronte al maggioritario con certezze sin dal principio sul candidato alla presidenza delle Regioni o sul candidato Sindaco? In quel senso sta la necessità di riaprire un confronto con chi ha costruito casa alla sinistra del Pd.  L’alternativa alla coalizione del centrosinistra sta nei numeri e porta inesorabilmente verso il centro destra. Per carità, forse nulla di impressionante per qualche enclave fiorentina ma per molti di noi quell’ipotesi, perché altro non è, resta un’ipotesi impraticabile sulla quale chiameremmo i nostri iscritti ad esprimersi. Infine, mentre amministriamo in coalizioni di centrosinistra, tra meno di un anno saremo chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento e tra meno di due per tantissime Amministrazioni Comunali e per il Consiglio Regionale del Piemonte. Con il dovuto rispetto per il paragone non vorremmo che qualcuno nel Pd si preparasse alla guida di una coalizione con la speranza di mettere in imbarazzo Claudia Porchietto o Alberto Cirio nel scegliere se stare con noi o con quel che resta del centrodestra.

*Domenico Ravetti, Consigliere Regionale Pd

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