Quell’Inps “al contrario”

Circa 6 milioni di cittadini italiani a rischio povertà: fenomeno preoccupante di assoluta e indiscussa rilevanza sociale, che coinvolge in larga misura i lavoratori dipendenti privati e pubblici. Ma c’è un momento in cui la “rilevanza sociale” cessa di essere tale, ed è quando i singoli cittadini espongono la propria difficoltà, la propria singolare sofferenza, a quel punto, diventa un “caso” privato/personale, il cosiddetto: “Caso Umano”. Parafrasando l’incipit di Anna Karenina di Tolstoj, adattandolo all’uopo: “Tutte le famiglie benestanti si somigliano; ogni famiglia povera è disgraziata a modo suo”.

Inizia quindi l’epopea, o piuttosto, il calvario, del cittadino “a rischio povertà”, la sua personale battaglia per scongiurare la rovinosa caduta nella “povertà conclamata”. Il cittadino/lavoratore italiano medio, per intendersi, colui che percependo lo stipendio medio di 1.200/1.300 euro, pensa, rivolgendosi all’Inps acronimo di Istituto Nazionale Previdenza Sociale (che già dal nome dovrebbe rappresentare una garanzia), di poter ottenere un prestito che lo salvi nell’immediato.

Inps: Ente costituitosi sin dall’Unità d’Italia con lo scopo primario di tutelare i lavoratori dipendenti. L’Ente Previdenziale sin dall’inizio del ‘900 per ovviare alla piaga dell’usura che attanagliava i lavoratori in difficoltà, si dotò di un Ufficio Crediti, nello specifico un “Servizio” denominato Cessione del Quinto, per consentire ai lavoratori di poter ottenere un prestito per la bisogna, un finanziamento da restituire mensilmente con la trattenuta di un quinto dello stipendio, all’epoca destinato unicamente ai lavoratori statali, successivamente perfezionato ed esteso ai lavoratori del privato e ai pensionati.

La Cessione del Quinto è un prestito non finalizzato, in quanto garantito dallo stipendio/pensione, dalla liquidazione del dipendente, e/o da una polizza assicurativa, che si ottiene senza difficoltà da Istituiti di Credito, Finanziarie e… oggi, forse dall’Inps! Formula dubitativa, in quanto l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale si è dotato negli anni, di un Regolamento che detta i “requisiti” e “disciplina” le motivazioni per ottenere credito, suddividendole in due classi: “ordinaria”, fornendo un dettagliato elenco delle causali idonee, e “eccezionale”, a cui accedere per motivi “eccezionali ed imprevedibili”.

Ciò premesso, la testimonianza di una lavoratrice “media” della p.a., che, con una Cessione del Quinto in fase di ammortamento con l’Inps, si è vista respingere la domanda di rinnovo del prestito, causa la “reiterazione” del reato di stato di bisogno e di conseguenza dei previsti requisiti di “eccezionalità ed imprevedibilità”, a suggellare il diniego, la definitiva classificazione a motivazione: “socialmente irrilevante”, al pari della “irrilevanza” della richiedente, come ulteriormente confermato dal mancato riscontro al Ricorso avverso la “sentenza” di rigetto della domanda!

Si potrebbe ritenere che oggi, l’Inps dopo più di un secolo, perseguendo un virtuoso obiettivo di risanamento al suo interno, si sia trasformato in una sorta di inquietante Tribunale dell’Inquisizione che, lungi dall’offrire  un “servizio” di credito  ai lavoratori, per agevolarli nel risolvere le problematiche economiche, arginandone gli “effetti”, invece, avocando a sé prerogative giustizialiste, disquisisca e sentenzi sulle “cause”, laddove la motivazione di richiesta di credito non rientri nell’“ordinario”.

Detto per inciso: nell’elenco delle tante motivazioni “ordinarie”, che permettono di ottenere un prestito, sono inserite le spese per la ristrutturazione della casa e l’acquisto dell’auto, tali idonee motivazioni consentono in contemporanea di ottenere più prestiti in un unico nucleo familiare, e, dopo l’ammortamento di almeno 30 rate, se il prestito è quinquennale, di reiterare/rinnovare all’infinito, il parco auto, ecc. ecc., qui è consentita la “prevedibilità” che un’auto si guasti, che una casa, dopo anni, necessiti di ristrutturazione. Ben altra cosa, per le domande di credito atte a scongiurare il pignoramento di casa, stipendio, e similari; per i single senza alcun altro reddito, in questo caso, vige il “procedimento disciplinare” di cui sopra, che condanna la/il malcapitata/o a “convolare a nozze” con il primo usuraio che incontra sulla sua strada. Ed ecco qui che, la solita donna italiana, divorziata, single, pallida, etero, cristiana, dipendente pubblica, dopo anni di ristrettezze e privazioni, unicamente riconducibili al fatto di voler ostinatamente continuare a vivere onestamente del proprio misero stipendio, logorandosi la salute e dannandosi l’anima, è stata ridotta da un Ente pubblico: a soggetto “socialmente irrilevante”!

Questa vicenda ha del surreale! Naufragare in un mare di guano senza nemmeno uno straccio di Ong che arrivi in soccorso! In più possedendo del denaro sequestrato dall’Inps, anche grazie alla assenza di un Decreto Attuativo del quale si è in attesa da circa 16 anni, che possa consentire di ottenere un anticipo della liquidazione, e… che dire dell’oscenità che permette a questo Istituto di trattenersela per altri due anni dopo l’uscita dal lavoro e in seguito dilazionarne l’erogazione nell’arco di più anni? Ancor più surreale, che la tanto decantata politica di prevenzione all’usura, messa in atto (?) da Organi istituzionali di ogni livello e grado, sia così prontamente smentita dai fatti!

Verrebbe da pensare che l’Inps, ritenendo la situazione disperata, intenda assumersi la responsabilità di “staccare la spina”, consentendo così all’aspirante povero di scivolare in maniera indolore nell’indigenza, perché illuderlo con la somministrazione di un prestito? Sarebbe accanimento terapeutico! Preferibile - e questo è quel che più conta - tenersi ben stretto il denaro sequestrato ed evitare un esborso oneroso per le proprie casse. Il tutto in ottica di “Vicinanza al cittadino”, dell’instaurarsi “di un rapporto empatico” fra questo e l’Istituto, di un rinnovamento che vede l’Inps “sensibilizzato” alle problematiche sociali in questo particolare momento storico; dichiarazioni roboanti dei vertici dell’Inps in un’intervista rilasciata a un quotidiano in occasione del Salone del Libro, proprio nei giorni in cui si è provveduto a “staccare la spina”.

Non è il caso di scandalizzarsi! È ormai risaputo che i poveri rendono! Più poveri, più “business”! Ma questo è un argomento che merita di essere approfondito in un capitolo a parte… E poi ci si stupisce che la quasi totalità degli italiani non tema gli “attacchi terroristici”! Abbiamo sviluppato gli anticorpi assumendone piccole dosi ogni giorno, hai voglia…!

Se le cose stanno così, la sottoscritta, preso atto della propria “irrilevanza sociale”, e quindi a tutti gli effetti della propria estromissione dal contesto sociale di questo Paese, che nega i diritti ai cittadini/lavoratori, (perché è di diritti che si parla, di diritti acquisiti, o questi parrebbero sempre più esclusivo appannaggio dei soliti istituzionalmente protetti e di certi parassiti millantatori più o meno testimoni di qualcosa?), per salvaguardare la propria dignità, e la propria vita, in quanto effettiva “testimone di ingiustizia”, prenderà seriamente in considerazione la possibilità di chiedere Asilo Politico in un altro Paese purché CIVILE.

Sorge spontanea una considerazione/domanda: chissà che avrebbero detto mio nonno Cavaliere di Vittorio Veneto e mio padre Partigiano Cavaliere della Repubblica, del Paese “al contrario”di oggi? Come minimo, avrebbero sintetizzato, senza tentennamenti: “…ma VAFFA…” ! In dialetto piemontese!

P.s. un pensiero e un augurio  per Concetta, ciao.

*Liliana Cavallo, dipendente Consiglio regionale del Piemonte

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